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Imitazioni di imitazioni, parata di sosia

 

Imitazioni di imitazioni, parata di sosia.

Assecondando l'esigenza di far fruttare il capitale e, al contempo, veicolare i valori di chi lo possiede, anche in Italia, nei primi anni Cinquanta fu il momento di Jerry Lewis all'epoca ancora in coppia con Dean Martin. Ero bambino e, come tale, potevo ancora permettermi di non subodorare sotto una farsa militare i molteplici secondi fini che vi avrei individuato più tardi - una riverniciatura dell'esercito americano dopo alcune scelte poco encomiabili sul finire della guerra, per esempio, e la volontà di buttare in ridere maschere tragiche. Film come Il sergente di legno, Attente ai marinai e Il caporale Sam, pertanto, mi divertivano un mondo. Mentre Martin impersonava la persona seria, adulta, previdente, disinvolta nella vita sociale, abilissima nel far breccia nei cuori semplici e palpitanti delle donne, Lewis gli faceva da contraltare come l'inetto, timidissimo, introverso, balbettante e combinaguai, irimediabilmente condannato ad un'eterna infantilità. La sua mimica rimodellava la prima infanzia di ciascuno di noi e - anche nella versione italiana - l'impaccio della sua parola, inidonea comunque a cavarlo dalle situazioni in cui per bontà e dabbenaggine si era cacciato, e la meccanicità convulse delle sue posture potevano ottenere sonore risate - almeno in chi riusciva a godere delle contraddizioni più superficiali. Nel 1955, con quel Nipote picchiatello che, poi, sancì la rottura della coppia con Martin, Lewis diede gli ultimi ritocchi a questo suo personaggio che, nonostante gli anni che passavano e nonostante le diverse prove cui, cinematograficamente, si sottopose - alcune anche rimarchevoli -, gli rimase appiccicato addosso come una sorta di marchio di fabbrica. Imitazione, allora - per certi versi - lui stesso, non può stupire, dato il successo conseguito che, già nel 1957, ci fosse qualcuno che, nel protettorato americano d'Italia via DC (Democrazia Cristiana - oggi è forse meglio disacronimizzare), cercasse disperatamente il proprio successo personale facendone l'imitazione. Pochi giorni prima di andare al Palazzo del Ghiaccio di Milano per partecipare al primo festival del rock and roll - perché, in definitiva, sempre di imitazioni si trattava. "Perché", fa chiedere ad un suo personaggio lo scrittore ceco Milan Kundera, "perché è scomparso il piacere della lentezza ?" - di quella lentezza che, nel riscontrarla nei corpi altrui, gli sembra riconoscerla come "segno di felicità"; quella stessa lentezza che instaurerebbe un rapporto di diretta proporzionalità con l'intensità della memoria. Nella più recente classificazione binaria del mondo - una sorta di manicheismo da pausa pranzo delle coscienze politiche -, il tentativo di riqualificazione ideologica di Kundera va a farsi benedire. Il "lento" torna nella parte sotterranea delle gerarchie e soccombe ad un lontano nipotino del Bene, il "rock". Sul calco della "Realpolitik", infatti, Adriano Celentano, che delle due strade intraprese nel 1957 ha poi scelto la seconda, trasmette dagli schermi televisivi la sua "Rockpolitik", scuote placidi sonni e riscuote - applausi e crediti -, ma soltanto alla terza puntata, si accorge dell'opportunità di inserire nel suo abituale sermone che "Cambiare idea è rock, chi non cambia mai è lento". Opportunismo tardivo - ricorrendo ad una soluzione piuttosto ambigua perché nessuna autocritica può risultare credibile se non fatta in nome strettamente proprio -, il principio ha da essere interpretato sostanzialmente in chiave autoreferenziale. E' difficile, infatti, attribuire le credenziali di predicatore in nome e per conto degli oppressi del mondo intero a chi, anni prima cantava che "chi non lavora non fa l'amore" - la storia di uno che torna a casa e non trova da mangiare, la moglie gli grida che lui sciopera due giorni su tre e che, dunque, nemmeno ha più diritto di fare l'amore con lei, lui, allora, va a fare il crumiro e rimedia un pugno in faccia, va alla guardia medica e, se Dio vuole, sono in sciopero e quindi lui - raffinando la sua analisi politica al meglio che può - dice "che gioco è/ma ma come finirà/ pa ba ba pa ba ba". E' difficile investirlo della facoltà di difensore della pace, del bello, del sano e del giusto allorché di guerre, brutture, insanie e ingiustizie non ha mai fornito una sola analisi che almeno mirasse alla radice dei meccanismi che a ciò hanno portato. Anzi. Ci ha sempre tenuto a dire che lui è "uomo libero", "né destra né sinistra" - come cantava in Io sono un uomo libero - e a lamentarsi ben poco democraticamente che "qui tutti parlano e parlano/ o peggio scrivono e scrivono". Nemico dichiarato dei diritti civili, clericale - il Papa è "hard rock" -, lascia alle sue spalle film memorabili - come Yuppi do (1975), Geppo il folle (1978) e Joan Lui (1985) - per il pacifismo più generico, l'anticomunismo viscerale e per la davvero cospicua cifra di qualunquismo che - in forme che perlopiù mediano il surrealismo agli adolescenti della piccola borghesia - riesce a mettere assieme con spreco di risorse degno delle migliori cause. Sta curando gli interessi della propria bottega - dicendo che "cambiare idea è rock, chi non cambia mai è lento" -, lo fa tardi e, ancora una volta, non va oltre l'aforisma da cioccolatino. Innanzitutto, perché le idee mutano in rapporto ad altro, mai per conto loro Ogni giudizio che ci facciamo delle cose dipende da criteri e dal modo con cui vengono applicati: cambiamo i criteri e cambiano le idee. E' così che oggi se rivedessi i film di Jerry Lewis riderei molto di meno - mentre riderei molto di più se rivedessi Celentano che imita Jerry Lewis. E' la consapevolezza dei nostri criteri che sarebbe auspicabile ai fini della qualità della vita sociale che costruiamo, non il mutare a casaccio dei risultati di una loro inconsapevole applicazione. Poi - Celentano sbaglia ancora -, perché ben poco, pochissimo, è davvero cambiato nelle poche idee che riesce ad esprimere. Il pistolotto penoso cui con Patty Smith ha dato stentatamente vita l'altra sera sulla necessità che la sinistra sia unita lo sta a testimoniare. Prima di parlare di unità della sinistra, avrebbe dovuto dirci di che sinistra sta parlando - se sta parlando della rappresentanza politica di chi soffoca sotto il tallone di ferro del capitalismo e dell'ordine mondiale che, pur con le sue contraddizioni, sta cercando di imporre, una rappresentanza politica la cui individuazione è peraltro un problema, è un conto; se sta parlando di un'accolita furbescamente raccogliticcia che annovera derivati di sicura fede democristiana, leghe di spaventati senza fine dalla propria ombra e dall'ombra della propria disoccupazione e maitres à penser che vanno dalla memoria di Montanelli agli Elkann degli Agnelli ed agli Agnelli degli Elkann, è tutt'altro conto. Nel nome dell'unità della sinistra - Celentano farebbe bene ad informarsi - è da più di cent'anni che il potere rimane alle destre. Anche qui, prima tocca all'esplicitazione dei criteri, poi a convenire un modo comune di applicarli. Senza questo primo passo, il richiamo all'unità costituisce soltanto l'ennesimo ricatto - un voto all'implicito meno peggio di un peggio esplicito. Esercitando il diritto di scelta nella parata di sosia.

 

Note Le osservazioni di Kundera sono in La lentezza, Adelphi, Milano 1995. Rif. "Rockpolitik", Rai uno, giovedì 3 novembre.

 

F.A.

 

ogni domenica dalle 12.30 alle 13.00

a cura di Felice Accame e Carlo Oliva

caccia(at)radiopopolare.it

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