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Caccia all'ideologico quotidiano

 

Il cadavere grazioso e la delega della responsabilità

Nel 1914, Max Weber, allora professore di economia politica, prese l’ardita decisione di prendere la parola per arringare una folla di studenti riuniti in assemblea. Giocava in casa, perché era ad Heidelberg, dove era già stato da studente e dove lui in quel momento insegnava. Decise di tenere questo comizio perché, da tempo, aspettava che la nazione lo chiamasse e - come racconta la moglie Marianne che ne ha scritto la biografia - perché sentiva gravare su di sé il compito e la missione di ergersi a guida dei giovani tedeschi. Fra i bagliori non molto lontani della prima guerra mondiale, Weber parlò accoratamente, dunque, invitando i numerosi giovani presenti a resistere fino alla morte contro l’occupazione del suolo tedesco da parte dei polacchi o di altre potenze nemiche e, allorché finì, fu accolto da un "silenzio gelido". "Carisma" è parola di origine greca, "charis" era la grazia, il dono ricevuto dagli dei, quel che presto --nelle parole del San Paolo della Prima Lettera ai Corinzi - diventerà il dono dello Spirito Santo riassumendo in sé tutta una serie di capacità: la sapienza, la scienza, la fede, la facoltà di guarire e quella di operare miracoli, le virtù profetiche, il discernimento degli spiriti, la competenza di tutte le lingue del mondo - nel parlarle o nel comprenderle. In quanto categoria da investire sulla persona, il carisma è stato costruito anche in culture molto diverse dalla nostra. Dice l’antropologo Clifford Geert, per esempio, che analoga al carisma - e analoga al "mana" o all’"elettricità spirituale" -, nel nordafrica è la "baraka", "un dono di potere soprannaturale che gli uomini, dopo averlo ricevuto, possono usare in modo naturale e pragmatico", una sorta di somma di quelle virtù - come la forza, il coraggio e l’energia - che permettono ad alcuni di prevalere su altri. Ed era proprio per far sentire la propria baraka sui sudditi che i re del Marocco, ancora sul finire dell’Ottocento, erano in perenne movimento, con la loro corte, da una tribu all’altra. Weber dunque capì a proprie spese di non avere carisma sebbene in materia dovesse saperla lunga. Recentemente, Giorgio Galli, ne La magia e il potere, fa notare che, di solito, "l’introduzione nella sociologia weberiana di una categoria come il carisma è vista sempre in relazione alla razionalità", mentre - analizzando biografia e testi del filosofo più a fondo - se ne porterebbe alla luce una forte componente esoterica. Per Weber, infatti, il carisma sarebbe un sinonimo di "pneuma", o del "soffio dello Spirito Santo", l’oggetto di uno studio che lo coinvolgerà soprattutto negli ultimi anni della sua vita, quando, nella cultura indù, cercherà la "possibile via da percorrere da parte di capi carismatici che sappiano in futuro spezzare le sbarre della gabbia che il capitalismo maturo" stava predisponendo. Ancora più feroce di Galli era stato Norbert Elias che, in un saggio dedicato a Carisma e disonore di gruppo, fa le pulci al concetto di carisma così come viene definito da Weber. Ne L’etica economica delle religioni mondiali - un saggio ultimato soltanto nel 1920, poco prima di morire -, infatti, Weber definisce il carisma come "la qualità extraquotidiana di un uomo", ma, poi - lasciando cadere quel pizzico di magia e di psicologismo che la definizione implicava - ripiega su una definizione meno "valutativa", che parla di "una qualità considerata qualcosa di non ordinario, in virtù della quale l’individuo che ne è provvisto si ritiene abbia forze e proprietà soprannaturali e sovrumane (…) non accessibili agli altri", trasformando così o, almeno, tentando di trasformare così "un assunto magico-teologico in un concetto scientifico". L’analisi di Weber non soddisfa Elias - l’idea di una "grazia speciale" che poi Weber, sulla scia dei suoi studi sulle culture indiane e cinesi, estende ai "gruppi" parlando addirittura di "carisma ereditario", gli sembra ancora impregnata di magia e decisamente prescientifica, mentre a Galli la cosa non sembra fare né caldo né freddo, ma è tuttavia curioso che entrambi utilizzino un argomento molto simile per far emergere ciò che preme loro. Elias tira in ballo la mortificante doccia fredda con cui l’aspirante capopopolo Weber viene salutato al suo primo comizio - e tutte le successive frustrazioni politiche che si è andato a cercare -, mentre Galli trova un’interruzione improvvisa nel lungo fiume tranquillo della sua vita per giustificarne il seguito. Le biografie del filosofo, infatti, registrano una grave malattia nervosa che l’attanagliò dal 1898 fino al 1903 - anni di crisi, di viaggi qua e là in mezza Europa in cerca di pace ed equilibrio. Ma proprio nel 1898 - nota Galli - era morto suo padre, con il quale, guarda caso, aveva avuto un litigio furibondo mai ricomposto e, da quel momento, mai più ricomponibile. E’ così, allora, che, tramite due diagnosi peraltro molto diverse, viene ad emergere un grado di coinvolgimento personale del filosofo nell’oggetto della propria riflessione talmente alto da indurre a sospetti nei confronti dei suoi risultati o, meglio, da giustificare tutti i possibili sospetti nei confronti di questi suoi risultati. Come dire che comunque i conti non tornavano, ma, ora, sapendone di più su chi li ha fatti ed in che circostanze li ha fatti, ora, che i conti non tornino ne siamo certi. Alla tentazione di un’analisi del carisma non poteva sfuggire lo psicoanalista. Se ne è occupato il viennese americanizzato Heinz Kohut (1913-1981) in un saggio del 1976 intitolato Creatività, carisma, psicologia di gruppo. Kohut racconta di aver avuto fra i suoi pazienti alcuni leader carismatici e di averne dunque potuto constatare alcune caratteristiche comuni. Fra queste, l’autostima, una straordinaria mancanza di incertezze, la presunzione, la vanità e l’esibizionismo nonché il fastidiosissimo vezzo - per lo psicoanalista - di fargli notare eventuali sue pecche. Man mano che la terapia psicoanalitica progrediva - per fortuna o per abilità dello psicoanalista - la loro sicurezza tendeva a diminuire, diventavano sempre più ipocondriaci, meno realisti e sempre più autocommiseranti. Personalità "vicina alla psicosi", perlopiù il dotato di carisma soffre di perversioni sessuali come voyeurismo ed esibizionismo, mentre la radice di questo suo male sarebbe sempre rinvenibile in un trauma infantile. Che, volendo, prima o poi si trova. Kohut fa l’esempio di un artista americano che, appena adolescente, ad una fiera di paese, si fece accompagnare dalla madre alle altalene. E già qui non ci sarebbe bisogno di uno psicoanalista per capire che c’era qualcosa che non andava per il verso giusto. Scelse la più alta (che secondo Kohut sta a significare "un’elaborazione preconscia di arcaiche fantasie di volo") e chiese alla madre di guardarlo mentre, con destrezza, si librava felice nell’aria, ma a quanto pare la madre - per fortuna, perché qual è quella madre che sta a guardare un figlio adolescente non-so-se-mi-spiego che va sull’altalena, sarà preoccupata a sufficienza che abbia voluto andarci invece di inseguire le fanciulle sue coetanee - aveva altro per la testa. Non lo guardava. Apriti cielo e apriti inconscio, il futuro leader carismatico se n’ebbe tanto a male da sentire l’immediato bisogno di correre in un gabinetto pubblico - e qui vi voglio - "spinto dal desiderio irresistibile di guardare un pene potente". Uno dice: "Poi, è guarito ?". "Beh, insomma". Gesù Cristo, Pericle, Napoleone, Hitler, Mussolini, Churchill sono gli esempi classici di persone cui è stato riconosciuto il carisma. Potevano negarlo a Berlusconi ? No. E c’è stato chi, nella capacità di "intercettare il senso comune" combinandola con lo "strapotere televisivo", ha creduto di individuare "il segreto" del suo particolare carisma. Che non sarebbe un carisma "classico", "nel senso weberiano", ma sarebbe, piuttosto, il carisma del "mi consenta", un carisma che scaturirebbe "dall’identificazione di molti in uno". Ora, a parte il fatto che a mio avviso Berlusconi resta un caso tipico degli interessi di studio di Weber - mentre susciterebbe di sicuro la curiosità di Kohut sapere a quale altezza la sua mamma aveva fissato la sua altalena -, mi trovo costretto a sottolineare che, se preso alla lettera, con il leader carismatico che chiede "mi consenta", saremmo di fronte ad una contraddizione incarnata. Il carisma consente di principio e l’espressione va interpretata come una metafora eufemistica in cui la parte potente dell’interlocuzione in corso si finge debole per avvalorarsi ulteriormente agli occhi di chi, non potendovi partecipare, assiste all’interlocuzione. Ma, più che sull’analisi della categoria, è sulle condizioni della sua applicazione che dovrebbe orientarsi l’attenzione di chi voglia cogliere il senso politico delle parole e del pensiero ch’esse designano. Il carisma potrà essere ricondotto più o meno correttamente alle sue origini ed alle sue componenti religiose, magiche ed esoteriche - e si potrà discutere sulla sua natura individuale o collettiva -, ma resta il fatto che l’oggetto di studio più interessante non è costituito da colui al quale viene attribuito, ma, bensì, da colui che lo attribuisce. E’ in costui che si rivela una sorta di sudditanza di principio, l’esigenza coatta di un arresto dell’analisi, un pressapochismo invincibile che gli fa conferire ad altri una "grazia speciale" che, in quanto tale, lo esenti dalle proprie responsabilità. Come quando si dà del genio a qualcuno - "ha carisma", innanzitutto significa "rinuncio", "lui può", "io non posso", "decide lui", "io obbedisco". La viltà sociale nasce già lì. Racconta Geertz dell’ultimo dei re del vecchio regime del Marocco, Mulay Hassan. Passava sei mesi l’anno in viaggio, da tribù a tribù, per mostrare la sua "baraka" o, se vogliamo, il suo carisma, mantenendo, così, unito il suo regno. Nel 1893, decise un viaggio più lungo e più pericoloso del solito - con tutta la sua corte, un esercito di trentamila uomini, l’harem e una quantità di vagabondi e di mercanti al seguito -, verso Talafilt, un’oasi lontana, sul bordo del deserto, dov’era stato eretto il santuario del fondatore della sua dinastia. Fra i motivi del viaggio, ovviamente, c’erano quelli politici: riconferire unità alle sue disperse tribù anche per fermare le incursioni dei francesi. Fu un disastro inimmaginabile, fra fame e sete, notizie di guerriglie, attentati, cospirazioni. Centinaia di morti al giorno e, mesi dopo - non ancora giunti alla meta - la morte dello stesso re Mulay Hassan, che, tuttavia, non fu comunicata per parecchi giorni onde evitare gravi dissidi fra i candidati alla successione. I suoi ministri stettero zitti più che poterono e così, sul suo gran cavallo bianco bardato in verde e oro, sotto l’ombrellino imperiale di velluto cremisi, ben isolato, regalmente isolato fra i suoi squadroni, venne fatto cavalcare per giorni e giorni un cadavere. Sotto il sole del deserto - con gli effetti che non occorre un laureato in biologia per immaginare. Un cadavere al carisma del quale si dovette la pace fra le tribù del Marocco.

 

Note Per le analisi su Weber cfr. N. Elias, Tappe di una ricerca, Il Mulino, Bologna 2001, pp. 145-158 e G. Galli, La magia e il potere, Lindau, Torino 2004, pp. 67-99. Cfr., inoltre, Paolo, Prima lettera ai Corinzi, 12, 1-11 e C. Geertz, Antropologia interpretativa, Il Mulino, Bologna 1988, pp. 170-180. Il saggio di Kohut è incluso nella raccolta, Potere, coraggio e narcisismo, Astrolabio, Roma 1986.

La proposta di analisi del carisma di Berlusconi è stata avanzata da C. Maltese, in "La Repubblica" del 13 luglio 2004.

 

F.A.

 

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a cura di Felice Accame e Carlo Oliva

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