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C'era una volta una gatta, prima che decidesse di farla finita

 

C'era una volta una gatta, prima che decidesse di farla finita

Due ragazze s'incontrano, fanno amicizia e uniscono le loro strade, lasciando alle proprie spalle una scia di sangue. Una è appena stata violentata, l'altra si arrangia fra droga e prostituzione. Sono il risultato della discriminazione sessuale, della società del benessere e dei suoi valori di rapido consumo, della vacuità delle relazioni umane in una società destituita di ogni progetto che possa dare un senso alla convivenza collettiva. Sono, insomma, due ragazze normali, per certi aspetti anche più consapevoli di altri. Cominciano ammazzando per rapina, ma, poi, vien loro spontaneo proseguire la loro impresa colorandola ideologicamente: uccidono, prima, depravati che vorrebbero approfittare di loro e, poi, depravati per conto proprio. Fanno una carneficina, senza se e senza ma. Fino a quando ad una va male, perché prima o poi doveva andarle male, e ci rimane secca. E' a questo punto che l'amica, dopo averla vendicata, rimane sola, e, priva ormai di un senso qualsiasi che la spinga in vita, seduta su un muretto - di fronte al mare, di fronte ad un lago, non lo so - decide di puntare la canna della pistola su se stessa. Ma non fa in tempo. Una polizia, peraltro lungamente assente, fa la sua improvvisa comparsa e la ferma. Credo vada così.

L'11 luglio del 1963, il cantante Gino Paoli esplode due colpi di pistola - una Derringer - contro di sé. Pur con una pallottola in corpo - conficcata in un punto troppo delicato dello scheletro per poterne permettere la rimozione chirurgica senza rischi -, Paoli sopravvive. Ma, nel novembre di quello stesso anno, puntuale, la giustizia gli presenta un conticino per detenzione abusiva di arma da fuoco, 60 mila lire di multa. Oggi, 2005, Paoli deposita presso il tribunale di sorveglianza di Genova una richiesta di riabilitazione - di una riabilitazione che, codice penale alla mano, può essere concessa qualora "il condannato abbia dato prove effettive e costanti di buona condotta" e che, come tale, estinguerebbe pene e quant'altro possa esser stato effetto della condanna subìta. Ora, essendo presumibile che Paoli non voglia le sessantamila indietro, vien da porsi qualche domanda sul senso di una riabilitazione di questo genere, e per noi e per lui.

Pelagia aveva quindici anni in un brutto periodo, nel 304, allorché Diocleziano ci dava dentro con la persecuzione dei cristiani. Si narra che, al mero scopo di difendere la propria purezza dalla soldataglia romana, preferì buttarsi dalla finestra. Qualche anno prima, nel 249, Apollonia, dopo esser caduta nelle mani dei soldati romani e dopo averne subito le torture, svincolandosi, riuscì a buttarsi fra le fiamme. Penso a lei spesso, perché, nella tradizione popolare, è la patrona del mal di denti o, meglio, voglio sperare, di coloro che ne soffrono - come ne aveva sofferto lei, ma non a causa delle carie. Sia Pelagia che Apollonia sono state santificate. E, nonostante che la Chiesa Cattolica - che in materia di copyright non perdona - consideri il suicidio contrario alla "legge naturale", essendo Dio l'unico autore della vita e avendo Dio soltanto la facoltà di disporne. Intellettuali del calibro di Gerolamo, Ambrogio, Agostino e Giovanni Crisostomo hanno approfonditamente discusso il loro caso, confermando che non è mai lecito togliersi la vita, tranne in un caso - quando la castità è in pericolo, perché, come dice il Bergier, "in tale terribile prova" è insito il rischio di "consentire al peccato e cedere alla fiacchezza della natura".

Al di fuori del contesto religioso, tuttavia, perché qualcuno debba riabilitarsi da un tentativo di suicidio non mi torna chiaro. La tragicità, più che del gesto, del processo decisionale che porta a compierlo - riuscito o meno che sia - è tale che a chiunque dovrebbe risultare molto difficile metterci becco. Posso capire che un tribunale abbia a che ridire sul possesso abusivo di un'arma, ma non posso ammettere che abbia a che ridire sulla decisione di qualcuno di togliersi la vita. E questo gesto potrà essere svalorizzato culturalmente quanto si vuole, ma dovrebbe rimanere al riparo - nell'individuo che l'ha deciso - da ogni ingerenza, sia pure quella dello Stato e delle sue istituzioni. Qualcuno può chiedere di essere riabilitato per una colpa che gli è stata attribuita, ma che sa di non avere commesso. Non è il caso di Gino Paoli. Qui, il fatto - che non si capisce peraltro quale colpa possa comportare - è commesso e, come tale, non è posto in discussione. E' il senso di quel fatto che oggi sembra esser messo in discussione. Paoli, evidentemente, non riconosce più come sue le ragioni che l'avevano spinto a quel gesto e chiede, nell'ufficialità di un dettato istituzionale, una sorta di correzione alla propria biografia. Per l'assunzione di un quadro ideologico diverso - e per la soddisfazione di aver adottato comportamenti consequenziali -, gli sta stretta la sfera della propria coscienza. Ma così facendo - pur senza dichiarare un'opzione di ordine religioso - rivela una visione ben poco laica e fin reazionaria della propria vita di cittadino - una vita in cui al tribunale dello Stato viene delegato un potere talmente invasivo nei confronti dell'individuo da comprendere competenza in ordine sia al proprio diritto di esistere che al proprio diritto di non esistere.

Nel film, la polizia arriva in tempo. Credo. Nella realtà - comunque -, no. Karen Bach è l'attrice che, in Baise-moi, interpreta il personaggio che, dopo aver fatto di tutto con il corpo proprio e con quello altrui, persa l'amica trovata per strada, decide di uccidersi. Era nata a Lione nel 1973, ha studiato e poi si è sposata. Maluccio, visto e considerato che lui, prima di lasciarla, per far saltar fuori qualche quattrino, l'ha messa a interpretare film pornografici. E anche Baise-moi, nonostante la sua presenza al festival di Locarno, nel 2000, per violenza e sesso senza pietà, può esser considerato del genere. Ma, per quel comodo margine che in certi casi si viene a creare fra compiacimento e pretesa di denuncia, in seguito a questo film - non certo in seguito agli altri suoi film - Karen Bach era stata anche intervistata da "Liberation" avendo, quindi, la possibilità di rendere pubblica la propria amarezza e di dichiarare a noi tutti il proprio disperato bisogno di "comprensione e uguaglianza". Una richiesta costosa - troppo costosa -, rimasta inevasa. Fino alla settimana scorsa, quando, prendendone atto, Karen si è uccisa, permettendosi i barbiturici - il mezzo delle dive del cinema come settima arte, non di quelle del cinema porno. L'intellettuale di turno - il palliativo televisivo dei Gerolamo, degli Ambrogio, degli Agostino e dei Giovanni Crisostomo - dice che Gino Paoli, non ha bisogno dell'intervento del tribunale, perché, comunque, "si è autoribilitato da tempo con il suo talento, con la sua arte". Bontà tutta sua. Non ci sarà alcun intellettuale, invece, ad interpretare come riabilitante l'arte della povera Karen.

 

Note Per le dispute teologiche sul suicidio, cfr. N. S. Bergier, Dizionario di teologia, Editore Tipografo Carlo Turati, Milano 1853, vol. IV. L'intellettuale di turno pro Paoli è Maurizio Costanzo. Cfr. P. Laffranchi, Paoli ai giudici: riabilitatemi per il mio tentato suicidio, in "Corriere della Sera", 4 febbraio 2005.

Baise-moi - la cui traduzione corretta è Scopami - è diretto dalla scrittrice Virginie Despentes e da Coralie Trinh Thi, e interpretato, oltre che dalla Bach, da Raffaela Anderson.

 

F.A.

 

ogni domenica dalle 12.30 alle 13.00

a cura di Felice Accame e Carlo Oliva

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