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La bontà che non paga

 

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La bontà che non paga

Non è durato a lungo l'anonimato dell'imprenditore di Adro, in provincia di Brescia, che aveva saldato di tasca sua i conti della mensa scolastica a favore delle famiglie dei bambini  esclusi, per conclamata e prolungata morosità, dal servizio di refezione.  Di fronte all'ondata di reazione negative che il suo gesto ha suscitato tra i suoi concittadini, sindaco in testa, il poveraccio è stato costretto a difendersi con una lunga intervista al “Corriere” di venerdì, che ne rivela il nome – e poco male, visto che in paese l'avranno già saputo tutti – e ne pubblica una fotografia.  Non so quanto tutto questo gli gioverà nel suo futuro di imprenditore e di cittadino, ma certamente se l'è voluta lui.
    Già, perché da noi succede anche questo.  Il sindaco (leghista) di un qualsiasi paese della regione più ricca d'Italia, edotto del fatto che quaranta famiglie non pagano la retta della refezione a scuola, decide che i relativi bambini non potranno più accedere alla mensa.  Mangino, se possono, a casa loro.  La notizia è diffusa suscitando le prevedibili reazioni: mortificazione e imbarazzo in chi è stato colpito, sconcerto in qualcuno, soddisfazione più o meno esplicita in quanti non vedono perché devono essere solo loro a pagare e pensano che gli altri paterfamilias vadano ascritti più alla categoria dei furbastri che a quella dei bisognosi.  L'unico a commuoversi per la sorte di quei bambini umiliati – molti sono extracomunitari – è, a quanto sembra, l'imprenditore in questione, che mette mano al portafoglio.  L'amministrazione scolastica incassa, i piccoli commensali possono continuare a essere tali e il paese si incazza di brutto.  Duecento genitori “dissidenti” dichiarano lo sciopero della retta: la legge è uguale per tutti e se chi non paga trova chi paga per lui non cacceranno un euro nemmeno loro.  Il sindaco concorda: l'elemosina è una cosa che si fa “per levarsi dinnanzi il miserabile che la chiede” (è una citazione, sembra, di Cesare Pavese) e quel benefattore, anzi, quel “sedicente benefattore” non ha affatto risolto il problema, al massimo lo ha rimandato a settembre.   Di più, è responsabile, adesso, della protesta dei dissidenti e del danno economico che comporta per il comune.  I conti, alla fine, li manderà tutti a lui.
    A me, cosa volete che vi dica, questa storia è sembrata agghiacciante.  Non credo neanch'io che la beneficenza privata sia il mezzo migliore per risolvere certi problemi, ma mi era sembrato che il donatore (si chiama, a proposito, Silvano Lancini) nella sua prima dichiarazione anonima avesse motivato il proprio gesto con molta dignità.  Ha capito – scrive – che il sindaco vuole affermare un principio, ma prendersela con i bambini non gli sembra un gesto particolarmente educativo.  Sa perfettamente che tra le quaranta famiglie ce ne sono di furbetti che ne approfittano, ma di furbi di quel tipo ce ne sono in giro parecchi e, nel dubbio, tanto vale fidarsi. “Per me” aggiunge “quelli che non pagano sono tutti uguali, quando non pagano un pasto, ma anche quando chiudono le aziende senza pagare i fornitori e i dipendenti o le banche.  Anche quando girano con i macchinoni e non pagano tutte le tasse, perché, anche in quel caso, qualcuno paga per loro.”
    Tutto questo, suppongo, avrà lasciato il sindaco leghista del tutti indifferente: al massimo lo avrà fatto incazzare un poco di più.  Lui, probabilmente, non si considera razzista, anzi, rimprovera all'imprenditore proprio di aver dato al paese una immeritata nomea di razzismo.  È solo un amministratore corretto, che tratta tutti allo stesso modo: chi paga mangia, chi non paga, no.  Se qualcuno vuole pagare per gli altri, non faccia discriminazioni e paghi per tutti.  Nessuno gli ha mai spiegato che non è giustizia far le parti uguali tra disuguali e che il diritto a ricevere dipende dai bisogni di chi riceve.  Lui crede nella logica del “colpirne uno per educarne cento” e del “non possiamo essere gentili” e se qualcuno non è in grado di farcela per favore si levi di torno.  Non gli è mai passato per la testa, ahimè, che in quanto sindaco rappresenta l'intera comunità, comprese le quaranta famiglie insolventi, e che tra i problemi che è chiamato a risolvere c'è anche quello della loro insolvenza.  Con loro non ha niente a che fare: lui è fermamente dalla parte delle duecento famiglie indignate, gente che la mensa se la paga e vuole che se la paghino tutti, tutto qui.  Che è un po' una logica da guerra civile, ma da uno che pensa che aiutando i poveri si discriminano i ricchi non ci si può aspettare nient'altro.

C. O.

ogni domenica dalle 12.30 alle 13.00

a cura di Felice Accame e Carlo Oliva

caccia(at)radiopopolare.it

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