Mi arriva un angelo del porta a porta con un pacchetto in mano e mi dice che deve consegnarmelo in cambio di 29 euro – sarebbero 30 ma mi avrebbe fatto lo sconto. Chiedo cosa contiene il pacchetto e apprendo trattarsi di sei paia di mutande. Io non ho mai ordinato sei paia di mutande, gli dico, di mutande ne ho a iosa, penso che non riuscirò ad usurarle tutte prima di morire e, pertanto, non ho alcuna intenzione di rilasciarle quei miei 29 euro cui sono particolarmente legato. Infatti, dice lui, a ordinarle è stata sua moglie.
Inevitabilmente, con la morte di uno dei due – la vita è così – il 15 aprile si è sciolta anche quella coppia formata da Sandra Mondaini e Raimondo Vianello che hanno rappresentato una forma caricaturale di matrimonio il cui successo – protratto nel tempo – rivela che caricaturale del tutto proprio non era. Il marito che sopporta la moglie, che la pensa in modo opposto a quel che le dice, che sopravvive di piccole bugie in piccole nicchie di privatezza e che, ciò nonostante, è un libro aperto per sua moglie che, centellinando indulgenza e reprimenda – più reprimenda di facciata che indulgenza di sostanza – mantiene saldo il rapporto matrimoniale è una figura tipica della narrazione borghese. Narrazione che, parzialmente – ma solo parzialmente, perché per rappresentarla compiutamente non basterebbe l’intero repertorio di Vianello – è ben rappresentato da quella vecchia barzellettina in cui nel salottino buono si vede lei che offre il the con le amiche raccontando loro: “Mio marito è sifilitico”, mentre dall’altra stanza giunge la vocina correttiva: “Filatelico, cara, filatelico”.
Racconta Louann Brizendine ne Il cervello delle donne che, a quanto appare ai mezzi di indagine attualmente disponibili, nel cervello delle femmine della nostra specie, allorché si innamorano, si attivano le aree dell’attenzione, quelle della memoria e quelle delle sensazioni viscerali. Nel cervello dei maschi, invece, si attivano maggiormente le aree dell’elaborazione visiva. Questo spiegherebbe perché i maschi sono più inclini al colpo di fulmine di quanto lo siano le femmine. Nel cervello degli innamorati – degli innamorati di entrambi i sessi – l’attività cerebrale è alimentata da dopamina, ossitocina, testosterone ed estrogeni, ormoni e chimismi piuttosto invadenti, più o meno come nel cervello del tossicodipendente. L’amigdala e la corteccia cingolata anteriore – che in momenti di calma ci tengono costantemente all’erta e si danno da fare per produrre giudizi critici e preoccupazioni – lavorano pochino. Tanto per rendere l’idea: quando la femmina vuole abbandonarsi ad un sano orgasmo, l’amigdala la disattiva. Come faccia a farlo, lo sapesse anche lei, ne sarebbe più contenta. A quanto sembra, comunque, questi stati cerebrali – parlo di quelli dell’innamoramento non di quelli dell’orgasmo – non durano in eterno – dopo sei-otto mesi i cervelli tornano alla loro routine. Ma basta un bacio, una carezza, l’indugio in un abbraccio perché l’ossitocina torni a scorrere. Quando torna a scorrere. Perché non è detto. L’uomo non è l’arvicola di prateria, l’animale – dice la rima – più monogamo che ci sia.
A quando pare, solo il cinque per cento dei mammiferi sul pianeta è monogamo. Il campione è l’arvicola di prateria, un roditore che, dopo una maratona sessuale seguita al primo incontro, non lascia più il proprio partner. Nei primi due giorni – non parlo solo di arvicole – non si pensa che a quello e ciò implica rilascio di forti dosi di ossitocina nel cervello della femmina e di vasopressina nel cervello dei maschi. Da lì l’aumento di dopamina e la scoperta di un piacere che potrebbe anche durare vite intere. Tuttavia, per funzionare a lungo, questo meccanismo cerebrale ha bisogno di essere stimolato continuamente – quasi ogni giorno – e, secondo la svedese Kerstin Uvnas-Moberg, i maschi hanno bisogno di rinnovare il contatto fisico almeno due o tre volte in più rispetto alle necessità della femmina. Se un’arvicola femmina è sotto stress, tuttavia, produrrà cortisolo – cortisolo che bloccherà il rilascio di ossitocina – e non si legherà al maschio, che,se sotto stress anche lui, invece, andrà subito con la prima femmina disponibile. L’arvicola di montagna, invece – ignoro come fare a distinguerla, forse dall’accento – tradisce spesso e volentieri. È anche questione di un gene: hanno provato a iniettarlo nel cervello delle arvicole maschi di montagna e questi, in un baleno, sono diventati monogami e padri premurosi. Lascio piena libertà di analogie. Più o meno, neurobiologia alla mano, le cose stanno così.
Cattolicesimo, invece, alla mano, il matrimonio è istituzione divina: uno dei sette sacramenti della legge evangelica istituita direttamente da Gesù Cristo. In quanto Sacramento non è un contratto naturale, in quanto Sacramento elargisce grazia sugli sposi in dosi tali da sopportarsi vicendevolmente e da non lasciarsi sopraffare dalle afflizioni e dalle malinconie, e in quanto Sacramento, infine, rimedia efficacemente alla concupiscenza senza far perdere cittadini-carne da cannone alla Patria, figli alla Chiesa e santi al Cielo. Lo dice Gino di Sant’Agnese ne Il colle di Sion, che, pur essendo un libro tutto dedicato alla verginità ed ai suoi fasti non costituisce una versione mistica de Il monte di Venere. La sostituzione della grazia con il dna – lasciatemela dire in breve – non cambia di granché il problema: da entrambi i punti di vista, il biologico tira da una parte e il culturale tira dall’altra, con il risultato che per stare insieme – al di là dei biechi interessi e delle convenienze sociali – ci vuole un miracolo d’amore. Lo si chiami come si vuole – lo si veda pure come un raro intruglio di geni e ormoni – ma miracolo d’amore resta.
In un cinema la cui carenza di spettatori ne designa la stretta attualità, lei e lui sono fisicamente prossimi quanto distano per mentalità, cultura e stili di vita. Stanno assieme ma non si direbbe, stanno assieme ma entro certi limiti. Lei piange – la Brizendine dice che “le donne piangono fino a quattro volte più facilmente degli uomini” – lacrime indotte dal film, non da lui – e lui è tranquillo e sereno perché – alla faccia del film che sta vedendo, alla faccia della sua fanciulla in lacrime, alla faccia delle pratiche sessuali che, data l’intimità di uomo e donna, potrebbero sempre innescarsi – sta pensando al potere smacchiante di Omino bianco idrocaps, quello che vanta 100 tipologie di macchie fatte secche in un amen. Come faccia non lo so, ma fatto è che non sbaglia, perché basta un attimo che la disperazione sospinga lei – con tutto il suo trucco andato in pappa – sul petto di lui , petto che, niente affatto porto di un tenero approdo, è, più che altro, il supporto pleonastico di una linda camicia che, da quel momento, linda non lo è più. Lei può piangere quanto le pare, perché lui si sente padrone del proprio bucato. La neurobiologia vorrebbe non farmi dire che qui ci viene somministrato uno stereotipo maschilista – le donne che piangono al cinema e i maschi che, ora, non solo cinici, sono anche pragmatici, pensano al bucato – a quel bucato cui neppure il più banale stereotipo femminista avrebbe mai pensato. All’osso, resta però il fatto che i due sono l’uno appresso l’altro, che lei cerca il conforto di lui alle proprie lacrime, che lui sta pensando a come lavarsi, poi, la camicia e che, dunque, nell’unità della coppia costituiscono la più squinternata diversità di sentire, di capire, di condividere, di emozionarsi. Nulla di buono – in quanto coppia – per la loro durata.
I presupposti ci sono tutti, allora, perché reciti la parte del marito alla Vianello nel rapporto di coppia con la Mondaini. Mi sento come se cedessi ad una tentazione sociale disdicevole. Se a ordinare le sue paia di mutande è stata mia moglie le cose cambiano, gli dico, visto che io ne ho che mi avanzano, chissà per chi saranno. Qui alludo – che tramite un ordinativo venga a scoprire un altarino e un altarino che non è granché essendo addirittura bisognoso di mutande, sei paia – e lui potrebbe approfittarne, ma lui non ne approfitta affatto. Fa un passo indietro, assume la postura del geometra, mi squadra di traverso e dice no, sono proprio della sua misura – perfette. A questo punto smetto la recita e mi vergogno sin un pochino. L’amore non è questione di decisioni, se mia moglie ha deciso così, gli dico, avrà le sue buone ragioni – per esempio che al momento opportuno potrà vestirmi con mutande nuove di zecca: qua le mutande e là – addio, è il momento degli addii – i 29 euro.
F. A.
Nota
Il colle di Sion di Gino di Sant’Agnese è stato pubblicato a Verona, presso la Scuola Tipografica “Casa Buoni Fanciulli”, nel 1934. Le citazioni che ne ho tratto sono alle pagine 447 e 448. Il cervello delle donne della neuro-qualcosa Louann Brizendine è stato pubblicato da Rizzoli, Milano 2007. Concordo con chi lo vorrebbe sul comodino di tutte le coppie – una copia a destra ed una a sinistra, però – se di matrimonio d’amore si tratta. Ne L’uomo di paglia – un film di Pietro Germi del 1958 -, c’è un cenno significativo – in quanto a politica dei generi – al bucato. E’ un dialogo tra bambino e papà cui, a sorpresa, si aggiunge la mamma, che, non vista, ascoltava. Si sta discutendo dei vari gesti collaborativi e d’amore che hanno caratterizzato il percorso matrimoniale del padre – leggende familiari: “E una volta hai fatto il bucato”, dice il bambino – e il papà: “Questo non lo ricordo”. Al che interviene la mamma: “Come ? Ora te ne vergogni ?”