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Caccia all'ideologico quotidiano
Un avvertimento per tutti gli ascoltatori
Chi si lamenta e chi provoca
Due morti, due nomi
Due morti, due nomi
Alcuni mesi or sono – da un bel giorno del settembre scorso, se non vado errato – ha fatto la sua apparizione in piazza. Come l’ho notato io, l’hanno notato tutti. Stazionava su due angoli – o sull’uno o sull’altro – degli altri nove non gliene fregava assolutamente niente se non per rapide puntate al Supermercato, dove si riforniva di cibo. E stazionava a lungo. L’intera giornata, in pratica. Che piovesse o meno – un po’ più sotto la grondaia o un po’ più in piena aria – e portava con sé, uno per mano, due ampi sacchetti. All’imbrunire spariva per ricomparire l’indomani mattina. Piuttosto a posto, tra i quaranta e i cinquanta, mi ha fermato un paio di volte per sapere che ore erano, mai mi ha chiesto del denaro, mai altro – un campione di discrezione, cortesia, ritegno, correttezza, autodisciplina. Nei due suoi ampi sacchetti c’era dentro forse tutto ciò che gli rimaneva – in termini di materialità – della sua storia. Mi immagino contenessero cose essenziali per la sua esistenza. Ricambi di indumenti, mezzi per ripararsi alla bell’e meglio dal freddo, qualcosa per tenersi pulito e per salvare la propria faccia sociale, i documenti per garantirsi la ratifica burocratica di sé.
Peter Van Wood, astrologo e chitarrista e' morto al Policlinico Gemelli di Roma, dopo una lunga malattia, il 10 marzo 2010. Come dice un amico mio, essendo astrologo, doveva prevederlo. Nato il 19 settembre 1927 all'Aja, nel dopoguerra, nel 1949 – ignoro in merito a quali casi della vita – comparve in Italia e qui si fermò. Io lo ricordo per un paio di canzoni fondamentali, composte e cantate prima che prevalesse la sua fama di astrologo – canzoni come Tre numeri al lotto che – lo dico per i cultori della materia – erano 25, 60 e 38 e, soprattutto per Butta la chiave. I cui versi iniziali dicevano “Gelsomina apri il portone, va bene, butta la chiave allora/ butta la chiave butta la chiave/ cara piccina, lasciami entrare, butta la chiave del porton” – senza che nessuno, all’epoca, si ponesse soverchi problemi sul loro potenziale metaforico. Wan Wood lo ricordo bene perché, nel 1956 – grazie alla canzoni che cantava – faceva parte di un nutrito insieme di oggetti del mio desiderio. Come ciò sia potuto accadere è l’argomento di un mio recente libretto intitolato Firma altrui e nome proprio, dove racconto, per l’appunto, un comune caso di archeologia domestica. Durante un trasloco, alla voce sgombro della cantina, salta fuori un vecchio sacchetto di plastica che contiene un tesoro che è un rebus: un’agendina del 1956, biglietti da visita scritti da mano infantile e pasticciona, reliquari di autografi e fotografie con dedica, fra le quali, per l’appunto, quelle di Van Wood. Alcune ad un nome e alcune altre ad un altro nome. Tutta roba che soltanto in un certo tipo di trasloco può essere salvata, perché se avessi dovuto portarmela dietro, in un sacchetto, per il resto dei miei giorni, l’avrei destinata direttamente alla pattumiera senza passare dal vaglio della mia incerta memoria. La propria storia è un lusso. Non tutti possono permettersela, non tutti sanno permettersela senza invaderne la storia altrui.
Visto che i due nomi erano ugualmente miei – uno familiare, il nomignolo, l’altro pubblico – e che il momento mi vedeva tra gli undici e i dodici anni – e che le fotografie di famiglia mi vedevano in due soluzioni ben diverse e fin ideologicamente opposte del codice vestimentario, in pantaloni corti e in pantaloni lunghi – ecco che quanto ritrovato si propone come testimonianza – traccia, segno, sintomo, simbolo, qualsiasi cosa che stia per qualcos’altro – di una mia fase evolutiva particolare. Quegli appunti sull’agendina – i primi numeri di telefono di qualcun altro, i film visti, gli spiccioli spesi, una sorta di primitiva ragioneria che andava perdendo di rilevanza man mano che, dal primo dell’anno e dai suoi proponimenti di prammatica, i giorni passavano – mi raccontavano dell’esigenza di uscir di casa, di autogestirmi il tempo e di ricevere posta mia – di ricevere posta da gente importante, da quelle stelle del cinema e della canzone che nelle loro dediche di maniera mi chiamavano ora in un modo ora nell’altro, ora con un nome che avrei cercato di far dimenticare, ora con il nome con cui, obtorto collo, mi sarei chiamato per il resto della vita che mi rimaneva da vivere – e quella raccolta di autografi oggi dimenticata ma certamente tanto amata mi conferiva al contempo la dignità nuova di un possesso, la prova tangibile dell’autonomia cercata, una sorta di primo viatico, preadolescenziale, alla ribellione nei confronti dell’autorità genitoriale. È un saggio di “sociologia di se stessi”, ma, al contempo, vuol anche costituire un modello di indagine per una sociologia di chiunque, un tentativo di riportare alla luce qualcosa di quelle forze perlopiù oscure, ormai imperscrutabili, che ci hanno formato così come ci ritroviamo fatti e presumibilmente finiti anni dopo, con il nostro bel pacchetto di categorie con le quali guardare al mondo che ci siamo costruiti. Anche tramite i nomi – anche tramite i nomi propri – che, lungi dall’esser mere emissioni di voce, si portano dietro un carico categoriale che, nella consapevolezza o nell’inconsapevolezza sia di chi lo affibbia e sia di chi se lo trova affibbiato, orientano, manipolano, plasmano la persona e i suoi comportamenti. Nomi che diventano valori veri e propri – carichi di positività e di negatività passivamente subite – che sarà tanto difficile scrollarsi di dosso quanto sarà necessario riuscirci ai fini della configurazione di un’identità propria consapevolmente vissuta e della liberazione politica del soggetto alla sua prima catena.
All’epoca in cui non c’è più bisogno di farsi buttare la chiave per aprire il “porton”, perché, come dire, nello spegnersi di quel motore metaforico, la funzione è ormai automatizzata – e non sto parlando soltanto di citofoni -, Gelsomina è nome ormai obsoleto. Dal 1954, la sua fortuna ha avuto un tracollo – da quando l’ha usata Federico Fellini per il personaggio femminile interpretato da Giulietta Masina ne La strada. Ora, o è nome da clown o è tradotto in versioni più gradevoli al palato mentale della modernità – come Jasmine, per esempio, come Jasmine Trinca, l’attrice che, nel 2001, debuttò ne La stanza del figlio di Nanni Moretti, che è nata nel 1981 e che, in nessun caso – ai nostri occhi – avrebbe potuto chiamarsi Gelsomina Trinca e inscrivere il proprio nome nel sistema delle stelle.
Anche scrollarsi di dosso un ruolo è difficile. L’attendista in piazza, l’uomo sulla strada, quello che non avrebbe mai potuto portarsi dietro una collezione di checchessia, la neo-Gelsomina da Fellini prima maniera, ha superato questo rigido inverno, ma l’altro giorno non è più comparso. Qualcuno di buon cuore gli ha trovato un lavoro in un cantiere e, al primo giorno di lavoro senza che nessun Wan Wood potesse evitarglielo – disattenzione sua, disattenzione altrui, una retromarcia, a quanto pare – è morto. Il commento più ovvio è quello di chi dice che, allora, sarebbe stato meglio che il lavoro non glielo avessero trovato. Si noti: non che “non se lo fosse trovato”, che “non glielo avessero”, perché, constatandone l’impotenza sociale e privandolo del libero arbitrio, tutti ma proprio tutti gli attori del dramma – dal padrone al manovratore, dall’eventuale astrologo fino alla leva del cambio – vengono assolti. L’impersonalità del responsabile e la più pia delle intenzioni che di certo l’aveva animato garantisce tutti noi per quella minima porzione di coscienza di cui, più per convenzione che per altro, siamo chiamati a rispondere.
F. A.
Nota
Firma altrui e nome proprio è pubblicato da Odradek, Roma, nel 2009. A scanso di equivoci: non è che il nomignolo con il quale mi si chiamava in famiglia fosse “Gelsomina”.
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