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Uno strattone alla manica

Uno strattone alla manica

Racconta Arthur Koestler di un sabato sera, a Berlino, nel dicembre del 1931. Dopo averla fatta riparare, aveva ritirato l’automobile dal meccanico ed era andato a giocare a poker, a casa di amici. Perde molto di più di quel che avrebbe potuto permettersi – tutto quello che aveva – poi va a un  cocktail in un salotto della sinistra radicale e si ubriaca. Alle tre di notte raggiunge la sua auto, che, senza miscela anticongelante nel radiatore, non parte. Disperato, trova riparo per la notte grazie alla generosa offerta di una ragazza che gli aveva sempre dato sui nervi. La ragazza gli offre di più di un letto caldo e questo fa sì che, al mattino dopo, al risveglio, aumenti il suo senso di colpa.
    “Ora, avevo sempre ciecamente creduto, per una sciocca superstizione, all’importanza di avvenimenti che si verificano in serie”, scrive nel suo diario, “Quando  grandi e piccole calamità si succedono in un breve intervallo di tempo, sembrano esprimere un ammonimento simbolico, quasi una forza misteriosa che vi tiri per la manica. Sta a voi decifrare il senso del messaggio appena accennato. Se lo ignorate, niente probabilmente accadrà; ma potreste aver perduto l’occasione per rifarvi una vita, lasciandovi alle spalle una svolta importante senza averci fatto caso. Non si tratta di una superstizione del tutto infondata se si ammette che tali serie nefaste sono spesso frutto di inconsce premesse; che l’ammonimento può essere stato formulato da quel “qualcuno in me più di me stesso”... “Più tardi” – è la conclusione che prelude alla sua iscrizione al Partito Comunista – “venni a sapere che André Malraux ha una simile superstizione, o credenza; egli chiama quello strattone alla manica, per una strana coincidenza, “le language du destin”.

Koestler, in definitiva, esprime un’opinione abbastanza moderata. Parla al dubitativo di questo destino che parla e ammette che il nostro inconscio potrebbe parlare per lui. Più tardi, nel 1983 – quando lui, vecchio e malato, e la moglie, giovane e sana, decidono di farla finita con la vita –  le sue opinioni in proposito sono leggermente cambiate e lascia i suoi beni perché un istituto, a Edimburgo, approfondisca le ricerche sulla cosiddetta parapsicologia. Presumibilmente, Koestler oggi andrebbe molto d’accordo con Giorgio Galli che, nei giorni scorsi ha pubblicato una nuova versione di un libro che aveva già pubblicato nel 1992, Le coincidenze significative – tema che, da Flammarion a Jung, passando per Kammerer – ha sempre avuto i suoi cultori appassionati. In questo libro, Galli sostiene che “se la teoria delle coincidenze significative non attiene alla sfera della razionalità, non vi attiene nella stessa misura nella quale non vi attiene la fisica”, a partire dalla teoria della relatività einsteiniana e dalla meccanica quantistica nata sugli esperimenti di Planck e sviluppata da Bohr. So che l’argomento meriterebbe ben altra discussione, ma qui mi vorrei accontentare di dire che, messe così le cose, tutti i torti non può averli: in molte formulazioni della fisica del Novecento – principio di indeterminazione di Heisenberg incluso – tracce di misticismo sono più che evidenti. Il che, peraltro, non autorizza a legittimare checchessia. La procedura scientifica resta pur sempre caratterizzata dalla sua ripetibilità – almeno in linea di principio – e dalla sua intrinseca democraticità, perché a chiunque deve essere consentito di ottenere i risultati ottenuti da altri. Diciamo che Galli prova a mettersi al riparo dalle accuse più ovvie – quelle di trovare un ordine, anche se un ordine particolarmente oscuro e segreto, nelle vicende umane, un ordine a tutti i costi – ammette, allora, che le coincidenze trovate, quelle che lui considera “significative”, sono anche e soprattutto una sua costruzione. Faccio un esempio. Conclude il libro evidenziando alcune “coincidenze” in cui, nei drammi della nostra recente attualità, compare il nome “Carlo” o “Charles”, e, ad un certo punto s’imbatte in quel Charles Bishop che, negli Stati Uniti, il 4 gennaio 2002 si è schiantato con l’aereo contro un grattacielo.  Fa notare, dunque, Galli che il cognome del poveretto, “Bishop”, in inglese significa vescovo e anche alfiere –  l’alfiere del gioco degli scacchi. Un ruolo religioso, dice Galli, “mentre la religione ha tanta parte nelle guerre in corso” e un pezzo degli scacchi, proprio mentre Obama, in Medio Oriente, sta giocando una difficile “partita a scacchi”. Due coincidenze ? Certo, perché no, è pur sempre lui a chiamare “partita a scacchi” l’attività del Presidente Obama in Medio Oriente ed è pur sempre lui a voler far emergere gli aspetti religiosi delle guerre in atto. Il loro significato, poi, rimane comunque, innanzitutto, un problema tutto suo – poi e soltanto poi, nel momento in cui ce lo spiega può diventare anche nostro.

In Un mondo di coincidenze, Ennio Peres sembrerebbe più cauteloso. Inizia definendo la coincidenza come quella “particolare situazione” che sarebbe contraddistinta da tre “elementi basilari”: il verificarsi di un primo evento, il verificarsi di un secondo evento e la rilevazione di una caratteristica comune ai due eventi. Con il che, però, rinvia al criterio per stabilire cosa sia una caratteristica comune a due eventi, perché i casi a questo punto sono due: o la caratteristica comune è un dato di fatto o è la costruzione di qualcuno. Ma se poi, come nel secondo capitolo, mi parla di “coincidenze matematiche che si riscontrano in natura” finisce con il confondere le cose: se la matematica è una nostra costruzione quel che riscontriamo in natura non è qualcosa che troviamo bello e fatto, ma è qualcosa che ci portiamo noi stessi.

Ho l’impressione che la maggior parte dei problemi relativi al concetto di coincidenza dipenda dall’inconsapevolezza relativa al modo con cui, prima, ci costituiamo la “stessità” di qualcosa e, poi, ne parliamo. Dobbiamo renderci conto che niente è lo stesso di per sé, ma lo è in virtù di un nostro particolare operare e degli scopi che guidano questo operare. Ciascuno di noi, per esempio, guardandosi allo specchio ogni mattina si considera sempre lo stesso, anche se, dal punto di vista biochimico, ogni tre-quattro mesi siamo nuovi di zecca. Diciamo che convenzione vuole – fino a  che lo vuole, beninteso – che noi ci si consideri gli stessi e che gli altri facciano altrettanto. Fino a che non accettiamo questa nostra libertà operativa – una libertà che comunque deve fare i conti con il contesto sociale e politico nel quale operiamo –  sulla coincidenza – come sul caso e sulla necessità – rimarrà sempre un’aura magica o misticheggiante.

Sia Galli che Peres citano – in senso opposto – lo stesso noto esempio. Dice Peres che nei giorni successivi all’attentato dell’11 settembre 2001, girava su internet un messaggio inquietante: “aprite un qualsiasi programma di Microsoft Word, digitate in maiuscolo la sigla di uno dei due voli dirottati sulle Twin Towers, ossia Q33NY; selezionate il set di caratteri Wingdings. Che cosa appare? Per chi non lo sapesse, dico che i caratteri Wingdings sono un set di caratteri particolari costituiti da tratti iconici inventato da qualche burlone per divertirsi. Che cosa appare, allora, con questi caratteri ? Nell’ordine: il profilo di un aereo, orientato verso due sagome rettangolari, un simbolo della morte –  il teschio e le ossa incrociate – e la stella di David. Peccato, dice ancora Peres, che le vere sigle dei due voli fossero rispettivamente AA011 e UA175 – le quali tradotte in Wingdings non danno alcunché di sensato. Anche Giorgio Galli cita il giochino, ma guardandosi bene dal correggere la sigla del volo, lo categorizza come coincidenza significativa e lo incastona nella sua ricca raccolta.

Ora, io vorrei anche far notare che Koestler considera come “negativa” tutta la serie degli eventi che ha descritto, ma che questa negatività  è il risultato di una categorizzazione successiva agli eventi: la partita a poker, prima di giocarla, è un piacevole momento di ebbrezza e di speranze, l’abbondanza di alcolici al cocktail è festeggiata; la mano amica che lo soccorre nella notte gelida e che lo porta fino nel proprio letto dove – prima e durante – la mano diventa qualcosa di più, è percepita con sommo piacere e godimento, secondo il principio tutto umano che per sentire il peso della colpa c’è sempre tempo. La serie stessa, in quanto serie, è il risultato di una selezione tra tutti gli eventi occorsigli – eventi scelti ad hoc per i fini impliciti del racconto che ci fa.

Che il libro di Galli e quello di Peres – dove si parla di coincidenze – siano stati pubblicati negli stessi giorni è una coincidenza, presumibilmente significativa per il primo quanto insignificante per il secondo. Che Bishop – come quello del Cessna nel 2002 - si chiami anche la biologa che l’altro ieri – allorché avevo appena deciso di occuparmi di questo argomento – all’università di Huntsville in Alabama, ha sparato su un gruppo di colleghi ammazzandone tre e ferendone gravemente altri tre, è una coincidenza che rilevo io, ma troppo tardi, comunque, per rendermi utile a chicchessia. Il problema dello strattone alla manica è sempre lo stesso: non dico che uno, ad un dato momento, non lo senta, ma dico che non saprà mai se gliel’ha davvero dato qualcuno, se è rimasto impigliato da qualche parte o se – all’insegna della mano destra che non sa quel che fa la sinistra – la manica se  la è tirata da sé.

F. A.


Nota

La vicenda di Koestler è raccontata nel primo volume dei suoi diari, Freccia nell’azzurro, Mondadori, Verona 1955, a pag. 393. Della sincronicità mi sono occupato in una caccia del 18 giugno 1995. Le coincidenze significative di Giorgio Galli, apparso nel 1992 da Solfanelli, è pubblicato da Lindau, Torino 2010. Un mondo di coincidenze di Ennio Peres è pubblicato da Ponte alle Grazie, Milano 2010.

ogni domenica dalle 12.30 alle 13.00

a cura di Felice Accame e Carlo Oliva

caccia(at)radiopopolare.it

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