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Caccia all'ideologico quotidiano
Inventare la storia
In nome del popolo
Mario e i magi
Mario e i magi
Spesso, si può istituire un rapporto piuttosto preciso tra il modo con cui la popolazione umana si distribuisce nello spazio e i valori che guidano i comportamenti sociali. Densità nei luoghi pubblici e ideologia, vissuta più e meno consapevolmente. Fu così che, nei caldissimi giorni di agosto, al mare, quel mattino, Anna ed io non potemmo fare a meno di notarlo. Il popolo dei vacanzieri vagava con l’unica meta costituita dal pranzo di mezzogiorno ancora lontano, vagava, riunendosi e disgregandosi per viuzze e piazzette, cercando ombra, panchine libere, focacce e pizzette, sgomitando in lente derive ovunque. Ovunque tranne che là, dove è vero che una panchina c’era e che era occupata da una sola persona, ma è anche vero che questa persona la panchina la occupava tutta, per tutta la sua lunghezza; è anche vero che questa persona era troppo vestita per poter essere un vacanziere, che era troppo in là con gli anni per poter partecipare della movida nazionalpopolare, che dormiva della grossa, che la bottiglia semivuota abbandonata lì davanti sembrava più che sufficiente per fornire una spiegazione. O un’ubriachezza particolarmente precoce sull’arco della giornata, o un postumo della notte precedente – sia come sia, una situazione da cui stare alla larga.
La parola designa il pensiero, si sa, ma si dà anche il caso – più frequente, forse, di quanto si creda – in cui chi parla incontra le sue belle difficoltà a farsi comprendere. La parola si porta dietro significati che si vorrebbe espungere e si è incerti sull’opportunità di sceglierne un’altra, oppure si è restii a ricorrere a quel neologismo che, perlopiù, mette a maggior rischio la comunicazione. A volte sono dolori per tutti. Ci riflettevo nei giorni scorsi a proposito della teoria dell’evoluzione di Darwin. La parola “evoluzione” implica lo sviluppo verso una direzione o uno scopo di qualcosa di preformato o preconfezionato. Una stella, per esempio, evolve verso un suo certo stadio a seconda dell’interazione fisica dei suoi componenti, come un foglio di carta piegato e ripiegato può essere ricondotto al suo formato originale. Non è il caso della storia della vita perché in essa l’azione della cosiddetta selezione naturale – una metafora pericolosa perché sembra suggerire che ci sia qualcuno a scegliere fra più alternative – non può essere mai disgiunta da una buona dose di casualità. Per quanto allora abbiano potuto darsi da fare i neo-darwinisti – spiegando e rispiegando il senso della teoria dell’evoluzione -, c’è sempre stato qualcuno pronto ad equivocare: l’evoluzione umana sarebbe guidata, la nostra storia, di progresso in progresso e di miglioramento in miglioramento, andrebbe in una direzione e sarebbe dotata di uno scopo. Darwin stesso, sulle prime, fu piuttosto cauteloso nell’usare la parola “evoluzione”: nel suo Origine delle specie la usa una volta sola – nell’ultima frase in forma di verbo – e si decide ad usarla soltanto molti anni dopo nella sesta edizione. Forse avrebbe fatto meglio a lasciar perdere parlando invece – come hanno fatto i biologi francesi per lungo tempo – di “trasformazione”.
Alla sera si va ad una di quelle improbabili sagre che, lungo l’intera nostra penisola, rinnovano improbabilissime tradizioni nel tentativo di carpire qualche euro in più al vacanziere. E’ arrivato anche l’amico Massimo e la sagra delle trenette della parrocchia San Francesco sembra fatta apposta per noi. C’è pieno di gente, l’aria odora di carni alla brace, c’è l’orchestra, c’è anche qualcuno che balla - m’immagino che si pratichi sufficiente indulgenza sociale perché possa ballare anch’io -, c’è perfino la pesca di beneficenza. Adempiamo al rito della scelta di fronte alla lavagna, facciamo la fila alla cassa e ci facciamo le nostre file cibo per cibo, piatto di pendula plastica per piatto di pendula plastica, sperando invano che di frittelle ce ne siano ancora – dalle trenette decidiamo saggiamente di astenerci. Poi ci sarà il problema di trovare un posto nella ressa dei tavolacci. O, meglio, avrebbe dovuto esserci questo problema – data la quantità di gente che c’era -, ma il problema non c’era. Proprio in mezzo al bailamme – ma guarda un po’ – c’è almeno una dozzina di posti vuoti. Strapieno ovunque e non lì. Lì, vuoto. O quasi. Vuoto non del tutto. Un posto, uno solo, proprio al centro del vuoto, uno solo è occupato. Ci avviciniamo e facciamo due più due. Lo riconosciamo subito: sta dormendo della grossa, compostamente, appoggiato sul tavolo, una bottiglia più di là che di qua, pacchetto di sigarette e accendino posati l’uno sull’altro accanto. E’ quello che dormiva sulla panchina, questa mattina, proprio lui. Ed è a lui, questo lo sappiamo, che dobbiamo i posti liberi dove poter mangiare nella santa pace-si-fa-per-dire del chiostro della parrocchia San Francesco. Ravioli, salsiccia e polenta, braciola e patatine fritte – diciamo che come adepti della tradizione abbiamo preferito stare sul vago – vanno dunque giù allegramente fra sigarette e bicchieri di quel vinello leggero e salatino di quelle parti. Tutto bene nei limiti in cui poteva andar bene qualcosa, ma tutto bene. Senonché. Senonché Massimo si era tenuto nella manica lo scontrino delle frittelle alla mela e, proprio pochi secondi dopo che lui si è alzato, forse sentendosi all’improvviso più solo, l’uomo che fino ad allora non aveva dato alcun segno di vita ne da uno di quelli drastici. Fa come per risollevarsi con energia dalla propria posizione ma di energia ce ne mette forse troppa; non solo si risolleva in posizione eretta ma prosegue – oltre, all’indietro, finendo una traiettoria improvvisamente rapida contro le panche dei tanti posti vuoti tutt’intorno. Ci fosse stato qualcuno non si sarebbe fatto alcunché, ma il legno, invece, è duro e lui ci è arrivato sopra senza neppure tentare la frenata. Un attimo, ed è là. Anna scatta ad aiutarlo, io gli parlo, “tutto bene ?”, lui mi guarda e fa cenno di sì – ha occhi buoni, rassegnati, comprensivi. Ma c’è sangue: due strisce nei suoi bei capelli bianchi e grigi fitti, e sangue che sgorga da un dito – che si guarda con una certa preoccupazione. Non una parola. Tutt’attorno la gente si esercita nella semiotica dello zelo e nello sguardo preoccupato da lontano Dopo un po’ arriva un cuoco e lo chiama Mario, ma si guarda bene dal toccarlo – l’unica che mantiene con lui un contatto fisico e lo sorregge da dietro è Anna. Nel frattempo torna Massimo con le frittelle calde. Mario tace ma i suoi occhi mi guardano da là in basso mansueti e quasi divertiti – non fosse per quel sangue troppo copioso – come se nell’ennesima legnata del suo destino sapesse leggervi l’ironia di una storia non soltanto sua. C’è stato un lungo stallo. Noi tre a vegliarlo. Uno iato temporale in cui le frittelle si raffreddavano, il passaparola modificava di qualche etto il palinsesto della serata, la sagra si faceva meno sagra, i profumi di carni sulle braci si facevano più rarefatti e, forse, l’orchestra perdeva qualche colpo. Poi arrivano le pratiche rappresentanti di una qualche croce di qualche colore – lo salutano come un habituée del servizio, “ciao Mario” -, lo imbarellano e lo portano via. E’ a questo punto che, dall’altoparlante, qualcuno emette una sorta di comunicato ufficiale: “C’è stato un malore, colpa del caldo, nessuna preoccupazione, non è accaduto nulla, presto la situazione tornerà normale”. L’orchestra riprende con nuovo vigore e, senza troppe ambasce, si balla.
Che le parole risultassero inadeguate è evidente. Come “evoluzione” che, portandosi appresso un carico ideologico indesiderato, è inadeguata a designare un processo che non sia caratterizzato né dalla direzionalità né dalla finalità, così questo “malore-colpa-del-caldo” è oppresso da un carico di ipocrisia (a proposito: anche “sepolcri” imbiancati - – freschi e luminosi fuori quanto bui e marcescenti dentro - risulterebbe oggi viziato da sfumature semantiche eccedenti; “loculi” imbiancati risulterebbe modestamente più adeguato alle nostre circostanze cimiteriali). Scelte semantiche infelici ma per motivi diversi: l’una per un lascito storico, l’altra per una volontà tutta attuale. A quel tasso di viltà collettiva con cui già si teneva a distanza la persona che non partecipa alla competizione sociale – l’estromesso, lo stigmatizzato, il perdente, il deviato – se ne aggiunge una dose in più nel momento in cui questo, per il solo atto di una banale presenza, disturba, ma nel designarne la vicenda la parola si falsa: non si dice, semplicemente e chiaramente, che è “ubriaco”, ma si tira in ballo una categoria onnicomprensiva come quella del “malore” e, a causa, si elegge il soggetto ideale, il caldo, soggetto di stagione, il soggetto ideale per scaricarci tutti da qualsiasi responsabilità. Passata, presente e futura.
F. A.
Nota Per un riscontro della differenza tra l’evoluzione degli astronomi e quella dei biologi evoluzionisti, cfr. Stephen Jay Gould, I Have Landed, Codice, Torino 2009, pagg. 251-270. Per uno sguardo complessivo sull’evoluzionismo darwiniano, cfr. V. Somenzi (a cura di), L’evoluzionismo, Loescher editore, Torino 1981.
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