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Vie ad personam

Non è difficile immaginare il motivo per cui la sindaca Moratti, con tutte le cose serie di cui dovrebbe occuparsi, ha dedicato le sue residue energie alla causa della beatificazione toponomastica di Bettino Craxi.  Il soggetto non sarà forse il più adatto a simili atti di omaggio, almeno dal puinto di vista di chi voglia tener conto delle sue disavventure giudiziarie, ma il suo ruolo di (presunto) perseguitato dalla Procura di Milano ricorda troppo da vicino quello che si è autoattribuito Berlusconi per non fare scattare il riflesso condizionato.  Se i nemici dei miei amici sono i miei nemici, evidentemente, onorando lui si disonorano quei magistrati di cui il sommo capo ha tanto da dolersi e basta questo per passar sopra a ogni scrupolo giuridico e a qualsiasi perplessità giustizialista.  La proposta, in effetti, pur presentata con le tinte solenni della rivalutazione storica, si riduce con facilità a una fin troppo evidente manifestazione di piaggeria, quale ben ci si può aspettare da un personaggio (la sindaca in questione) che solo da Berlusconi ha avuto l'investitura alla carica che ricopre e solo da lui ne può sperare la riconferma.  Non sarà un granché dignitoso, ma è così che si fa politica nell'Italia del centrodestra.
    Né serve molto chiedersi, come pure si è fatto, se il  leader socialista abbia vissuto i suoi ultimi anni da esule o da latitante.  I due termini non sono incompatibili ed è ovvio che chi sceglie l'esilio, di solito, lo fa per poter latitare.  L'uso di una definizione piuttosto dell'altra rappresenta un tipico giudizio di valore e dipende esclusivamente dal punto di vista di chi lo esprime.  Giuseppe Mazzini, tanto per fare un esempio che a lui non sarebbe spiaciuto, fu esule a Londra e altrove perché nel Regno di Sardegna, e poi in quello d'Italia, pendevano sul suo capo non pochi mandati di cattura.  Quando morì a Pisa non era più esule, ma latitante sì, e questo non toglie nulla al valore storico delle sue azioni, né modifica di un briciolo il giudizio che si può dare sulla sua persona.  Bisogna solo tener presente che i criteri storiografici con cui definirlo sono tutt'altri.
    Ora, storicamente parlando, nessuno può dubitare che Craxi sia stato al centro, in un modo o nell'altro, di un ampio giro di tangenti e, quindi, di corruzione.  Non lo negò mai, d'altronde, lui stesso: si limitò a opporre che, intanto, lo facevano tutti e poi che era una necessità imprescindibile della vita politica di quegli anni, due tipici argomenti non giuridici, che non modificano in nulla la natura dei reati che gli furono ascritti e delle condanne che gli vennero comminate.  Ad Hammamet non si ritirò perché sdegnato con i patrii numi o disilluso sul destino del paese, ma perché, venutagli a mancare l'immunità parlamentare, la prospettiva della galera si era fatta piuttosto imminente,
    Certo, i magistrati non sono infallibili, le leggi possono essere inique, bisogna tener conto – comunque – delle attenuanti e si può decidere che i meriti politici del personaggio superano ad abundantiam i demeriti etici e giudiziari.  Ma qui sta il punto.  È facile parlare, come fanno in tanti, del Craxi perseguitato e vilipeso, ma avrete notato anche voi che quando si tratta di definire con esattezza i risultati del suo agire politico, i motivi che ne farebbero, a differenza di altri, un vero statista, il discorso si fa improvvisamente un po' vago.  Fu uno dei protagonisti di una stagione lunga e febbrile, in cui l'Italia conobbe – si dice – uno straordinario processo di modernizzazione, ma sugli effetti precisi di quel processo non c'è alcuna concordia e sul fatto che non fu comunque lui a guidarlo in prima persona ci sono ben pochi dubbi.  Aveva, anzi, un progetto politico piuttosto preciso, quello del “riequilibrio a sinistra”  –  come a dire un cospicuo spostamento di voti al suo partito da quello di Belinguer – che gli avrebbe permesso di por fine al ruolo egemonico della Democrazia Cristiana e avviare il paese sulla via di utili, ma non meglio precisate riforme, ma non riuscì a realizzarlo, ostinandosi gli elettori a negargli il necessario consenso, e portò al culmine la sua carriera come riconosciuto sodale di personaggi senz'altro rispettabili, ma non proprio da contare tra gli innovatori, quali Forlani e Andreotti.  Il suo partito, si sa, poi lo mandò in rovina e nel relativo naufragio si sono persi i ricordi di un certo numero di beaux gestes isolati, come il rifiuto di Sigonella, e di cospicue mascalzonate, come il macero della scala mobile.  Insomma, avrebbe potuto essere un protagonista della storia italiana, ma non riuscì a diventarlo e passerà alla storia, se mai, solo come colui che mise il cerino acceso nelle mani di quel noto incendiario che fu ed è Berlusconi.
     Se basti questo a giustificare l'intitolazione di una via, di un giardino o di un parco, non sta naturalmente a noi giudicare.  Alla Moratti, evidentemente, basta e avanza, come dimostrano certi suoi inconsulti parallelismi, come quello con Giordano Bruno, che fu arso sul rogo, ma poi fu riabilitato, o quello con Garibaldi, cui l'essere stato, in gioventù, condannato a morte non precluse l'onore di figurare su innumerevoli targhe stradali.  Non è chiaro, naturalmente, quali nuovi modelli dell'Universo abbia tracciato il bravo Bettino o quante rivoluzioni vittoriose abbia guidato in un mondo e nell'altro.  D'altronde, come già abbiamo visto, non sono cose, queste, che possano preoccupare i fautori del futuro “parco Craxi”.  Come tante proposte che girano oggi, anche la loro è una proposta ad personam, ma la persona è un'altra.

  C. O.

ogni domenica dalle 12.30 alle 13.00

a cura di Felice Accame e Carlo Oliva

caccia(at)radiopopolare.it

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