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Caccia all'ideologico quotidiano
La sostanza vera
Le vie del Signore
Le vie del Signore
Da bambino, nel buio di una notte densa di timori per il non detto, a Loano – in quell’aria di mare e odori senza nome che ora non ci sono più – con i nonni, ebbi la prima nozione di cos’era un treno per Lourdes. Era fermo lì, per caso, in stazione, in attesa del suo turno sull’unica rotaia – un treno da cui non scendeva nessuno, su cui non saliva nessuno: fermo, buio, senza luci, senza nessuno ai finestrini che mi facesse ciao con la mano, privato di qualsiasi cenno di vita dalle tendine tirate – come trasportasse un mistero inaccessibile a me e a quei miei nonni silenziosi che, senza neppure scambiarsi uno sguardo, mi tenevano stretto per mano.
Lourdes, il film dell’austriaca Jessica Hausner è stato presentato al Festival di Venezia dell’anno scorso ed ha raccolto una serie di riconoscimenti – due dei quali mi lasciano alquanto perplesso: è stato premiato con la Navicella, da parte della Fondazione Ente dello Spettacolo e della “Rivista del Cinematografo” ed ha pure incassato il Premio della Critica. Non ho la più pallida idea dei film con i quali doveva essere confrontato e, dunque, non posso sapere se questi premi se li è meritati o meno. Dal momento che il film mi è piaciuto, sarei propenso a dire di sì – che, comunque, qualche premio se lo meritava. Ho dei dubbi, invece, sul fatto che, al contempo, meritasse il Premio Signis, da parte dell’Organizzazione Cattolica per le Comunicazioni (o “Organizzazione Cattolica Internazionale per il Cinema”, un nome del genere insomma, nato dalla fusione tra l’Organizzazione Cattolica Internazionale per il cinema e gli Audiovisivi e l’Associazione Cattolica Internazionale per la Radio e la Televisione) e il Premio Brian, da parte dell’Unione degli Atei e degli Agnostici Razionalisti. Sono due premi la cui natura e funzione – al di là di quella meramente propagandistica – non capisco bene e che, pertanto, temo che, invece di premiare rischino di svilire l’oggetto delle proprie attenzioni. Che, poi, siano retti da criteri poco chiari è dimostrato drammaticamente in questo caso: vorrebbero combattere su fronti opposti ma, nel frattempo, reclutano la medesima mascotte.
Lourdes di Jessica Hausner racconta di un gruppo di pellegrini che, come tanti altri prima di loro negli ultimi centocinquantanni, fanno questo “viaggio della speranza”. Fra di loro vi sono malati gravi e molto sofferenti, altri che curioseggiano, volontari che si danno da fare per portare conforto a chi ne ha più bisogno – magari mascherando sotto l’autorità della guida il fatto che ad aver bisogno di conforto siano proprio loro. Lo sguardo vorrebbe essere quello del cronista imparziale: momenti di preghiera, di disperazione e di quieta rassegnazione, qualche disputa sul primato dello spirito sul corpo o viceversa, ma anche pranzi, partite a carte, corteggiamenti, gelosia, meschinità, marketing, organizzazione, pratiche in cui il miracolo è trattato alla stregua dell’esito di una terapia, qualche bicchiere di troppo, gitarella sui Pirenei, festa conclusiva con il premio al miglior pellegrino e cantante strapelato che, tra preti e suore e chi ce la fa che ballano in una composta allegria, intona alla meno peggio Felicità di Al Bano – una canzone che pare scritta apposta per occasioni consimili. Fra i sofferenti – nemmeno tanto calorosa in quanto a manifestazioni pubbliche di fede – c’è Christine, interpretata dalla brava Sylvie Testud, che sembra ad uno stadio avanzato di sclerosi multipla e che, un mattino, si sveglia e, per la prima volta da tempo, riesce a tirarsi su da sé: va in bagno, si pettina, cammina, rimuove le dita delle mani. Sia che il contesto fosse quello, sia che non fosse quello, ci sarebbe stato – come c’è stato – chi avrebbe parlato di miracolo e chi di una temporanea regressione del male, chi l’avrebbe messa sui misteri della fede e chi sui misteri della biologia. Senza troppa enfasi, in entrambi i casi, perché se c’è un posto dove lo scetticismo sembra costituire l’ideologia dominante, questo, è Lourdes.
A Lourdes, tra preti, anziane volontarie e scetticheggianti rappresentanti dell’ordine costituito, si raccontano barzellette come quella dello Spirito Santo, di Gesù e della Madonna che discutono su dove diavolo andare in vacanza nelle prossime ferie. Vado a braccio e si saprà scusarmi delle inesattezze filologiche. Lo Spirito Santo, allora, propone Betlemme e Gesù è contrario, dice che lo conosce come le sue tasche, che non ci sono divertimenti, che come posto poi non è neppure un granché. Al che lo Spirito Santo propone Gerusalemme e Gesù a dire ancora di no, che ad agosto ci fa troppo caldo, che non è proprio il caso. E lo Spirito Santo cambia ancora la sua proposta, “Ho un’idea”, dice, “Lourdes”. A questo punto, a dirimere la questione è la Madonna, che salta su e dice: “Sì, sì, magnifico: non ci sono mai stata”.
Le vie del Signore sono infinite. Nel 1903, sulla scia dello scrittore Emile Zola, anche il biologo Alexis Carrel va a Lourdes, accompagna con uno sguardo che vorrebbe farci credere freddamente indagatorio la sua giovane paziente Marie Bailly, affetta da un’incurabile peritonite tubercolare, e assiste a quella che – lì, senza mezzi termini – viene definita una miracolosa guarigione. Carrel parte agnostico e torna cattolico. Da lì in avanti ne farà e ne dirà di tutti i colori – è per questo che le vie del Signore sono infinite. Tra le pagine de L’uomo questo sconosciuto – il libro che, nel 1935, l’ha reso celebre – e tra quelle dei Frammenti di diario e delle Meditazioni, possiamo leggere lo sviluppo di quel suo pensiero che, nel 1936, lo portò a far parte della Pontificia Accademia delle Scienze e, tre anni dopo, a rendere importanti servizi al governo di Vichy. La missione al mondo di Alexis Carrel – parole sue – è quella di liberarlo dagli “imbecilli” e dai “sentimentali” – eliminando, innanzitutto, i criminali e i malati di mente con il gas. La purezza della “razza” lo ossessiona, fino al punto di affermare che le “classi sociali” dovrebbero essere sostituite dalle “classi biologiche”, così come la “democrazia” dovrebbe essere sostituita da una “biocrazia”. Propugna, poi – per recuperare la “mistica cristiana”, dopo aver fatto piazza pulita di quei “pastori della Chiesa” che “non osano” predicare la morale evangelica “nella sua integrità” – una “androcrazia” e – per formare i Dirigenti del futuro – la costituzione di un “Istituto di Antropotecnica” – in pratica la realizzazione di un programma di eugenetica nazista. Ora, come costui potesse far convivere la sua esperienza del dolore altrui, la sua pietà per il malato – così come la racconta nel suo resoconto del viaggio a Lourdes – con l’elaborato calcolo sui modi per ucciderlo è una contraddizione in parte soltanto sua e, in parte, di tutti coloro che hanno fatto scelte analoghe, conversioni comprese. Che, oggi a Milano, esista un “liceo paritario” intitolato al suo nome è, invece, una contraddizione soltanto nostra – qualcosa già di più – qualcosa che si aggiunge ad un terrorizzante insieme di sintomi , dell’avvisaglia del male che ci attende.
Debbo onestamente ammettere che, da qualche tempo, non sto bene. Ho cominciato il mio tragico periodo primaverile – la “campagna di primavera” – almeno quaranta giorni fa. Un attacco di cervicale, sulla sinistra, che si è andato ramificando nella spalla. Giramenti di testa, leggero senso di nausea, mobilità ridotta, propriocezione limitata, dolore. Chetato il collo, è rimasta la spalla: dormire è stato un problema arduo e lunghissimo – come mi appoggiavo al cuscino cresceva un sordo dolore che, nel buio della notte, tendeva a dilagare. Nei giorni in cui – finalmente – la spalla andava a posto, mi è giunta un’infiammazione alla base dei metatarsi che mi ha azzoppato per una settimana. Ho dovuto ricorrere alle provvide attenzioni della mia podologa per riuscire a condurre – tra un’imprecazione e l’altra – un’esistenza apparentemente normale. Sabato scorso ho deciso che potevo far a meno delle solette protettive e domenica, camminando quasi come un cristiano, siamo andati al cinema. A vedere Lourdes. E’ alla sera stessa che ho cominciato a sentire come un ospite – indesiderato, indesideratissimo – in gola. In due giorni mi è esploso un raffreddore mostruoso: colamenti incontrollabili, starnuti in serie, fotofobia, mal di testa, giorni e notti da incubo. Da ieri, tossisco e assisto impotente alle pretese imperialistiche del catarro. Voglio dire: la barzelletta raccontata nel film si fonda sullo statuto ontologico che siamo disposti ad assegnare alla Madonna – può andare a Lourdes come una turista qualsiasi e può “apparirvi” – un andarci piuttosto particolare – diciotto volte a Bernadette Soubirous. Anche il mio racconto si fonda sullo statuto ontologico che siamo disposti ad assegnare a ciò che ho visto : Lourdes, il film, e Lourdes, luogo di miracolose guarigioni. Nel secondo caso, da circostanza qualsiasi di un racconto, ecco che lo trasforma in paradosso. Tuttavia – vorrei chiarire – se l’Organizzazione Cattolica per le Comunicazioni e l’Unione degli Atei e degli Agnostici Razionalisti, volessero per ciò darmi un premio, lo rifiuterei. Ci si lasci almeno la libertà di sentire o di non sentire un dolore senza pensare di aver dimostrato nulla a nessuno.
F. A.
Nota
Viaggio a Lourdes di Alexis Carrel è stato pubblicato da Morcelliana, Brescia 1997. In questa edizione sono inseriti anche brani delle Meditazioni e dei Frammenti di diario. Soltanto molti anni dopo – tesi dei vari Alexis Carrel alla mano – avrei potuto cogliere la profonda analogia tra quei malati nascosti nei treni e chi veniva inviato nei campi di concentramento.
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