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Antropologia da camera
Antropologia da camera
Un po’ come in tutte le scienze – a volte in modo molto evidente – il problema cruciale dell’antropologia è quello del punto di vista. Chi pensa che l’osservazione sia in fin dei conti abbastanza obiettiva – possa esserlo – e chi pensa che l’osservazione della vita altrui – soprattutto se l’altrui è piuttosto lontano, in termini di cultura e in termini di chilometri – sia condizionata dai presupposti di chi guarda. D’altronde essere pienamente consapevoli di quanto apportiamo noi all’oggetto delle nostre attenzioni con il nostro stesso sguardo non soltanto è difficile, ma, spesso, è indesiderabile e indesiderato. Dalla ricerca antropologica, comunque, ricaviamo un’idea del modo in cui vivono gli altri, quelli categorizzati come stranieri, cui si riconoscono vari gradi di civiltà, quando non li consideri più frettolosamente selvaggi e primitivi. La psicologia dei popoli che ci trasciniamo dietro dalla cultura ottocentesca, tuttavia, in virtù dell’assetto sociale che implicitamente rappresentava, non poteva guardare alle stesse cose cui abbiamo imparato a guardare noi oggi : non era il risultato, detto in breve, degli strumenti analitici di cui possiamo usufruire noi oggi. Nel cercare tratti comuni o disuguaglianze nelle diverse culture, antropologi e psicologi di ieri non potevano, se non in misura ridicola e formale, considerare, per esempio, l’asimmetria di genere, ovvero quella differenza tra maschio e femmina che, come fa notare Goffman, informa la nostra vita cerimoniale perlopiù nell’inconsapevolezza dei protagonisti. Il cedere il passo, l’intervenire a soccorso, il prendere la mano da parte del maschio, certi toccamenti lievi nell’interlocuzione più innocente – tutto un insieme di premure più e meno affezionate che, essendo comunque gesti difficilmente reciprocabili, confermano una dominazione maschile che può essere esercitata nei luoghi e nei momenti più vari – non solo nel sopruso, ma anche laddove amorevolezza e gentilezza incorniciano l’interazione. Tutto un insieme di cose che fa affermare a Goffman che è il genere, non la religione, l’oppio dei popoli.
Tra i grafomani diaristi passa per un campione Henri-Frédéric Amiel, filosofo svizzero che, a quanto pare, ha lasciato dietro di sé – un sé che si è speso tra il 1821 e il 1881 -, un diario di diciassettemila pagine. Sarebbe ora di dire che, rispetto a Claretta Petacci, Amiel è un dilettante. Soltanto nel 1938 – tanto per dare un’idea – Claretta ha scritto 1810 pagine – che, moltiplicate per gli anni di attività di Amiel ne supererebbero di gran lunga l’impresa. Ci si è sempre chiesti, perché, povera anima, sia stata ammazzata – e spesso è stato sostenuto che è stata ammazzata per sbaglio – ma ora, qui, un motivo più che sufficiente, a conti fatti, c’è. O ci sarebbe stato – se chi è stato costretto a leggerlo – per dovere d’ufficio, si presume – questo suo incontinente diario, avesse potuto farlo lui e non trovarsi di fronte al fatto già compiuto.
Gli inglesi, un popolo porco, abbruttito e in decadenza. Egoisti, ubriaconi, smidollati, non hanno mai potuto sopportare né soffrire gli uomini grandi perché loro non ne hanno mai avuti. Un popolo che pensa col culo. Gli spagnoli non hanno la sensazione del tempo, sono come gli arabi: oggi, domani, fra un mese, un anno…Lo spagnolo è orgogliosissimo e superbo, ha secoli di storia. Come soldato è coraggioso, non ha paura di morire, è fatalista, mezzo arabo. Mangiano e dormono tanto I francesi, porci schifosi, pagano il fio della sterilità voluta dalle loro donne. Il francese è un buon soldato perché lo è sempre stato, è abituato alla guerra. Questi idioti dei francesi devono la loro decadenza e il loro cretinismo a tre elementi: la sifilide, l’assenzio e la stampa libera. I tedeschi, Un popolo formidabile, pericoloso, un popolo che discute e trova da ridire su tutto. Se metti loro e noi davanti a due porte con scritto su una “Paradiso” e sull’altra “Conferenza sul Paradiso”, loro entrano nella Conferenza. L’italiano, invece, legge “paradiso” e contento, senza pensarci su, dice “Bene” e corre. Gli italiani – si tirino le conclusioni e non si faccia caso all’autoreferenzialità del punto di vista: è l’antropologo Mussolini che parla – il nostro popolo è il migliore dell’universo. Non mangia che il necessario, beve poco e lavora. Siamo poveri, sì, ma siamo saggi, parchi e coraggiosi.
Il 26 dicembre del 1937 ascoltano Beethoven alla radio. A lui piace. Ma dice: “Peccato che sia ebreo, è bravo ma è ebreo”. Poi, soltanto poi, gli diranno di no – forse glielo dice Hitler che, nella Nona sinfonia, non in Wagner, vedeva l’apoteosi del nazionalsocialismo. Poi ascoltano un brano di musica moderna e si guardano impressionati dalla bruttezza dei brani. Lei dice: “E’ come una crisi di nervi”. E lui aggiunge: “Sciacquìo di piatti nel lavandino e periodo mestruale. Senti questo punto, se non sembra che bollano i fagioli”. Poi lei trova una forcina per capelli – non sua. Lui dice: “Chissà da quanto tempo è lì”: ai primi sintomi di una scenata di gelosia, la critica musicale può attendere.
I diari di Claretta Petacci sono tuttora segreto di Stato – il perché lo sa Dio e chi ha avuto l’infinita pazienza di leggerli scovando una giustificazione per sottrarli alla curiosità popolare. Liberati – e stralciati da mani pietose – sono solo quelli che arrivano al 1938. Spero di morire prima che siano resi pubblici gli altri, perché potrei anche incaponirmi a cercare il perché di tanta segretezza. Claretta registra l’espressione dei pensieri profondi del Duce – anche quelli che tendono alle intimità ed alle privatezze – anzi più questi che quelli -, come quelli relativi alla confessione che, di notte, quando si alza per la pipì, la fa spesso fuori dal vaso. E’ meticolosa nel registrare colloqui e telefonate. Lui gli telefona almeno una volta ogni ora – a tutte le ore. Lei, oltre ad andare qualche volta al cinema – con la sorella e con i servizi segreti al seguito – non ha null’altro da fare. Sta alla finestra, guarda, osserva, arguisce, immagina, rimugina e s’indispettisce. Abita in via Spallanzani, accanto a villa Torlonia, dove abita Mussolini al prezzo simbolico di una lira di affitto: lei lo vede rientrare, lo vede passeggiare nel parco, ne controlla tutte le mosse che può. Lui la tradisce più volte, ma – purtroppo per lei, a conti fatti – torna sempre. Così, tra un rapporto sessuale e l’altro che lei annota più e meno gioiosamente – il Duce ci tiene a dimostrare innanzitutto a se stesso la propria virilità – ne vien fuori una sorta di antropologia da camera, che – aggiornando il punto di vista – si trasforma in una camera caritatis.
Anticipando di parecchi anni quella che avrebbe potuto sembrare una poetica invenzione di Claudio Baglioni, Mussolini chiama Claretta “mio piccolo grande amore”. Anche lei inizia spesso la sua frase nominandolo come “Amore”. Ma l’asimmetria di genere non si riflette tanto nel linguaggio, quanto, piuttosto, nella logica del loro rapporto. Lui può dire tutto quello che vuole – lei non controargomenta mai – al di fuori del suo recinto costituito da ciò che può essere categorizzato da entrambi come “scenate di gelosia”, “confessioni di tradimenti”, “contrizioni” e “giuramenti d’amore”, a lei va tutto bene, essendo sempre e soltanto tutto ciò che le proviene frutto del migliore e del più geniale degli uomini. E’ un’interlocuzione a senso unico, mai si sogna Claretta di mettere in discussione le affermazioni del suo Duce. Lo tempesta di domande e – tranne che in un caso – gli tende ogni trabocchetto possibile in fatto di donne, ma in fatto di affermazioni politiche, scientifiche o religiose, in fatto di presunzione di sapere sugli altri esseri umani, in fatto di banale buon senso, Claretta tace.
La gelosia ossessiva di Claretta scatta ad ogni forcina per capelli ritrovata astutamente negli uffici del Duce o casualmente nella sua memoria sbruffona, tranne in un caso. Quando si tratta della moglie, di Rachele. In questo caso, nella versione del “dovere coniugale”, il Duce può permettersi tutte le scappatelle che gli pare. Anche nel gioco delle asimmetrie vale l’ubi major minor cessat – la reverenza borghese nei confronti del diritto di proprietà non scalfisce in alcun modo la sua sfera dell’amore o di ciò che, con tante parole, considera tale. L’antropologa Claretta, qui, non trema.
F. A.
Nota Mussolini segreto, diari tra il 1932 e il 1938 a firma di Claretta Petacci e a non semplice curatela di Mauro Tuttora è stato pubblicato da Rizzoli, Milano, nel 2009. Per un’analisi dell’asimmetria di genere, cfr. E. Goffman, Esibizione di genere, in E. Goffman, Il rapporto tra i sessi, Armando, Roma 2009. Per correttezza riferisco anche una tesi che vorrebbe rispondere alla domanda: “Ma perché diavolo di un motivo tutta questa carta si è meritata il segreto di Stato ?”. Secondo Ferdinando Petacci, nipote di Claretta, che scrive una specie di prefazione al libro, Claretta sarebbe stata ammazzata perché spia degli inglesi o, al meno, tramite di Mussolini con Churchill. I diari ne conterrebbero la prova o, se non proprio, potrebbero contenere informazioni sui rapporti con Mussolini che gli inglesi avrebbero ancora tutto l’interesse a non rivelare.
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