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Parità e disparità

Parità e disparità

Secondo Arnaldo Benini, autore di un saggio dal titolo Che cosa sono io (Garzanti, Milano 2009), in America, avrebbero trovato un modo sicuro per individuare quelli di sinistra distinguendoli da quelli di destra. I primi – risonanza magnetica alla  mano – reagirebbero a “situazioni nuove o conflittuali con un’attività elettrica molto intensa e variabile nella parte anteriore della corteccia cingolata” – che è una parte della corteccia della fronte. Nei secondi, invece, la risposta elettrica tenderebbe a “rimanere normale, come se essi fossero meno predisposti ad affrontare condizioni di conflitto”.

Io preferisco ancora mezzi più artigianali: l’osservazione dei comportamenti altrui, le argomentazioni che costoro sostengono, i valori che adottano, la funzione sociale che svolgono.
Per esempio: c’è una forma di rispetto delle idee altrui e c’è una sorta di obbligo morale alla critica – a non lasciar andare le cose alla malora per i fatti loro, a non rassegnarsi, a non tacere, a non guardare dall’altra parte – che, a mio avviso, caratterizza il pensiero di sinistra. C’è l’assunzione di responsabilità, c’è l’umiltà di chi è consapevole della disparità nel mondo e c’è, conseguentemente, un’infinita pazienza nell’accettare, per l’appunto, il conflitto implicito in questo stato di cose, di farsene carico. C’è anche una voglia inesausta di fare i conti con sé stessi, con la rassegnazione, con la voglia di resa, con la ricerca di un successo qualsiasi purché sia un successo.  Allorché individuo caratteristiche del genere nelle persone – con qualsiasi etichetta possano essersi presentate – so da che parte non dico che stanno ma da che parte possono stare. E questo mi basta.

Nelle pagine della rivista “PaginaUno”, nel numero 12 di aprile e maggio di quest’anno, Erika Gramaglia pubblica Dis-parità scolastica, un articolo molto critico nei confronti delle innovazioni volute dalla signora Gelmini, ministro della pubblica istruzione, articolo che, il 19 novembre scorso, in concomitanza con la ricomparsa di un movimento studentesco di opposizione in alcune piazze italiane, “PaginaUno” ripropone sul proprio sito in internet.
    Il 24 novembre – cinque giorni dopo -, “Il manifesto” sembrerebbe pubblicare un articolo di Giuseppe Caliceti, Il nuovo controllo dell’istruzione, da Gentile a Gelmini. Il dubitativo non concerne né la pubblicazione né il firmatario, quanto piuttosto la legittimità di detto firmatario nell’apporre la propria firma a quell’articolo. E’ assodato, infatti, che questo articolo è composto soltanto – si noti il soltanto – di frasi che fanno parte, nel medesimo bell’ordine, dell’articolo della Gramaglia. Ci sono parecchie parole in meno, ma non c’è una parola in più. Chi si fosse aspettato che la redazione de “Il manifesto” – posta di fronte all’evidenza – pubblicasse scuse proprie e, soprattutto, scuse del proprio collaboratore, sarebbe rimasto deluso. Qualcuno ha fatto spallucce – non tocca certo a loro realizzare un mondo migliore – e ha preferito tacere.

L’anno scorso ero rimasto sconcertato dal caso Galimberti – un piccolo vaso di Pandora da intellettuali. Professore qui e professore là, filosofo e psicoanalista, docente di antropologia culturale, di filosofia della storia e fin di filosofia morale – una materia cui deve aver dato giusto non più di una scorsa, –  osannato autore di libri di successo, Umberto Galimberti fu pubblicamente svergognato per aver copiato pagine di Giulia Sissa, una ricercatrice di storia antica. Provò anche a difendersi con risultati sempre più indecorosi: prima disse che si trattava di una recensione “rielaborata” e inserita nel testo del suo libro, poi ebbe anche la sfacciataggine di sostenere che “in ogni rielaborazione” – categoria che nel suo caso va intesa come mera “copiatura” – ci sarebbe “uno scatto di novità”. Ma in quel caso la novità – l’unica novità – evidente, era l’autore. Tanto fece il Galimberti che, invece di rincuorare i suoi fan zittendo le malelingue, di sue scopiazzature ne saltarono fuori altre – compresa una per il quale il Tribunale di Roma, nel maggio del 2006, l’aveva condannato per plagio.
    Come vennero svelate al mondo le sue vergogne, tuttavia – e qui il Caliceti può ricominciare a leccarsi i baffi –  il suo credito, invece di svanire come un’obbligazione della Parmalat, parve crescere. Le sue comparsate televisive si sono moltiplicate e la sua autorità di guru della paccottiglia psiconazionalpopolare non ha perso un grammo: cattedre universitarie, libri su libri, conferenza su conferenza, premi, champagne e cotillon, non oso pensare il resto. Sempre più spesso, da noi, così vanno le cose: faccia uno l’intellettuale, faccia il Presidente del Consiglio, faccia l’industriale o il responsabile di pubbliche istituzioni – da un’eventuale nequizia inequivocabilmente nequizia ed inequivocabilmente commessa, anziché esserne penalizzato, rischia di incassare un ricco guiderdone sociale – come se, nel cervello collettivo, si innescasse un’elettrica forma di “tanto di cappello popolare al darwiniano pelo sullo stomaco”.

Paradossalmente, il caso Caliceti induce a riflettere sul senso delle argomentazioni copiate. A nessuno di costoro – lo dico generalizzando, visto che Caliceti entra di diritto in una buona compagnia – può venire in mente che quella cultura del Ministro Gelmini cui tanto dicono di volersi opporre – la cultura della passività, del compitino ricopiato, la cultura della rinuncia ad un autonomo atteggiamento critico – è esattamente quella praticata da loro stessi ?

Ancora secondo Benini, sempre risonanza magnetica alla mano, il cervello degli ottimisti – quelli che considerano il bicchiere mezzo pieno – rivela un’attività molto più intensa sia nella parte anteriore della corteccia cingolata (quella dei progressisti, dunque) sia nell’amigdala rispetto all’attività elettrica rilevata nelle stesse zone nel cervello dei pessimisti – quelli – per intenderci –  per i quali il bicchiere è sempre mezzo vuoto e che, bontà degli americanismi, vengono categorizzati come conservatori e che, forse, sarebbe più opportuno classificare come masochisti – se il bicchiere è sempre mezzo vuoto, che conservano ?

Anche qui, io preferisco ancora mezzi più artigianali. Ottimista è il ladro – che, ovviamente, spera di non essere scoperto.

F.A.

Nota

In Wikipedia, alla voce “Umberto Galimberti”, c’è tutto quello che occorre sapere sulla vicenda in oggetto. Compresi i link agli articoli che, a suo tempo, sono apparsi in vari quotidiani. Sulla matrice americana delle categorie di destra e sinistra ho steso un velo pietoso. Ringrazio Giovanna Cracco per la documentazione del caso Caliceti.

ogni domenica dalle 12.30 alle 13.00

a cura di Felice Accame e Carlo Oliva

caccia(at)radiopopolare.it

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