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Questa sezione contiene molti percorsi discografici e non solo, consigliati da addetti ai lavori, ma anche da semplici appassionati e simpatizzanti di Progressive Rock, genere musicale che miete ancora molte "vittime"......
Scheda sui TNR di Marco Olivotto
TNR era, in origine, il nome del mio studiolo, in sigla (per esteso significava "The Noisy Room"). Lo avevo battezzato così perché stava nella mia stanza da letto, a pochi metri di distanza da ferrovia e statale (=traffico). Solo in seguito mi resi conto che il "noise" poteva anche essere quello che io facevo *dentro* la stanza. Quando mia madre mi sbatté fuori l'attrezzatura per impossibilità di accedere al pavimento con la scopa, ed io trasferii il tutto in un appartamento adiacente a casa mia, consociandomi con Fabrizio Daicampi (ora mio cognato) ed altri due figuri, rimase il nome, e passò in maniera naturale al gruppo formato da me e dal succitato Daicampi. In duo, registrammo due demos: "Rubber Walls" e "The Chessboard", che, con opportuni rimaneggiamenti, divenne il nostro omonimo primo album, nel 1992. La mia intenzione era di scrivere *canzoni*. Per me era del tutto irrilevante che durassero un minuto e mezzo o dieci. Siccome nell'album ci stava la title-track che era una pic- cola suite di circa 10', e dal momento che usavo parecchie tastiere, si creò l'equivoco del "prog". Non era nostra intenzione! Nessun tempo dispari, nessun virtuosismo... al mas- simo strutture armoniche leggermente intricate, a volte, ma tutto si fermava lì. Nacque anche l'equivoco della clonazione di Hammill, a causa di un famigerato incipit di un brano ("So- litaire"), che qualcuno immediatamente identificò come una scopiazzatura di "Alice (Letting Go)". Molti anzi. Fuorché Hammill, che si mise a ridere dicendo "a-ha, I think everyone used the sequence A-minor / G major sometimes"... :-)
Per un annetto circa, io ed il fido Daicampi suonammo dal vivo in due soli, senza basi e senza sequenze. Arrangiamenti scarnificati, per solo piano, chitarra e voce. Riproponevamo in fila quasi tutto il materiale dei due demo (e dell'album, poi). Ci furono alcune uscite ibride, comunque: una, in particolare, con una cantante ed una violoncellista appresso. Non male, a quanto posso ricordare. Un episodio mi rimane molto caro. Fummo invitati, alla fine del 1993, a suonare in una rassegna cittadina al palazzetto. Causa prezzo popolare e nevicata infernale, arrivarono circa 800 persone - cosa mai vista con cinque gruppi sconosciuti. Noi eravamo come di consueto in due, e ci schiaffarono tra due band metallare. Ero preoccupato dal fatto che saremmo stati schiacciati da una potenza di suono a cui non potevamo, con tutta la buona volontà, fare fronte. Allora raccomandai al Daicampi di darci dentro come mai prima. A metà del secondo brano, il mio M1 andò in tilt, ed iniziò ad emettere rumori avvicinabili a quelli di una sega a nastro impazzita... il che mi fece incazzare non poco. Spento e riacceso tutto andò a posto, ma la tensione era formidabile, a quel punto. Finì che ci lanciammo in una delirante versione di "Smells Like Teen Spirit" dei Nirvana, sempre in due, che ammutolì prima e fece esplodere poi il palazzetto Concordarono tutti che il duo era stato molto, molto, molto più cattivo delle band metallare. Potenza dell'autosuggestione... Non c'era niente di gentile nei concerti dei TNR. Il problema era tenere il tempo: io avevo (ed ho tuttora) l'abitudine di suonare completamente fuori da ogni riferimento metronomico; a volte, quando mi girava, sospendevo tutto anche per cinque o sei secondi, e buona fortuna poi a rientrare assieme. Alla fine del periodo in due eravamo abbastanza sintonizzati da risolvere il tutto senza troppe occhiate. Ma era ora di cambiare sistema. Diventammo un quartetto: si aggiunsero Sergio Zuanni, un ottimo batterista; ed Emanuele Martini, un curioso bassista di diciotto anni. La prima uscita fu memorabile. Ci trovammo a casa di un amico alle quattro per imparare sei brani da suonare alle nove, ed eravamo così terrorizzati da possibili sbagli che suonammo tutto diligentemente, senza mettere né togliere nulla che non fosse scritto sulle parti. Andò benone, e la conclusione fu "wow, siamo ganzi!". Così la sera ci prendemmo delle libertà ed il risultato fu assolutamente atroce. Sbagliando si impara.
Il tratto più caratteristico dei TNR era meteorologico. Ogni volta che dovevamo suonare succedeva qualche catastrofe. I gruppi non ci volevano nelle rassegne, e non sto scherzando. Una volta, in agosto, partecipammo ad una di queste. Dome- nica pomeriggio... cielo plumbeo, pioggia garantita. Per qual- cosa come quattro ore andò avanti a qualche goccia, poi stop, altre sei gocce, stop, sempre sul punto di esplodere. Infine si rasserenò. Non ci credevamo, non aveva senso: avevamo in- terrotto una serie negativa che durava da sempre. Infatti, ci sbagliavamo: mentre suonavamo noi, a dieci chilometri si sca- tenò una tromba d'aria che fece danni paurosi, ed un paio di poveretti finirono all'ospedale essendo stata la loro auto sca- raventata fuori strada dal vento. I TNR reggevano ancora. :-)
Aprimmo per Hammill nel dicembre 1992. L'organizzatore ci conosceva, voleva aiutarci a promuovere l'album, e chiese il permesso, che fu dato in via straordinaria per motivi di ami- cizia (Hammill non vuole gruppi spalla). Avevamo 20 minuti, ed avevamo provato tutto alla morte, comprese le chiacchiera- te tra i brani, con una punta massima di 19'30", non di più. Il nastro registrato quella sera dimostra che ce la facemmo in 17'. Avevamo tanta adrenalina in corpo da suonare il tutto un buon 10% più veloce di quanto doveva essere. "Samsara" fu un album a quattro. Ci prendemmo il lusso di scriverlo mentre registravamo, o quasi. Diciamo che c'erano dei canovacci di brani, su cui si andava poi a riempire con que- sto e con quello. Il Daicampi prese il part-time, per questo al- bum. Zuanni ci mise dieci giorni buoni a registrare la batteria, un brano al giorno circa, perché non aveva mai sentito il mate- riale, e le parti uscivano letteralmente in studio. Alla fine delle parti di basso, il bassista cominciò a dare segni di squilibrio, e sparì per un po'. Era un tizio davvero strano, MOLTO stra- no. Comunque, finimmo al 31 dicembre circa. In gennaio io e Daicampi partimmo alla volta di Bath, dove mixammo il la- voro con David Lord. Non sapevamo ancora che quella era la fine del gruppo. Credo che accaddero due cose. O meglio - di una sono certo, sull'altra ho la mia teoria. Sono certo che mi ammalai come un sasso, e per sei mesi non potei fare niente, salvo ini- ziare a registrare il primo album ufficiale degli Scisma. Questo fu il motivo principale per cui il gruppo si fermò. La teoria ri- guarda il fatto che, dopo due settimane di mixaggio, probabil- mente molte delle aspettative che si erano create attorno al progetto erano andate sopra le righe, specialmente per Dai- campi. Gli ultimi giorni inglesi furono spettrali, per molti ver- si... c'era la netta sensazione che si dovesse tornare a casa, riprendere il lavoro, pensare alle cose di tutti i giorni, e vede- re cosa succedeva, ma senza grandi slanci. Al ritorno ci furono alcune discussioni di tipo economico con gli altri due, e questo fu probabilmente il colpo di grazia (non è che gli furono chiesti soldi; è che qualcuno voleva essere pagato per il lavoro fatto). Certo è che il tutto ci aveva svuotati parecchio. Non a caso, Daicampi al ritorno era così sconvolto che decise di sposare mia sorella (scusa, Michela!!!). :-) :-) :-) "Samsara" è indubbiamente un album di canzoni, che poco ha a che fare col prog (meno di "The Chessboard"), se non a causa del fatto che è stato pubblicato dalla Mellow Records (Mauro fu il primo a telefonare e si firmò il contratto entro po- chi giorni). E' un album a tema, ma pochi se ne sono resi conto. Parla di comunicazione, o meglio della sua mancanza. Per mol- ti versi, è come se si ripetesse sempre la stessa canzone, con vestiti diversi e, soprattutto, con destinatari diversi. A Lord piacque molto. Il primo a sentirlo fu Hammill, che venne su da noi per un ascolto in anteprima. Disse che era un enorme passo avanti rispetto al primo. Poi incrociò me e Daicampi, silenziosi, nell'atrio dello studio, e disse "un po' di vuoto, eh? succede ogni volta, lo so...". E andò via. E quella fu la fine della storia. No, a dire il vero. Ci fu una cena a quattro a base di cibo tailandese, ma eravamo tutti stanchi. E Daicampi ripartì la mattina dopo da Londra in aereo. Era il giorno del suo ventottesimo comple- anno. Io tornai in auto, deviando per l'Olanda e facendo una breve tappa a Utrecht.
Lo scopo dei TNR era comunicare con la musica. Non avevano alcuna importanza il genere, lo stile, le modalità. Chi abbia visto un live-set, in qualunque forma lo abbiamo fatto, sa che i nostri album sono dei piccoli micetti in confronto all'aggressività leonina che usciva sul palco. Il mio concerto preferito, per certi versi, fu quello chiamato "Alone" (doppio senso, in italiano e in inglese), da solo, al Vicolo di Gargnano. I nostri set duravano magari un'ora e venti, e nella testa duravano cinque minuti. Alla fine, almeno per me, era come avere corso di fila per tre ore. Faticosissimo. Ci mettevo una buona ora a tornare sulla terra.
Tornando indietro, rifarei tutto. O forse niente, perché quelle erano le canzoni in quel momento, in quel contesto, con quegli strumentisti e quella tecnologia. Sono passati quasi sette anni, e c'è un album intero nel cassetto. Si è chiamato "Ten Letters" per un bel po', ed ora è diventato "Songs in the Key of B". Ma non so se vedrà mai la luce. Il motivo principale è che non ho tempo. Il motivo secondario è che non sono sicuro di volerlo fare di nuovo. Daicampi ha lasciato il rock. Zuanni sta per spo- sarsi e non credo stia suonando molto. Di Martini non ho noti- zie, per mia fortuna - perché sarebbero comunque cattive, temo. David e io ci sentiamo, a volte, e regolarmente mi chiede se sto lavorando su qualcosa di nuovo. Dice che gli piacerebbe met- terci le mani. E' una lusinghiera proposta, ma la ventina di can- zoni già pronte (meglio - dieci brani e dieci abbozzi) hanno bi- sogno di un sacco di lavoro. Improbabile trovare tempo e forza per farlo. Ma non si sa mai: restate sintonizzati.
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