Memos
liguori
16 ottobre 2014
Un brutto clima

Eventi estremi sempre più frequenti, ma le piogge che hanno allluvionato Genova sono state solo intense ma non eccezionali. Luca Lombroso è un meteorologo e parla di “nuova normalità” a cui andiamo incontro per colpa del cambiamento climatico. Maria Grazia Midulla, responsabile clima-energia del Wwf Italia: “Le emissioni non vanno tagliate, dobbiamo azzerarle se non vogliamo andare incontro ad eventi ingestibili per la specie umana”. Ospite della puntata di oggi anche Anna Donati (Green Italia) per la campagna “Difendi la tua terra” contro il decreto Sblocca Italia del governo Renzi.

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Raffaele Liguori

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GLI ULTIMI PODCAST
26 aprile 2017
 
Portella della Ginestra, settant’anni fa la strage del Primo Maggio

“Una strage per il centrismo e la conseguenza di una democrazia bloccata”. La strage di Portella della Ginestra, il primo maggio del 1947, per lo storico Umberto Santino si può sintetizzare con queste espressioni. Quest’anno ricorrono i 70 anni da quella strage, nel giorno della Festa dei lavoratori. Nell’area a metà strada tra i comuni di Piana degli Albanesi, San Giuseppe Jato e San Cipirello quel primo maggio del 1947 si erano ritrovate migliaia di persone, contadini, per la Festa dei lavoratori. Una manifestazione convocata anche per festeggiare una vittoria elettorale, quella del “Blocco del Popolo” (l’alleanza tra socialisti e comunisti) alle elezioni regionali del 20 aprile. Su quelle persone, per lo più contadini, si scatena un fuoco omicida a colpi di mitra. Undici morti, ventisette feriti, diversi dei quali moriranno nei giorni seguenti. Solo qualche mese dopo si saprà che i colpi erano stati sparati dal bandito Salvatore Giuliano e dai suoi uomini. Ospite oggi a Memos per ricordare il significato di quella strage di 70 anni fa, Umberto Santino. Storico, fondatore e direttore del Centro Siciliano di Documentazione “Giuseppe Impastato” di Palermo, Santino è autore, tra i tanti lavori, di “La democrazia bloccata. La strage di Portella della Ginestra e l’emarginazione delle sinistre” (Rubettino, 1997). In questi giorni è uscito un altro suo lavoro di ricerca e ricostruzione storica dal titolo “La mafia dimenticata. La criminalità organizzata in Sicilia dall’Unità d’Italia al Novecento. Le prime inchieste. I processi. Un documento storico” (Melampo, 2017). ..Nel corso della puntata Umberto Santino ricorda che la nascita del Centro siciliano di documentazione coincide con uno storico convegno tenuto a Palermo nel giugno del 1977 dal titolo “Una strage per il centrismo”, la strage di Portella della Ginestra. Il Centro di documentazione di Palermo celebra in queste settimane i suoi quarant’anni di storia. Nel 1980, a tre anni dalla fondazione, il centro sarà intitolato a Giuseppe Impastato, ucciso dalla mafia il 9 maggio 1978 a Cinisi (Palermo). Il Centro palermitano custodirà da quel momento la memoria del giovane militante della sinistra che dalla sua Radio Aut a Terrasini (Palermo) denunciava Cosa nostra, il traffico di droga, le speculazioni edilizie. Sulla storia di Peppino Impastato Memos oggi ha ospitato un lavoro di ricerca fatto da un gruppo di studenti dell’Istituto Tecnico “Giancarlo Vallauri” di Fossano (Cuneo). Si tratta di un servizio radiofonico in cui viene ricostruita la biografia di Impastato. Un lavoro coordinato da Gabriella Bertola, insegnante dell’istituto “Vallauri”.

24 aprile 2017
 
La vandea lepenista e l’argine centrista di Macron

Memos ha ospitato oggi il politologo francese Yves Meny per commentare i risultati del primo turno delle presidenziali francesi. ..«La cosa più importante da notare – dice Meny – è che i principali partiti di governo sono stati cacciati via». Meny si riferisce alla sconfitta sonora del candidato del partito socialista Benoit Hamon, che ha raccolto il 6,3% dei voti, e al candidato repubblicano, erede della tradizione gollista, Francois Fillon, rimasto fuori dal ballottaggio con il 19,9% dei voti. Il politologo francese è ottimista sull’esito del ballottaggio, si dice convinto che a vincerlo sarà Macron «per un incrocio di talento e di fortuna». Meny affida a Macron il ruolo di «rinnovatore a fondo del sistema politico e partitico francese ingessato da anni. E’ un giovane leader – racconta il politologo – capace di portare aria fresca. Speriamo bene, penso che tra quindici giorni sarà eletto nuovo presidente». Una speranza che sembra fondata sulla tenuta, come nel 2002, del “fronte repubblicano”. Ma quel fronte oggi appare più liquido rispetto a quindici anni fa, quando Chirac fece il pieno dei voti (82,21%) nello scontro con Jean-Marie Le Pen. Ma per Meny la vittoria al ballottaggio resta altamente probabile. «Il movimento di Marine Le Pen – sostiene Meny – si è in un certo senso banalizzato, fa parte del paesaggio. Secondo me la vittoria di Macron è quasi certa, anche se non con i margini che Chirac ottenne nel 2002. Penso che tutti abbiamo tratto la lezione di allora. Chirac allora non fu capace di integrare quella grande maggioranza di francesi che avevano rifiutato il Front National. Macron, invece, ha capito la lezione e tutto il suo movimento è basato sull’idea di tenere insieme sia la destra che la sinistra». Ma il “rinnovatore” Macron non sembra in grado di rispondere a quelle richieste di cambiamento nelle politiche economiche e sociali (leggi austerità) che arrivano da buona parte dell’elettorato di sinistra e del partito socialista. Meny non è convinto e lo spiega in questo modo. «Macron – dice il politologo francese – è un tipico socialdemocratico, intelligente, brillante. Per la prima volta abbiamo un presidente che si affida ad un doppio liberalismo. E’ senz’altro più liberista nel campo economico e sociale rispetto ad Hollande o al partito socialista. Macron, però, ha anche un lato socialdemocratico. Per esempio: ha proposto di estendere la protezione dei sussidi di disoccupazione anche agli agricoltori e agli artigiani». A Memos è stato ospite oggi anche il politologo Maurizio Viroli. Viroli ha ragionato su alcune parole chiave pronunciate nei discorsi di ieri di Macron e Le Pen. Entrambi ieri hanno parlato di protezione, sicurezza. Macron di patria e patriottismo. Anche Le Pen ha usato il riferimento alla patria, ma coniugandola – dice Viroli – ad un’idea di nazionalismo.

20 aprile 2017
 
Presidenziali francesi: un voto doppio, per la Francia e l’Europa.

La campagna elettorale è praticamente finita. Domenica 23 i cittadini francesi sono chiamati a votare per il primo turno delle presidenziali. Quindici giorni dopo ci sarà il ballottaggio decisivo. Sarà un voto per la Francia e allo stesso tempo per l’Europa. Per entrambe il pericolo vero si chiama Marine Le Pen. Tra tre giorni calerà il sipario sulla presidenza Hollande, cinque anni in cui l’ombra del crepuscolo non lo ha mai abbandonato. Anche nei momenti terribili degli attentati a Charlie Hebdo, al Bataclan e a Nizza. I candidati alle presidenziali di domenica sono 11. I primi cinque nei sondaggi sono, in ordine alfabetico: François Fillon (il repubblicano all’americana), Benoît Hamon (il socialista), Marine Le Pen (la neofascista xenofoba), Emmanuel Macron (il centrista europeista), Jean-Luc Mélenchon (la sinistra alternativa). Qual è la posta in gioco nel voto di queste presidenziali francesi? Memos lo ha chiesto a Yves Meny, politologo francese, presidente della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa; e a Marco Revelli, politologo e sociologo all’università del Piemonte Orientale. La puntata si è conclusa con le definizioni che Yves Meny e Marco Revelli hanno dato del populismo. Meny è coautore di un libro “Populismo e democrazia” (Mulino, 2004) che rappresenta una delle prima analisi del populismo contemporaneo. Revelli, invece, ha appena pubblicato uno suo lavoro di ricerca sociale e politologica, “Populismo 2.0” (Einaudi, 2017).

19 aprile 2017
 
Theresa May e la restaurazione thatcheriana

Una stagione elettorale senza precedenti in Europa. Nel giro di cinque mesi andranno al voto i principali paesi del continente. La Francia (domenica prossima, per il primo turno delle presidenziali), la Germania (24 settembre) e ora anche la Gran Bretagna, l’8 giugno. Resta poi l’incognita dell’Italia, dove al più tardi si andrà ad elezioni nel febbraio del 2018. L’ultima ad aggiungersi a questa lista è stata la Gran Bretagna, con la prima ministra conservatrice Theresa May che ieri ha proposto a sorpresa la data dell’8 giugno per il voto anticipato, tre anni prima rispetto alla scadenza naturale della legislatura nel 2020. Ospite oggi a Memos David Ellwood, storico, esperto di relazioni internazionali, della Johns Hopkins University di Bologna. La decisione di May è una scelta solitaria, una scommessa per tentare di rafforzare il proprio potere. «E’ una decisione – racconta Ellwood – che ha preso in solitudine. May non è una giocatrice di squadra come era il suo predecessore Cameron. Lei fa tutto da sola. Pare che abbia consultato solo due ministri: quello per la Brexit e il ministro del Tesoro. Per David Ellwood. con la mossa delle elezioni anticipate, May punta a rafforzare il suo potere per compiere una sorta di restaurazione del thatcherismo. «May – sostiene il professor Ellwood – porta avanti una politica di liberalizzazioni e privatizzazioni su larga scala. Il che vuol dire un attacco, quasi una crociata, contro tutto ciò che è pubblico: dalla scuola all’università, al sistema sanitario e dei trasporti. Temo che il clamore della Brexit creerà una cortina fumogena dietro la quale si nasconderanno le manovre per le ulteriori privatizzazioni. E’ la continuazione del programma di Margaret Thatcher – conclude Ellwood – con l’assunto neoliberista che il mercato deve decidere tutto».

18 aprile 2017
 
Libertà di espressione, sempre

Il caso del giornalista, blogger, Gabriele Del Grande, fermato in Turchia dieci giorni fa, è solo l’ultimo conosciuto attacco alla libertà di espressione. A Memos la giornalista-scrittrice Francesca Borri, il senatore Luigi Manconi, il segretario FNSI Raffaele Lo Russo e Danilo De Biasio, direttore del Festival Diritti Umani di Milano

13 aprile 2017
 
Educare all’antimafia: il ruolo della scuola

Settimo appuntamento del nuovo ciclo “Lezioni di antimafia” ideato dalla Scuola di Formazione “Antonino Caponnetto” e coordinato da Lele Liguori. La lezione è stata tenuta da Pietro De Luca e Pietro Maradei. Sono due presidi calabresi che insegnano all’Istituto Marignoni Polo di Milano (Pietro De Luca) e al liceo scientifico “Fortunato Bruno” di Corigliano Calabro, in provincia di Cosenza (Pietro Maradei). La lezione si è svolta nell’Auditorium di Radio Popolare il 10 aprile 2017.

12 aprile 2017
 
Federico Caffè, a 30 anni dalla scomparsa. Storia di un liberale, riformista e antagonista

Il prossimo 15 aprile saranno 30 anni dalla scomparsa di uno dei maggiori economisti italiani del Novecento, Federico Caffè. Nella notte tra il 14 e il 15 aprile del 1987 il professor Caffè, 73 anni, esce di casa e di lui non si saprà più nulla. Viveva a Roma, a Monte Mario, con l’anziano fratello malato. Nel 1998 il Tribunale di Roma ne dichiarò la morte presunta. Caffè insegnava all’università di Roma. I suoi allievi, nel corso di oltre trent’anni, hanno formato un gruppo eterogeneo di economisti. Da un lato gli studiosi come Bruno Amoroso, Nicola Acocella, Marcello De Cecco che hanno esplorato con la ricerca critica, anche radicale, alcuni aspetti del capitalismo contemporaneo. Dall’altro, quegli allievi che hanno seguito una carriera nelle istituzioni finanziarie pubbliche e private, come Ignazio Visco (attuale governatore della Banca d’Italia) e Mario Draghi (dai vertici del Tesoro italiano a quelli di Bankitalia, di Goldman Sachs e per ultimo della Bce). Federico Caffè è stato un teorico della critica alle storture del capitalismo contemporaneo. E’ stato il massimo esponente italiano del pensiero keynesiano. Per ricordare la figura di Federico Caffè Memos ha ospitato oggi il giornalista del Sole 24 Ore Roberto Da Rin e l’economista Giorgio Lunghini. Da Rin racconta la svolta che c’è stata recentemente nei trent’anni di interrogativi sulla sorte di Federico Caffè. E’ contenuta in un libro dell’allievo prediletto di Caffè, Bruno Amoroso, uscito nel settembre del 2016 (Memorie di un intruso, Castelvecchi). In poche righe – racconta Roberto Da Rin – Amoroso fa capire di aver incontrato più volte Caffè dopo quel 15 aprile del 1987. Per Da Rin, dopo una verifica diretta con l’autore, cade così l’ipotesi del suicidio, insieme a quella del rapimento, che pure erano state fatte trent’anni fa. Ospite a Memos anche Giorgio Lunghini, economista all’Università di Pavia. Il professor Lunghini ci ha aiutato a ricostruire il profilo teorico di Federico Caffè. Chi era il grande economista scomparso? Era un liberale, un riformista oppure un antagonista? «Tutte e tre le cose insieme», risponde senza esitazioni Lunghini.

11 aprile 2017
 
Arsenali pieni. In vista più guerra e meno pace

Gli arsenali tornano a riempirsi. A livello globale c’è una tendenza al rialzo delle spese militari. A sostenerlo sono diverse fonti. A volte le cifre non combaciano, ma la tendenza è evidente. “Il 2016 segna l’inizio di un decennio di spese militari in aumento”. Lo sostiene uno dei principali centri di ricerca sulle spese militari, l’IHS Markit britannico, in un rapporto di cui ha dato notizia nei mesi scorsi in esclusiva il settimanale francese “Le Point”. Gli ultimi dati del Sipri di Stoccolma, fermi ad un anno fa, hanno indicato lo stesso trend: il 2015 ha segnato un aumento delle spese militari globali dopo tre anni di stasi. In termini reali l’incremento complessivo è stato dell’1% per un totale della spesa di oltre 1600 miliardi di dollari. Gli Stati Uniti sono il paese che spende di più per la difesa, oltre 600 miliardi di dollari. Un mese fa Trump ha proposto un aumento del budget del Pentagono da 54 miliardi di dollari, quasi il 10% in più. Crescono le spese militari in Cina, India, Gran Bretagna e Francia, anche se in percentuali molto diverse tra loro. Più controverso il dato della Russia: alcune fonti (IHS Markit) indicano una spesa militare in calo, altre (Sipri) in aumento. La spese militare russa resta comunque attorno alla cifra di un decimo del bilancio del Pentagono. Quanto all’Italia, la spesa militare è di oltre 20 miliardi l’anno, e in aumento. Memos oggi ha ospitato Alessandro Colombo, docente di relazioni internazionali all’università di Milano, e Gianandrea Gaiani, direttore della rivista Analisi Difesa. Perchè le spese militari aumentano? «Le spese militari – risponde il professor Colombo – sono un indicatore delle aspettative sul futuro. Quindi, quando crescono significa che le aspettative sul futuro si stanno deteriorando. E’ evidente che l’ordine internazionale costruito negli anni ‘90 è in fase di definitivo collasso. Inoltre, l’andamento delle spese militari nelle diverse regioni (ndr, Asia e Medioriente sono le aree dove crescono di più) ci dice quanto sia marcato il processo di regionalizzazione della sicurezza. Nel nostro contesto internazionale le dinamiche di pace e di guerra, che nel Novecento avevano avuto la tendenza a convergere, oggi sono tornate a divergere nettamente a seconda delle regioni».

10 aprile 2017
 
25 aprile 2017, tra autoritarismi e fascismi. Intervista con il presidente dell’Anpi Carlo Smuraglia

Memos ha ospitato oggi un’intervista con il presidente dell’Anpi, Carlo Smuraglia. Autoritarismi, fascismi, Costituzione, nuove forme dell’antifascismo: sono stati alcuni dei temi della conversazione con Smuraglia a due settimane dal 25 aprile, Festa della Liberazione dal nazifascismo. A Memos anche il racconto di un insegnante del liceo scientifico Enriques di Livorno. Maurizio Sciuto, professore di filosofia, è responsabile in quella scuola di un progetto sulla memoria e sull’attualità del “25 aprile”.

06 aprile 2017
 
Il terribile binomio “immigrazione-sicurezza”

Immigrazione e sicurezza. Un binomio terribile. Anche il governo Gentiloni lo ha fatto proprio. Con i due decreti, i cosiddetti “decreti Minniti-Orlando”, l’esecutivo ha rilanciato l’accostamento tra immigrazione e sicurezza su cui xenofobi e razzisti fondano le proprie campagne. I due decreti-legge sono quelli approvati contemporaneamente dal consiglio dei ministri il 10 febbraio scorso e pubblicati sulla Gazzetta ufficiale circa una settimana dopo. I titoli dei due decreti sono sufficienti per capire dove vanno a parare: il primo, “Disposizioni urgenti in materia di sicurezza delle città”, e il secondo “Disposizioni urgenti per l’accelerazione dei procedimenti in materia di protezione internazionale, nonche’ per il contrasto dell’immigrazione illegale”. ..“Poteri dei sindaci, vivibilità e decoro urbano, allontanamento, Daspo, arresto in flagranza”: sono alcune delle parole-chiave del decreto sulla sicurezza. Mentre il lessico delle modifiche delle norme sul diritto d’asilo e i rimpatri è fatto di “semplificazione, efficienza, identificazione, protezione, espulsione”. Solo per citarne alcuni. Per discutere dei due decreti, Memos oggi ha ospitato Paolo Oddi, avvocato. Oddi si occupa di diritto dell’immigrazione, fa parte dell’Associazione di Studi Giuridici sull’Immigrazione (ASGI). Ospite anche il senatore del Pd Walter Tocci. Il tema dei due decreti, in particolare quello sull’immigrazione, incrocia temi e parole d’ordine della manifestazione del 20 maggio a Milano “per l’integrazione e la convivenza”. Milano come Barcellona è lo slogan del corteo che richiama la grande mobilitazione “per l’accoglienza” che ha invaso la capitale catalana il 18 febbraio scorso. Tra i promotori dell’appuntamento milanese c’è Pierfrancesco Majorino, assessore alle politiche sociali del comune di Milano. Majorino è stato ospite della parte conclusiva della trasmissione di oggi.

05 aprile 2017
 
Lavoro, cercasi dignità e occupazione

«A febbraio 2017 […] rispetto a gennaio è salito il numero di lavoratori a termine, mentre calano i lavoratori a tempo indeterminato». Lo ha scritto l’Istat nel suo ultimo comunicato sugli occupati in Italia. In un intero anno (febbraio 2016-febbraio 2017) – scrive sempre l’Istat – il numero di lavoratori dipendenti occupati è cresciuto di 280 mila unità. La maggior parte di loro (178 mila) sono a termine. La tendenza indica dunque una crescita del lavoro a termine, per definizione precario. Da questi dati è iniziata la puntata di oggi di Memos. Accanto al lavoro precario che cresce, ci sono i casi di alcune proteste eclatanti di lavoratori. Tra i casi più recenti, di questi giorni: la Coca Cola di Nogaro, in provincia di Verona; la K-Flex di Roncello in Brianza. Ci sono poi i casi di sfruttamento alla Amazon di Castel San Giovanni (PC) oppure di truffa alla Ceva Logistics Italia di Stradella (PV). ..Memos oggi ha ospitato l’avvocato Domenico Tambasco, esperto di diritto del lavoro; Duccio Facchini, giornalista di Altreconomia che ha raccontato la sua inchiesta su Jobs Act e rischio licenziamenti in arrivo. Infine a Memos il sindacalista della Fiom Cgil di Bologna Michele Bulgarelli, tra i firmatari di due accordi sindacali alla Ducati e alla Lamborghini migliorativi delle norme previste dal Jobs Act su licenziamenti, demansionamenti e controlli a distanza.

04 aprile 2017
 
Non solo euro, il potere della moneta fiscale

«Dentro l’euro ma anche oltre i vincoli dell’euro: senza compiere quel vero e proprio “salto nel buio” costituito dall’uscita unilaterale dall’euro, che provocherebbe effetti economici e politici non prevedibili e probabilmente disastrosi». E’ l’idea di fondo della proposta di “moneta fiscale” contenuta nella presentazione del libro “Per una moneta fiscale gratuita” (Micromega 2015, ebook gratuito). Un libro che porta diverse firme insieme a quella del grande sociologo e studioso, scomparso un anno e mezzo fa, Luciano Gallino. Gli estensori della proposta sono Biagio Bossone, Marco Cattaneo, Enrico Grazzini e Stefano Sylos Labini. Le prime ipotesi di “moneta fiscale” risalgono al 2012, due anni dopo il professor Gallino e gli altri economisti lanciarono un appello “per uscire dall’austerità senza spaccare l’euro”. La settimana scorsa il Movimento Cinque Stelle ha deciso di inserire la “moneta fiscale” nel proprio programma. L’economista Gennaro Zezza l’ha spiegata con un articolo sul blog beppegrillo.it, prima del clamoroso errore di Luigi Di Maio sul “defunto psicologo Gallini”. Memos oggi ha ospitato uno degli estensori della proposta originaria di “moneta fiscale”, l’economista Stefano Sylos Labini. Ospite anche Luca Fantacci, economista dell’università Bocconi, esperto di moneta e finanza.

 
 
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