Memos
liguori
25 giugno 2015
Le grandi manovre sulle telecomunicazioni: Renzi, Telecom Italia, i francesi di Vivendi e Mediaset. Intervista con Gianni Dragoni.

La frontiera di Ventimiglia questa volta è rimasta aperta: nessun ostacolo, nessuna barriera. Anzi, potremmo dire che sono stati srotolati tappeti rossi per consentire un facile e agevole passaggio dalla Francia all’Italia. Non parlo di persone, ma di capitali. Perchè da ieri il colosso francese delle comunicazioni, Vivendi, è diventato il primo azionista, l’azionista di riferimento, di Telecom Italia. Un’operazione complessa preparata da mesi e che ieri ha avuto la certificazione conclusiva. La società francese Vivendi, controllata dal finanziere Vincent Bollorè, ha il 14,9% di Telecom Italia. E’ la prima volta che Telecom Italia ha come azionista di riferimento un soggetto non italiano. Memos di oggi ha ospitato il giornalista del Sole 24 Ore Gianni Dragoni (insieme a Patrizio Bianchi, economista, e Alfonso Fuggetta, informatico del Politecnico di Milano) per descrivere i pezzi di un puzzle che sta ridefinendo i confini di un vero e proprio intreccio “politico e industriale”. Si tratta delle relazioni tra le società che producono o gestiscono contenuti (Vivendi, Mediaset) e le società che controllano le infrastrutture su cui quei contenuti possono essere scambiati (Telecom Italia e gli altri operatori della telefonia e, forse in un futuro non lontano, anche la Cassa Depositi e Prestiti). Gli interessi del momento si concentrano attorno allo sviluppo del progetto del governo – atteso da anni – sulla banda ultralarga: in gioco ci sono oltre 6 miliardi di euro di fondi pubblici per portare nelle case e negli uffici connessioni dalle tre alle dieci volte più veloci di quelle massime attuali. Cosa faranno Renzi e la governativa Cassa Depositi e Prestiti appena rinnovata nei suoi vertici aziendali? E cosa farà il francese Bollorè in stretto contatto con un vecchio amico di Mediaset come Tarak Ben Ammar? La partita è già cominciata.

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Paura, rabbia, rancore. L’Italia, un paese intrappolato nell’interregno dell’incertezza. L’ascensore sociale è sbloccato, ma si muove solo verso il basso. E’ un pezzo della fotografia del paese contenuta nel rapporto Censis 2017 presentato la settimana scorsa a Roma. Memos ne ha parlato oggi con i sociologi Aldo Bonomi e Carlo Bordoni.

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Fascismi, sconfiggiamoli a casa nostra. Cosa ha reso “plausibile il discorso fascista”? Dal bagnino di Chioggia all’irruzione contro l’associazione “Como Senza Frontiere”. A Memos gli storici Luca Baldissara e Adriano Prosperi.

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Sfruttamento e riscatto. Le parole della protesta degli studenti e dei ricercatori. Contro l’alternanza scuola lavoro e per la liberazione delle istituzioni pubbliche della formazione. La settimana scorsa ci sono stati cortei in diverse città italiane, altri se ne annunciano per il prossimo 16 dicembre. Per quel giorno il ministero dell’istruzione ha convocato gli “Stati Generali dell’Alternanza”. Che idea della formazione c’è dietro la pratica dell’alternanza scuola-lavoro? E soprattutto quale idea di lavoro risulta da queste pratiche? Perchè in Italia si disinveste dalla ricerca e si lascia la crescita e lo sviluppo nelle mani degli incentivi fiscali, anziché degli investimenti? A Memos oggi ne abbiamo parlato con Giacomo Cossu (Rete della Conoscenza), Franscesco Sylos Labini (fisico, ricercatore e presidente di Roars) e Gianfranco Viesti (economista e curatore della ricerca sugli atenei italiani “L’Università in declino”). La trasmissione si è conclusa con Maria Silvia Fiengo, editrice (Lo Stampatello), che ha raccontato l’iniziativa “Mille libri in omaggio alle scuole”.

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Bitcoin, quanto può far male se scoppia la bolla digitale? La moneta virtuale Bitcoin è oggetto di una sfrenata corsa speculativa. In un anno il suo valore è cresciuto del 900%. Un bitcoin vale oltre 8 mila dollari. Difficile calcolarne l’aumento di valore rispetto ai 0,00076 dollari che valeva un bitcoin nel 2009, all’atto della sua nascita digitale. Di bitcoin, del mondo digitale di cui fanno parte, Memos oggi ne ha parlato con l’economista Luca Fantacci, dell’università Bocconi (co-autore di “Per un pugno di bitcoin”, Bocconi Editore, 2016), e con l’avvocato Emanuele Florindi, esperto di diritto informatico (“Deep web e bitcoin”, Imprimatur, 2016). Ospite della trasmissione, ma per parlare della proposta di “moneta fiscale”, anche il giornalista economico Enrico Grazzini.

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“Stati Generali della lotta alle Mafie”, si sono svolti a Milano la settimana scorsa. Organizzati dal ministero della giustizia, hanno partecipato decine di ospiti (studiosi, magistrati, giornalisti, sindacalisti, attivisti del movimento antimafia). La due giorni milanese è stata la parte conclusiva di un lavoro durato un anno e suddiviso in diversi tavoli di lavoro. E’ stato un bilancio dell’attività di contrasto alle mafie e delle analisi sulle mafie. Memos oggi ha ospitato il sociologo Nando dalla Chiesa (coordinatore della sessione sulle associazioni e i movimenti antimafia) e ha riproposto parti degli interventi dei magistrati Giuseppe Pignatone, Giovanni Melillo, Roberto Scarpinato e Nicola Gratteri.

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Contro l’intreccio Mafie&Politici. Una parziale cassetta degli attrezzi per combattere la mafia: rifiutare i voti dei mafiosi, scegliere candidature trasparenti, formare gli amministratori pubblici. A Memos, nella giornata di apertura a Milano degli “Stati Generali della Lotta alle Mafie” ne abbiamo parlato con Davide Mattiello, deputato del Pd e membro della Commissione parlamentare Antimafia, e Pierpaolo Romani, coordinatore di Avviso Pubblico. Memos oggi ha ospitato anche il racconto di Giuseppe Lavorato, 79 anni, ex sindaco di Rosarno, una vita passata a combattere la ‘ndrangheta, che dopodomani sarà a Milano a presentare il suo libro “Rosarno. Conflitti sociali e lotte politiche in un crocevia di popoli, sofferenze e speranze” (Città del Sole Edizioni, 2016).

22 novembre 2017
 
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21 novembre 2017
 
Memos di mar 21/11

Quando l’articolo 18 sopravvive al Jobs Act. Il caso Almaviva, l’azienda dei call center, con i 153 lavoratori reintegrati dopo i licenziamenti illegittimi e grazie alle vecchie norme dello Statuto dei Lavoratori. A Memos Lorenzo Fassina, responsabile del dipartimento giuridico della Cgil, e Domenico Tambasco, avvocato del lavoro. A cosa doveva servire il Jobs Act? Aumentare l’occupazione e favorire il lavoro stabile, sosteneva il governo tre anni fa. Un bilancio di quelle norme con Michele Raitano, economista dell’università La Sapienza di Roma.

 
 
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