Memos
Raffaele Liguori
24 dicembre 2014
Gramsci e la questione meridionale, rovesciata. Intervista a Nando Dalla Chiesa.

Il Nord colonizzatore del Sud, l’industria settentrionale che impone i suoi diktat al meridione agricolo. E’ la vecchia “questione meridionale” rappresentata e descritta in decenni di storiografia italiana. Ma i fatti di questi ultimi anni raccontano una storia rovesciata: «il peggio del Sud che va alla conquista del Nord con il consenso delle classi dirigenti del Nord». Sono le parole con cui Nando Dalla Chiesa sintetizza la nuova questione meridionale. “Il peggio del Sud” sono i poteri criminali della ‘ndrangheta che si sono insediati in modo stabile in diverse aree del Nord. Nando Dalla Chiesa insegna Sociologia della criminalità organizzata all’Università di Milano. Ha appena pubblicato un libro: “Antonio Gramsci. La questione meridionale” (Melampo Editore). E’ un libro che raccoglie gli scritti di Gramsci sulla questione meridionale insieme ad altri testi – sempre di Gramsci – sul Risorgimento italiano e sul ruolo degli intellettuali. E’ un tentativo di rispondere a molte domande di oggi (il rapporto tra legalità e illegalità, tra stato di diritto e poteri criminali) andando a cercare delle risposte in alcune pagine di Gramsci. A Memos Dalla Chiesa racconta anche la novità del suo approccio ai testi gramsciani: l’aiuto maggiore alla comprensione delle radici del fenomeno criminale di oggi arriva più dai testi sul Risorgimento e sugli intellettuali che non da quelli propriamente conosciuti come gli scritti su “la questione meridionale”. «Sono convinto – dice Dalla Chiesa a Memos – che nella produzione di Gramsci sulla storia della cultura italiana, degli intellettuali, ci sia molto materiale importante per capire cosa sta accadendo oggi. Ci sono fenomeni che possono essere interpretati soltanto con uno sguardo profondo sulla storia del paese. Serve ad avere una maggiore coscienza delle cose che bisogna fare. Continuiamo a dire che non basta la risposta giudiziaria e repressiva, ma se non andiamo a fondo nelle cose allora anche la risposta culturale rischia di rimanere inadeguata».

Twitter Email
Conduttori

Raffaele Liguori

In onda

Sospesa per i mesi estivi

Twitter Email
Conduttori

Raffaele Liguori

In onda

Sospesa per i mesi estivi

 
 
1
2
3
>
>>
GLI ULTIMI PODCAST
13 ottobre 2015
 
Roma, l’oblio sui bisogni della città e gli “scontrini fumanti” dell’ex sindaco. Intervista con Christian Raimo.

Che cosa insegna la vicenda di Roma di questi ultimi mesi: dalle dimissioni del sindaco Marino, tornando indietro all’inchiesta “mafia-capitale”, alle elezioni romane del 2013? Memos lo ha chiesto a Christian Raimo, giornalista scrittore e insegnante, romano. «Quella di Roma – dice – è una vicenda che mette insieme molte delle debolezze della politica italiana: la debolezza di una città grande, estesa, difficile da amministrare; la debolezza dei partiti (pd, sel) che non riescono a fare da traduttore di quelle che sono le istanze di cambiamento; la debolezza di una riforma morale della politica che non può essere fatta a colpi d’accetta; e infine, la debolezza di una domanda di politica dal basso che però non riesce a trovare una sintesi». Raimo descrive Roma come una città con due facce: «c’è una città con il centro storico, sempre più turistica, gentrificata, più disneyland, in cui vivono poco meno di un milione di persone; c’è poi un’altra città, di due milioni di abitanti, che è un’immensa periferia che ormai arriva ai confini del Lazio. Negli ultimi anni c’è stata un’emigrazione enorme verso la periferia, con una conseguente cementificazione, senza che fosse accompagnata da una rete di trasporti e di servizi». Chi ha amministrato Roma, il sindaco Marino, conosceva questa città? «Marino aveva toccato punti importanti: la lotta all’abusivismo commerciale, il contrasto alla mafia, alla corruzione e al consociativismo. Non è che non ha fatto nulla. Però non ha toccato i centri nevralgici dei problemi: la disuguaglianza, ad esempio. Se vado a Boccea (periferia romana, ndr) e chiedo a dei ragazzi cosa fanno il sabato pomeriggio loro mi rispondono che vanno “a Roma” e non “in centro”. C’è quindi un’idea che la città sia altro, e quest’idea riguarda due milioni di persone».

12 ottobre 2015
 
Napoli, vent’anni fa la dismissione dell’Ilva di Bagnoli. Intervista con Ermanno Rea.

«La dismissione dell’Ilva ha riguardato non solo una fabbrica, ma forse una città intera». E’ il giudizio che Ermanno Rea – autore del celebre romanzo “La dismissione” – ha riproposto oggi a Memos a distanza di vent’anni dalla chiusura di Bagnoli. Che differenza c’è tra Bagnoli e la Torino del 1980, la Fiat dei 35 giorni di sciopero che abbiamo raccontato lunedì scorso con Diego Novelli? «La classe operaia è stata umiliata in entrambi i casi – dice Rea – con la differenza che la Fiat non è morta mentre l’Ilva sì. La classe operaia a Napoli è stata completamente spazzata via, non ha più avuto voce in capitolo e una parte cospicua della città è stata messa allo sbaraglio». ..Rea racconta l’origine della storia centenaria della fabbrica dell’acciaio napoletana: «L’Ilva nasce all’inizio del secolo scorso con una missione salvifica rispetto alla città: dare lavoro ed essere un argine contro la camorra. E anche successivamente – nel dopoguerra – la fabbrica doveva compiere la sua missione di bonificare il vicolo, la Napoli sottoproletaria dell’illegalità diffusa. C’era una classe operaia estesa che portava nella società napoletana un elemento di ordine, di razionalità, di onestà e attaccamento al lavoro che contrastava con la città del vicolo». Perchè è stata chiusa la fabbrica di Bagnoli all’inizio degli anni ’90? «E’ difficile dirlo. Che la fabbrica prima o poi potesse essere chiusa o delocalizzata lo capisco. La chiusura di Bagnoli avrebbe aperto la possibilità di riutilizzare aree di enorme valore immobiliare che facevano gola a molti. Ma ciò che mi colpì fu il modo brutale con cui fu chiusa, proprio mentre poteva essere rilanciata». Ermanno Rea ha una sua spiegazione “sistemica” del fallimento di Bagnoli che spiega così: «l’Italia è colpevole di non essere riuscita a diventare un paese unito. E’ prevalso un incallito anti-meridionalismo della classe dirigente. Ma anche Napoli è colpevole quando si ripiega su se stessa e coltiva la cultura della sovvenzione».

08 ottobre 2015
 
Contratti di lavoro ad personam? A cosa serve cancellare il contratto nazionale? Intervista con Luigi Mariucci.

Che fine farà il contratto nazionale di lavoro? Sembra proprio che gli industriali non ne vogliano più sapere e per questa ragione hanno fatto saltare le trattative con i sindacati sul nuovo modello contrattuale. «Eppure, negli anni ’60 – quando il contratto nazionale fu introdotto – gli industriali lo richiedevano come forma di garanzia contro la concorrenza sleale», ci racconta Luigi Mariucci, giurista del lavoro all’Università Ca’ Foscari di Venezia. Erano gli anni della crescita e del boom economico. Oggi non è più così e di fronte alla crisi gli industriali vogliono recuperare competitività riducendo i salari. E’ la ricetta di sempre, ripetuta come un mantra negli ultimi 30 anni. E allora ridimensionare il contratto nazionale – garanzia di una retribuzione minima per i lavoratori – diventa uno strumento per arrivare a quella riduzione dei salari. Ma in gioco – insieme ai salari – c’è un intero sistema di diritti e di garanzie custoditi nel contratto nazionale di lavoro. «Sono i diritti sociali del lavoro – sostiene il professor Mariucci – fondamento dello stato sociale di diritto su cui è basato il nostro patto costituzionale».

07 ottobre 2015
 
“Lo spirito di questa nuova Italia della politica: più potere ai nominati, meno alla stampa e ai cittadini”. Nadia Urbinati, politologa.

Proviamo a mettere in fila alcuni provvedimenti votati in parlamento negli ultimi mesi, o ancora in discussione (dalla legge elettorale alla delega sulle intercettazioni alle modifiche alla Costituzione). Fatto? Ecco, se li si considera in maniera combinata allora si può arrivare ad una constatazione, preoccupante: e cioè che tutti contengono una tendenza a restringere il campo di espressione – in senso lato – dell’opinione pubblica, dei cittadini. Una serie di “bavagli” (chiamiamoli così) alle nostre possibilità di farci sentire, contare, essere nelle condizioni migliori per scegliere. E’ questo il tema della puntata di oggi di Memos con Nadia Urbinati, politologa alla Columbia University di New York. «Non so – racconta Urbinati a Memos – se sia un progetto malevolo o con una regia centrale, tenderei ad escluderlo. Però, lo spirito del nostro governo, e di questa fase della politica italiana, è un po’ quello di consolidare il potere di coloro che sono stati nominati, eletti; moderare il “ficcanasismo” della stampa affinchè non metta troppi paletti alla politica; e infine, limitare la voce dei cittadini attraverso il suffragio».

06 ottobre 2015
 
Questione di gender, questione di diritti. Intervista con Nicla Vassallo.

Attenzione: la teoria del gender esiste! E’ uno strumento di conoscenza che serve “ad evidenziare la differenza tra appartenenza biologica (femmine e maschi) e ruoli socio-culturali (donne e uomini)”. In quanto strumento di conoscenza delle differenze la teoria del gender può contribuire a superare pregiudizi, stereotipi, quasi sempre alle base di discriminazioni e negazione dei diritti. La destra cattolica, invece, vuole mettere al bando la teoria del gender: “proteggete e preparate i vostri figli a fronteggiarla”, ha scritto in un vademecum per i genitori il Forum delle associazioni familiari dell’Umbria, uno dei molti soggetti attivi in Italia che vedono negli insegnamenti al rispetto delle differenze un virus da combattere.« I nostri figli dovremmo educarli alla teoria del gender», racconta Nicla Vassallo, filosofa dell’Università di Genova, ospite oggi a Memos. “Più conosciamo e più siamo liberi di scegliere”, sostiene Vassallo autrice di un saggio “Il matrimonio omosessuale è contro natura. Falso!” (Laterza, 2015) che punta a smontare pregiudizi, stereotipi, luoghi comuni sulla cultura delle differenze.

05 ottobre 2015
 
Torino, 35 anni fa lo sciopero alla Fiat e la Marcia dei “40 mila”. Intervista con Diego Novelli.

“Quel maledetto 1980”. Diego Novelli ha definito così quell’«anno che cambiò l’Italia» (dal sottotitolo del suo “1980”, pubblicato nel 2014 da Editori Riuniti). Novelli, sindaco di Torino dal 1975 al 1985, una vita dentro il Pci, giornalista all’Unità e ad Avvenimenti, è stato ospite oggi a Memos. Di quel “maledetto 1980” Novelli ci racconta una pagina importante, di cui è stato testimone diretto: i 35 giorni di sciopero alla Fiat, la storica protesta dei lavoratori contro i licenziamenti decisi dal Lingotto e poi l’epilogo di quella lotta con la marcia “antioperaia” per le strade di Torino di quadri, capiufficio, capireparto. «Quella precedente al 1980 è una fase di grandi speranze e di aperture – ricorda Novelli – che viene poi stroncata con tutti i mezzi nel 1980: con la mafia, la criminalità comune (la banda della Magliana), con i servizi segreti deviati, la P2, e poi il terrorismo nero e quello rosso». E’ in questo quadro che Diego Novelli legge la storia di quella protesta operaia alla Fiat e le ragioni del suo fallimento.

01 ottobre 2015
 
Lavoro, l’Italia riparte. Ma a termine. Intervista con Marta Fana e Domenico Tambasco.

Una ripresa fragile dell’occupazione. Gli ultimi dati dell’Istat, riferiti al mese di agosto, descrivono un aumento dell’occupazione in Italia. Crescono gli occupati tra luglio e agosto di quest’anno (+69 mila), crescono anche tra il secondo e il terzo trimestre sempre di quest’anno (+91 mila), aumentano anche nell’anno tra agosto 2014 e agosto 2015 (+325 mila). Ma in due casi su tre (i dati riferiti al solo 2015) sono soprattutto i lavori a termine a crescere. «Si tratta di dati che ci dicono che la ripresa del mercato del lavoro è labile», racconta Marta Fana, economista dottoranda a SciencesPo a Parigi ospite oggi a Memos.«E’ una fragilità – sostiene Fana – che si vede soprattutto dal tasso di occupazione che in Italia resta al 56%: su 100 persone in età lavorativa ci sono solo 56 occupati». Che cosa ha determinato questo aumento, fragile, degli occupati? Il Jobs Act, la decontribuzione per i nuovi assunti, la timida ripresa di questi mesi? Marta Fana ricorda che – da un punto di vista dell’analisi economica – non è ancora possibile fare uno studio empirico rigoroso. «Occorrerà aspettare la fine degli sgravi sui neoassunti», sostiene Fana che però fa notare come l’aumento maggiore dei contratti a tempo indeterminato nel 2015 si sia avuto nei primi mesi dell’anno, dove la decontribuzione ha pesato più del Jobs Act, entrato in vigore a fine marzo. Ospite oggi a Memos anche l’avvocato, giuslavorista, Domenico Tambasco con il quale abbiamo rifatto il punto sulle novità introdotte dal Jobs Act: «I pilastri della nuova legge sono la flessibilità in uscita (con la liberalizzazione dei licenziamenti) e la flessibilità nella gestione del personale (con il demansionamento)».

30 settembre 2015
 
Sanità, i tagli “inappropriati” alla salute. Intervista con Nerina Dirindin e Felice Roberto Pizzuti.

Con la salute non si scherza, nemmeno quando si deve mettere mano al bilancio della sanità pubblica. Eppure, il taglio delle cosiddette “spese sanitarie inappropriate” – così come è stato congegnato dal governo – appare quanto meno bizzarro, perchè i risparmi di oggi rischiano di provocare maggiori costi domani, oltre che maggiori iniquità. Per tagliare il bilancio sanitario di un centinaio di milioni di euro, il governo ha previsto che su oltre 200 delle 1700 prestazioni sanitarie pubbliche possa scattare la tagliola dell’inappropriatezza: se la Tac che ti ha prescritto il tuo medico non era necessaria, inappropriata, allora te la paghi tu. Questo il criterio. Ma come si decide l’appropriatezza di una prestazione? Che fine farà la prevenzione, visto che i medici rischiano una sanzione se autorizzano una risonanza magnetica non necessaria? Memos ha ospitato oggi Nerina Dirindin, senatrice del Pd, studiosa di sistemi sanitari. Dirindin contesta – e per questa ragione non li ha votati – gli ultimi tagli decisi dal governo e approvati con la fiducia dal Parlamento nell’agosto scorso. «L’appropriatezza – dice Dirindin – è un criterio fondamentale a tutela della salute dei cittadini, mentre il governo lo usa per risparmiare soldi nel pubblico scaricando i costi sui cittadini». L’effetto di queste misure – oltre a pesare sui cittadini più deboli – finisce per essere un incentivo alla sanità privata, spiega Dirindin. Ospite della trasmissione di oggi anche l’economista Felice Roberto Pizzuti.

29 settembre 2015
 
Pietro Ingrao, le eresie di ieri. E quelle di oggi? Intervista con Miguel Gotor.

I funerali di Pietro Ingrao si terranno domani a Roma, in piazza Montecitorio, davanti al Parlamento. E’ il luogo simbolo, e la sostanza, delle istituzioni democratiche. E Ingrao-uomo delle istituzioni, presidente della Camera tra il 1976 e il 1979, è uno dei profili di una biografia lunga un secolo. Da qui comincia la puntata di oggi con Miguel Gotor, storico, senatore del Partito democratico. Gotor ricorda come Ingrao, uomo delle istituzioni, decise di rinunciare alla sua carica di presidente della Camera nel ’79 per dedicarsi alla sua ricerca sullo “Stato, culla o prigione”. «Lo Stato per Ingrao – racconta Gotor – può essere una gabbia o il luogo in cui le disuguaglianze, le differenze sociali, possono essere stemperate». Ingrao è stato un eretico nel proprio campo, sostenitore di un “diritto al dissenso” nel proprio partito, il Pci, quando il dissenso suonava come infedeltà, tradimento. Ma per Gotor, Ingrao non ha mai commesso «un peccato di infedeltà perchè il suo avvicinamento al Pci non avvenne mai su basi ideologiche o infatuazioni ideali. L’eresia si definisce rispetto ad una ortodossia. Ingrao, secondo me – conclude lo storico – ha fatto la sua lotta politica sempre ai bordi ma all’interno dell’ortodossia comunista italiana».

28 settembre 2015
 
“Salvare il capitalismo”, per il 99% e non per le oligarchie. Intervista con Robert Reich.

Robert Reich, economista, ex ministro del lavoro dell’amministrazione Clinton dal 1992 al 1996, ha appena pubblicato un libro, uscito in Italia con il titolo “Come salvare il capitalismo”. Il sottotitolo dell’edizione americana (“for the many, not the few”) specifica che l’obiettivo di Reich è un salvataggio del capitalismo orientato a favore di quel 99% della popolazione che oggi subisce la concentrazione delle ricchezze, l’influenza schiacciante dell’élite finanziaria sulla politica. Salvare il capitalismo per Robert Reich è una questione di democrazia. Qual è la terapia contro la disuguaglianza? Reich propone di mettere le mani laddove le disuguaglianze si generano, e cioè nei meccanismi fondamentali del capitalismo: si tratta delle leggi che regolano i contratti, la proprietà intellettuale, i fallimenti e che assicurano rendimenti crescenti alla grandi corporation e a Wall Street. Sono leggi che l’establishment finanziario riesce ad imporre ad una politica fin troppo “sensibile” a quegli interessi particolari. Per Reich soltanto la forza di un movimento politico capace di contrapporsi all’establishment finanziario permetterà di riscrivere quelle leggi “for the many and not for the few”. Ospite della puntata di oggi di Memos anche l’economista internazionale Salvatore Biasco.

24 settembre 2015
 
Caso Volkswagen, così fan tutte? Intervista con Sandro Trento e Raimondo Orsini.

L’imbroglio della Volkswagen (VW) è un caso globale, perchè coinvolge soggetti di dimensione mondiale: il governo americano (attraverso l’Epa, l’agenzia per la protezione ambientale) che denuncia la truffa; l’azienda tedesca che imbroglia, e ammette l’imbroglio, è il primo produttore mondiale di auto; il governo di Berlino attraverso il land tedesco della Bassa Sassonia, azionista di VW. Sotto traccia c’è uno scontro tra Washington e Berlino che permette agli Usa, vittima della truffa, di acquisire un “credito” – fino a prova contraria – nei confronti della Germania. Un credito che potrebbe pesare in dossier aperti importantissimi tra Europa e Stati Uniti, come ad esempio le trattative per il Ttip (il trattato euro-americano su ambiente, salute, alimentazione, diritti). In cosa consiste l’imbroglio Volkswagen? Quanto era diffuso il doppio standard dei test in laboratorio e su strada? Quanto è a rischio il modello tedesco di cogestione di alcune grandi imprese (privato-pubblico con i sindacati nella governance dell’azienda)? Lo scandalo VW accelererà i tempi della conversione dell’industria dell’auto verso i motori “puliti”? Memos oggi ne ha parlato con l’economista Sandro Trento e con Raimondo Orsini, direttore della Fondazione Sviluppo Sostenibile.

23 settembre 2015
 
Napoli trent’anni dopo l’omicidio di Giancarlo Siani. Con Ottavio Ragone e Biagio De Giovanni.

Napoli sta ricordando in queste ore un suo cittadino, un giovane di 26 anni, cronista del Mattino, ucciso dalla camorra il 23 settembre del 1985 per aver scritto e denunciato gli affari delle cosche. Stiamo parlando di Giancarlo Siani. Trent’anni dopo l’omicidio Siani Napoli è ancora un territorio dove la camorra può mostrare il suo potere criminale. Oggi a Memos con Ottavio Ragone, capo della redazione napoletana di Repubblica, abbiamo ricordato la figura di Giancarlo Siani, “giornalista precario, senza contratto”, testimone civile del degrado sociale e politico di quegli anni. E poi con il filosofo Biagio De Giovanni, già rettore dell’Università degli studi di Napoli “L’Orientale”, abbiamo visto la Napoli di questi giorni, una città in cui ancora oggi “la camorra è un dato costitutivo”, per usare le parole recenti della presidente della Commissione antimafia Rosi Bindi. “La camorra di oggi non è più quella di trent’anni fa – racconta De Giovanni – . E’ una camorra polverizzata a fronte di una politica che non ha più la forza di un tempo. La città oggi si trova in uno stato tossico di violenza diffusa che non ha a Napoli”.

 
 
1
2
3
>
>>
podcast
Clicca sull’icona per sottoscrivere il servizio podcast Memos