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Lucia Annunziata

 

[...] Il '77 è l'anno in cui il movimento scopre, con le radio libere, la comunicazione orizzontale; il  movimento comunica attraverso le radio. E' una rivoluzione perché tramite le radio quel movimento salta completamente l'informazione tradizionale, non solo quella dei grandi giornali, anche del Manifesto. La tesi del mio libro è che la sinistra così come la conosciamo adesso, incapace sia di governare che di fare i conti con il proprio passato, ha perso la partita proprio nel '77. Quello è l'anno dell'implosione della sinistra istituzionale, del Partito comunista, che veniva dal “sorpasso”, che aveva la concreta possibilità di entrare al governo. Ma implode anche la sinistra dei movimenti che, inseguendo un obiettivo rivoluzionario che poi sfumò, invece di impegnarsi – come si sarebbe detto allora – contro la borghesia, si rivolse contro il Pci per impedirne l'ingresso al governo. Trent'anni dopo siamo ancora lì: entrare o non entrare al governo? Estremismo o istituzioni? Riformismo o radicalismo? Il '77 ha segnato la sconfitta della sinistra in Italia, che ci trasciniamo ancora adesso. Molti saranno in disaccordo con questa tesi, ma i libri – e le radio come Radio Popolare -  servono proprio a questo: per discutere. [...]

 

Mario Beretta

 

[...] Di Radio Popolare mi ricordo la diretta della prima della Scala, forse una delle prime dirette radiofoniche di manifestazioni così complesse. Ricordo che seguivate sempre con grande attenzione i cortei, particolare che attraeva noi liceali. Stiamo parlando degli anni raccontati da Marrakech Express, il film della mia generazione, dove – guarda caso – c’è molto calcio.

A cavallo tra gli anni ’80 e ’90 studiavi da allenatore: in sottofondo spesso c’era Bar Sport...

(risata) Era un bel modo di interpretare il calcio, non prendendolo sul serio, ma, come dovrebbe essere, un divertimento. Una trasmissione come Bar Sport sapeva sdrammatizzare certi clichè, oltre ad essere molto divertente. [...]

 

 

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David Bidussa

 

[...] Radio popolare per me è stato questo in quello scorcio di anni ’70. Ovvero una voce che consentiva di conoscere altri percorsi di Milano, che trasmetteva altra musica, che trasmetteva altre voci. Ho conosciuto Milano per le millevoci della periferia che descrivevano la loro quotidianità e la loro disperazione come nessuna cronaca o controinchiesta sarebbe stata in grado di comunicare e di descrivere con altrettanta immediatezza. L’ho conosciuta per sapere come si sfuggiva negli scontri nei momenti complicati nelle manifestazioni; ho conosciuto l’angoscia e la rabbia della notte della morte di Fausto e Iaio nelle voci concitate dei loro compagni e dei loro amici, quando nessuno parlava alla Rai, di ciò che lì intorno stava avvenendo.

E’ tornato ad essere questo molti anni dopo quando si trattava di ritrovare le parole nel momento della Germania del dopo Muro e o dell’inizio della rivolta dei sans papier. Allora si trattava di scoprire altri volti di Milano in altre città prendendo consapevolezza di ciò che qui sarebbe stato e sarebbe arrivato in tempi ravvicinati.[...]

 

Nicoleta Cazacu

 

[...] E Radio Popolare non mi ha lasciata sola: mi ha dato spesso parola, per tenere viva la memoria di Ion, per lavorare sul significato della sua morte, che veniva presa ad esempio dell’aspetto più tragico della condizione dell’immigrazione, la sottoposizione ad un datore di lavoro che si sente padrone non solo della tua forza, ma anche della tua vita.

Questa è la radio, che mi ha permesso di arrivare a tante persone e di raccogliere tanta solidarietà, una radio fatta di persone che mi hanno voluto bene, che mi hanno aiutato anche concretamente, ciascuna con il proprio intervento personale.

Non mi sento retorica, allora, se dico che Radio Popolare è stata per me come una grande  famiglia, che mi ha accolta ed ha alleviato il mio dolore.[...]

 
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