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Editoriale
De te fabula narratur
Domanda: "ma come si fa a vincere quando tranne alcuni giornali di élite, la totalità dei mass-media è schierata con l'avversario?". Risposta: "C'è gente che sta cercando di creare un network di radio di sinistra e liberal per contrastare lo strapotere mediatico della destra. Il fatto è che noi leggiamo la New York Review of Books, ascoltiamo la Public radio, guardiamo un paio di canali, ma siamo stati proprio pigri nell'organizzare una voce popolare di sinistra. E non è che manchi denaro". Così Michael Walzer, prestigioso intellettuale statunitense (intervistato da Marco D'Eramo, il manifesto, 18 settembre 2004; i corsivi sono nostri). Nel frattempo sappiamo come è andata a finire. Naturalmente si potrà tranqullizzarsi dicendo che non è solo questione di media, che gli Stati Uniti sono gli Stati Uniti, che comunque da noi non si può dire che la totalità dei mass media sia schierata con l'avversario, anche se possiamo trovare qualcosa di familiare in quello "strapotere mediatico della destra". Ma il fatto è che de te fabula narratur. Quello che Walzer osserva vale, mutatis mutandis, anche per una sinistra che da noi e altrove nel mondo non è stata capace di pensare alla possibilità di dotarsi di un'autonomia comunicativa attraverso strumenti diffusi, innanzitutto utilizzando un mezzo agile, economicamente abbordabile ed estremamente efficace come la radio. La nostra sinistra è inchiodata sulla prospettiva di un riassetto, nel senso di un maggiore equilibrio, del sistema televisivo, e della riforma del servizio pubblico. La radio è molto meno à la page per i politici, anche della sinistra. Che sono comunque in "buona" compagnia. La radio è una risorsa che fino a questo momento non sembra essere stata considerata a dovere neppure dal movimento contro la globalizzazione liberista, del resto fin qui molto debole in generale nella riflessione sui problemi della comunicazione. E del resto dell'importanza della radio comunitaria nel sud del mondo, così come della valenza progressiva di almeno una parte delle radio private non comunitarie in alcune aree del pianeta, di tutta la portata di questo fenomeno (di cui torniamo a occuparci in questo numero) non si sono accorti non solo l'opinione pubblica dei paesi "avanzati" ma neppure il grosso degli specialisti e degli studiosi della radio a livello internazionale. Anche il movimento contro la globalizzazione liberista è in questo forse ironicamente vittima di quello stesso mondo che vuole combattere: nel quale vige una impressionante ipnosi della televisione. Del resto in Italia molti fra quelli che contestano l'attuale regime televisivo pensano ad una televisione alternativa, progetto costoso e complicato, invece che ad un ben più flessibile, gestibile ed economico network di radio (quando non si accontenta di sperare che la sinistra, grazie a un successo elettorale, possa recuperare un adeguato peso dentro la Rai). D'altra parte internet è certo utilissimo per organizzare mobilitazioni e per tante altre cose ma, non solo nel sud del mondo, non può per molti versi essere paragonato alla radio. Da un paese nel bene e nel male molto avanzato, c'è chi ci suggerisce di non snobbare la radio e di usarla senza complessi di inferiorità.
(m.l.)
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