“Sei sicuro che questo arnese non caschi giù ?” “Cosa?” Francesco mi guarda stupito. “Questo arnese che fa ‘sto fracasso”. “Non fa fracasso”, dice il vigilante che in questo caso è anche ascensorista. “Questo rumore è assolutamente normale”.
“Assolutamente normale”: non so che cosa ci possa essere di normale in un ascensore dove bisogna tenere schiacciati i bottoni perché non saltino via.
L’ascensore della fine dei tempi, abbastanza sgarruppato.
Parque Central: dei molti posti strani di Caracas sicuramente il più strano. Sensazione di Blade Runner. Edifici che si alzano quaranta piani verso il cielo e che ai loro bei tempi rappresentavano una promessa di futuro. “Vivere e lavorare come mai prima”. Alcune settimane fa, al piano terra del complesso di edifici si è tenuto il Foro Mundial de Solidaridad con la Revolución Bolivariana, nella preparazione del quale ho avuto tanti problemi con il responsabile della commissione organizzatrice Rafael Vargas. L’atmosfera di quei giorni continua ad essere stranamente presente nei miei pensieri. Migliaia di persone che passeggiavano per i patio labirintici del complesso, ai quali si accede da piani a differente altezza; i commercianti del merchandising devoto avevano esposto le loro mercanzie rivoluzionarie, bandiere nazionali e ritratti di Chavez; mentre la gente si assiepava nella sala delle assemblee del Parque Central. In una sala con una Radio Alternativa de Caracas di Raul ZELIK – traduzione di Marcello Lorrai moquette ammuffita, sedie metalliche che stridono e delle apparecchiature per la traduzione simultanea difettose, centinaia di casalinghe, disoccupati e contadini seguivano attentamente le conferenze sull’egemonia dei media e sulla politica petrolifera. “Vivere e lavorare come mai prima”. Bizzarro: una sala delle assemblee un po’ decaduta e un complesso residenziale dei cui passaggi si sono appropriati i senzatetto, si sono trasformati nello scenario di una nuova promessa: dal futurismo architettonico al movimento antiglobalizzazione.
Arriviamo al ventesimo piano, che in realtà è il quarantesimo. Nel locale di Radio Alternativa de Caracas questa notte si terrà una “veglia della croce”. Francisco e io usciamo dall’ascensore. Quando entriamo nel piano – come tante volte in questa città – rimango senza fiato. Uno spazio totalmente surrealista: un attico che trentacinque anni fa doveva rappresentare l’apogeo avanguardistico dell’alloggio di standing elevato. Come nella sala delle conferenze, anche qui c’è una moquette ammuffita. Ai lati delle stanze che danno verso est e ovest – il piano ha la forma di un tubo lungo e largo – ci sono grandi finestre. La facciata che dà verso est è obliqua, in modo che si formano piccole terrazze, chiuse con sbarre metalliche in modo che nesuno possa cadere o buttarsi di lì. L’attico è alto, un cinque metri, calcolo; nell’ultima stanza è stato costruito un soppalco, come un mezzo piano con bagno indipendente.