Il momento di fare “un passo nel buio” arrivò alle tre, in un pomeriggio di aprile del 1949. Da una stanza al sesto piano di un palazzo in University avenue, la voce di Lewis Hill si diffuse nell’etere: «This is KPFA-FM, listener-sponsored radio in Berkeley». La scommessa era più grande di quel che può sembrare. Nell’America di quegli anni, le radio “offrivano programmi inseriti occasionalmente tra gli spot pubblicitari” e, se non erano commerciali, dipendevano da chiese, istituzioni, scuole o università. Non era stato facile ottenere le licenze federali per un’emittente indipendente che voleva “promuovere idee e non prodotti” e parlare - “come in un salotto” - anche agli anarchici, agli intellettuali, agli artisti, alla San Francisco Bohemia. C’erano voluti quasi tre anni per poter andare in onda. Tre anni da quando Lew Hill, filosofo visionario in una famiglia di petrolieri del Missouri, obiettore di coscienza e prigioniero in un campo di lavoro in California durante la seconda mondiale, aveva dato vita a Pacifica Foundation con l’intento di calare gli ideali pacifisti nella società e dimostrare che esistevano alternative alla violenza. Non fu facile nemmeno tenerla in vita la nuova radio, per via di una cronica, logorante mancanza di fondi, quasi ai limiti della sopravvivenza. KPFA non aveva editori, non aveva proprietari, non aveva pubblicità. Ma aveva avuto un’intuizione rivoluzionaria: la voluntary listener sponsorship, l’antenato dell’abbonamento da parte degli ascoltatori, che ancora oggi funziona. Così scriveva Lew Hill per spiegare il suo progetto:
Sappiamo tutti che lo scopo della radio commerciale è quello di indurre a vendite di massa e questa attività deve essere condotta senza rischi. Ma l’arte e la comunicazione delle idee sono affari rischiosi. Sopprimendo l’individuo e la sua unicità, l’industria riduce il rischio di fallimento e si assicura un prodotto standardizzato per il consumo di massa. Eppure se vogliamo un miglioramento della radio, artisti e pensatori devono avere un posto dove lavorare in libertà. La risposta del progetto di KPFA su questo Pacifica Story di Valentina REDAELLI punto non è necessariamente l’unica buona risposta, ma se non altro è esplicita. Richiede che le persone che fanno le trasmissioni siano anche responsabili di ciò che trasmettono e del motivo per cui lo fanno. KPFA funziona letteralmente su questo principio. Ebbene, nell’America dei giorni nostri chi potrebbe permettere a un’emittente del genere di guadagnarsi da vivere? E’ l’ascoltatore l’unico soggetto identificabile che sia veramente interessato al risultato. Se l’ascoltatore partecipa, si viene a creare una certa tensione creativa tra chi trasmette e chi ascolta. Il fatto che la sottoscrizione sia volontaria, poi, dà ancora più valore alla cosa. Chiunque può ascoltare una radio finanziata dagli ascoltatori. Ma se la stazione non è sostenuta da coloro che la apprezzano, nessuno la può ascoltare, nemmeno coloro che l’apprezzano. Questo è puro buon senso. Oltre a questo, resta il fatto che firmare un modulo di sottoscrizione- cosa che uno non deve fare, a meno che non lo desideri- implica quella sorta di engagement culturale, come viene chiamato da alcuni filosofi francesi, che è sicuramente indispensabile per il bene della cultura. Quando c’è una radio completamente sostenuta da persone - che non hanno risposto ad un concorso a premi, che non stanno partecipando ad una lotteria, ma che usano questo sistema per sostenere valori basilari - avremo più di un semplice elenco di abbonati. La listener sponsorship non è un sostituto dell’industria commerciale. Ma in tutte le maggiori aree metropolitane del Paese c’è spazio per una simile impresa. Si dà il caso che KPFA sia l’esperimento pilota.
Lew Hill aveva visto lungo. La prima sister station ad aggiungersi a KPFA, fu KPFK di Los Angeles nel 1959. Due anni dopo, il filantropo milionario Louis Schweitzer regalò alla fondazione la frequenza newyorchese di WBAI, la prima sulla East coast. Negli anni Settanta si unirono KPFT di Houston, la sola voce progressista nel profondo Texas, che non a caso subì due attentati del Ku Klux Klan, e WPFW, nata come black voice in una Washington a maggioranza afroamericana.