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Editoriale

L'inform - azione libera di RP

di Massimo Rebotti e Sergio Serafini

 

Il problema della libertà di stampa in Italia non è certamente una questione nuova.Periodicamente assurge ai cosidetti “onori della cronaca” in concomitanza a polemiche innescate nel mondo politico o - come nei giorni in cui scriviamo - sollecitato dagli scioperi dei giornalisti.Che ci sia da preoccuparsi per la mancanza di una effettiva libertà nel sistema della comunicazione in Italia è certo. Oltre alla questione del duopolio televisivo Rai-Mediaset che incamera,canone a parte, più del 95% delle risorse del settore e il 94%dell’ audience, la quasi totalità dei giornali quotidiani è nelle mani di 4/5 proprietà/ari che non hanno nell’editoria i loro principali interessi.Va un po’ meglio nella radiofonia, dove - nonostante l’ingresso nel settore di grandi gruppi editoriali - non si sono verificati fenomeni di concentrazione nell’audience e nelle proprietà: per questa ragione alcune centinaia di testate locali continuano a conservare circa il 30% dell’ audience anche in presenza di 18 reti nazionali.

Di chi sia la proprietà di un'azienda che produce informazione e comunicazione non è per nulla irrilevante ai fini della determinazione dei“gradi di libertà” e di autonomia che possono effettivamente esercitare le testate in rapporto alla proprietà stessa.

E’ certamente vero che esistono dei margini di autonomia che direttori e redattori possono esercitare ma è difficile pensare che essi possano liberamente andare contro gli interessi della proprietà e/o del proprietario.

Dato che gli interessi degli editori spaziano dall’edilizia alle assicurazioni e alle banche, dal settore automobilistico a quello della sanità, viene da chiedersi su quali argomenti importanti e strutturali ci sia la possibilità di esprimersi liberamente. Non è facile pensare a soluzioni che possano modificare questa situazione. Sicuramente non si può prescindere dall’introduzione di una norma legislativa di tipo antimonopolistico molto differente da quella contenuta nella cosidetta legge Gasparri, che invece di limitare le possibilità di concentrazioni le ha rese più facili.

Rimane il problema annoso della proprietà dell’impresa editoriale.

Nella comunicazione autonomia e libertà di giudizio sono condizionate dagli interessi della proprietà e viene da dubitare di chi afferma che questo non sia un grande problema.

Anche noi di Radio Popolare abbiamo dovuto costruire un’indipendenza societaria dalle forze fondatrici, politiche e sociali, per fugare dubbi persistenti su presunti condizionamenti all’autonomia e alla libertà di giudizio delle redazioni. La formula della società per azioni, con un azionariato diffuso e con la coperativa dei lavoratori e collaboratori (ed ex) come azionista di riferimento, costituì quindici anni fa un punto di svolta.

In quell'occasione si avviò un processo che, oltre a fornire capitali per lo sviluppo, ad oggi consente a quasi dodicimila azionisti di detenere circa il 40% delle azioni della radio ed alla coperativa Radio Popolare di averne una quota analoga.

Questo è un modo sicuro per non subire condizionamenti da parte della proprietà. Anche se non sembra che l’azionariato diffuso sia un modello generalizzabile, quello che ci sentiamo di affermare è che quello esistente va sostenuto e rafforzato.

E’ ancora possibile diventare azionisti di Radio Popolare (si veda pagina 23): per far fronte agli investimenti necessari per ampliare la nostra presenza Errepi ha deliberato l’emissione di 10000 nuove azioni, che portano il numero complessivo da 40 a 50mila.

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