la testimonianza

Siria: tregua infranta, nuovi attacchi

mercoledì 28 febbraio 2018 ore 17:15

La tregua in Siria, così come chiesta dal consiglio di sicurezza sabato scorso, non è mai entrata in vigore. Si trattava di un cessate il fuoco di trenta giorni in tutto il paese. Da martedì, questa volta su richiesta russa, è invece operativa una tregua di cinque ore al giorno per la regione di Ghouta Orientale. La Russia è l’attore forte della crisi siriana, ma un cessate il fuoco di poche ore al giorno non permette l’intervento delle organizzazioni umanitarie. Oltretutto i raid del regime e dell’aviazione di Mosca non si sono mai fermati. Diverse fonti sul posto hanno confermato a Radio Popolare che la maggior parte delle persone vive ormai negli scantinati per evitare le bombe e che nessuno è stato evacuato.

Martedì, a poche ore dall’entrate in vigore della tregua ordinata dal governo russo, abbiamo sentito Mohamad Katoub, della Syrian American Medical Society, la Società Medica Sirio-Americana, che da anni dà supporto a molte strutture sanitarie nelle zone controllate dall’opposizione.

Che notizie avete da Ghouta? Che idea vi siete fatti di quest’ultima proposta di tregua da parte della Russia?

“Non abbiamo grandi aspettative da questo cessate il fuoco. Da quando il consiglio di sicurezza ha chiesto che venga adottata una tregua, lo scorso fine settimana, i nostri ospedali in quella regione hanno già ricevuto più di duecento feriti, tra loro anche sedici persone (sei erano bambini) per un attacco con sostanze chimiche. Nelle nostre strutture sono anche arrivati i cadaveri di oltre trenta persone. Gli attacchi non sono intensi come quelli della scorsa settimana ma continuano a prendere di mira la popolazione civile e le infrastrutture civili. Nelle ultime 48 ore sono stati bombardati ancora due ospedali. Per questo non abbiamo grandi aspettative. La proposta della Russia,un cessate il fuoco per cinque ore al giorno, non è sufficiente. Cinque ore non bastano per un intervento da parte delle agenzie umanitarie. Gli aiuti sono a pochi chilometri di distanza, circa dieci chilometri, ma l’organizzazione e il trasporto sono complessi. Bisogna caricare, viaggiare, scaricare con il supporto degli operatori locali. Non parliamo di una zona piccola. Nella Ghouta Orientale vivono quasi 400mila persone, sotto assedio da cinque anni. Per cinque ore non sono sufficienti”.

Ci dice qualcosa di più dell’attacco chimico dello scorso fine settimana?

“Era domenica sera. Abbiamo ricevuto informazioni dal nostro personale a Ghouta. Avevano appena ricevuto sedici persone con i classici sintomi dell’esposizione al cloro. Sei bambini, quattro donne, e sei uomini. Il nostro personale è molto qualificato ed esperto. Ha operato di fronte a diversi attacchi chimici in passato. Questo è il quarto attacco chimico a Ghouta dall’inizio dell’anno. E l’attacco 197, in tutta la Siria, dall’inizio della guerra”.

Abbiamo parlato più volte con i vostri medici. In che condizioni lavorano?

“A Ghouta ci sono 107 medici, e in totale il personale sanitario è fatto da 800 operatori. I dati non comprendono solo il nostro personale. Un medico ogni 3mila e 600 persone. Prima della guerra in tutto il paese c’era un medico ogni 600 persone. Nel 2010 in Siria c’erano 40mila medici, ora solo 13mila. La maggior parte è scappata. Ovviamente in questo momento i medici hanno un sovraccarico di lavoro e sono impegnati quasi tutto il giorno. Lavorano senza sosta. Non hanno il tempo per curare tutti. Devono fare delle scelte. Soprattutto nelle ultime settimane, quando è salito il numero dei morti e dei feriti a Ghouta, hanno dovuto scegliere, dando la priorità ad alcuni, abbandonandone altri. Ci sono stati almeno 2mila feriti solo la scorsa settimana. In una zona dove mancano medicine e strumentazione per le strutture sanitarie”.

Per le notizie che avete ricevuto in questo periodo, se li ribelli avessero accettato di lasciare la Ghouta l’assedio sarebbe già finito? Ci sono diversi punti di vista su questo, ma lei che idea si è fatto?

“Qui la questione è che la popolazione civile non vuole vivere sotto il governo. La gente non vuole tornare sotto il regime. Guardiamo agli attacchi degli ultimi giorni. Sono state attaccate decine d’infrastrutture civili. Ospedali, scuole, panetterie, acquedotti. Tutto ciò che serve ai civili, non ai ribelli. Anche se i ribelli dovessero accettare di uscire da Ghouta la gente che da cinque anni vive senza cibo per decisione del governo di Damasco non accetterà di tornare sotto il suo controllo. L’uscita dei ribelli non risolverebbe la situazione”.

Aggiornato martedì 06 marzo 2018 ore 12:50
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