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Da Radici a Seven Seconds: storie afroamericane in tv

lunedì 19 febbraio 2018 ore 16:26

Febbraio, negli Stati Uniti, è il Black History Month, “il mese della storia nera”: ideato già negli anni 20 per promuovere l’insegnamento nelle scuole di una prospettiva storica che quasi sempre viene totalmente ignorata a favore di quella bianca, ogni anno è oggetto di dibattito, e occasione per eventi a tema.

Mentre su grande schermo, in questi giorni, il blockbuster Marvel sul supereroe Black Panther fa sfracelli al botteghino, a ripercorrere la storia del piccolo schermo si possono rintracciare grandi e piccoli momenti epocali: come la messa in onda, negli anni 70, della miniserie Radici, o il sottile lavoro di “normalizzazione” svolto da una sitcom rassicurante come I Robinson tra gli anni 80 e 90.

Ma è negli ultimi anni che la tv americana – producendo sempre più serie – ha allargato lo spettro della rappresentazione della cultura nera e afroamericana, lavorando su due linee opposte e intrecciate. Con serie dal grande pubblico come Grey’s Anatomy, Scandal, Le regole del delitto perfetto, Empire ha imposto protagonisti neri in ruoli che fino a pochi anni fa erano in modo automatico affidati a bianchi; con opere più di nicchia, come la splendida Atlanta, creata e interpretata da Donald Glover, l’educazione sentimentale raccontata da Issa Rae in Insecure, l’esperimento di Spike Lee She’s Gotta Have It o il recentissimo The Chi di Lena Waithe ambientato nel South Side di Chicago, ha indagato le specificità delle comunità afroamericane, così come la rutilante The Get Down ha celebrato con spettacolarità epica i primordi dell’hip hop nel Bronx anni 70.

E non manca neppure il coraggio di affrontare il materiale scottante dell’attualità, mettendosi alla prova con questioni dolorose e a volte contraddittorie: l’hanno fatto Il caso O.J. Simpson e Orange Is the New Black, e tre stagioni della serie antologica American Crime, la cui protagonista Regina King torna nella nuova serie Netflix Seven Seconds, incentrata sulla morte di un ragazzino nero investito da un’auto della polizia.

Una pluralità di voci e di sguardi che, indipendentemente dalla qualità, ci preserva finalmente dai pericoli di una storia unica, per dirlo come la scrittrice nigeriana Chimamanda Ngozi Adichie: per questo, tra le tante, vi consigliamo di recuperare, sempre su Netflix, la commedia Dear White People. Dieci episodi (tra i registi c’è il Barry Jenkins di Moonlight), dieci punti di vista diversi e complementari, per imparare quant’è difficile, e insieme necessario, mettersi nei panni degli altri e andarci a spasso. E anche che permettersi di “essere neri e spensierati può essere, da solo, un atto rivoluzionario”.

Aggiornato lunedì 19 febbraio 2018 ore 17:05
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