il reportage

Catalunya Election Day

martedì 16 gennaio 2018 ore 18:52

Questo reportage, realizzato in 24 ore nel giorno delle elezioni in Catalogna, il 21 dicembre 2017, è stato pubblicato originariamente sul sito di Paolo Camillo Sacchi.

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Ho dei cari amici catalani che stimo molto. Mi piace il loro modo di vivere, mi assomiglia la loro voglia di condividere luoghi, cose, esperienze con gli amici. La loro allegria è contagiosa e la loro famiglia è calda, affettuosa e solidale. Ci siamo conosciuti una decina di anni fa, durante uno scambio casa. Loro ci cedevano per due settimane la loro casetta nel golfo di Llancá, sulla costa di Girona, e noi lasciavamo loro la nostra casa di campagna, sulle colline tra due laghi. Spesso gli scambi casa, che noi pratichiamo da anni, non prevedono l’incontro tra le due parti: si parte simultaneamente, dopo una conoscenza a voce e via mail. Arrivati, si trovano messaggi di benvenuto, che suggeriscono luoghi da visitare, ristoranti, mercati e spiaggette dove fare il bagno.

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Quella volta avevamo accordi simili, ma poi ci fu l’imprevisto: Lluis doveva affrontare l’esame per la patente nautica da lì a poco, e quindi avremmo dovuto convivere per qualche giorno. Confesso che, durante il viaggio, eravamo seriamente preoccupati per la futura convivenza tra i due nuclei familiari, sei noi, cinque loro. Ma bastarono pochi minuti per capire che davvero con loro era tutto facile. La casa gli assomigliava, simpatica e gentile, del tutto informale. Alcune stanze erano ritagliate in ambienti inusuali come il sottoscala o quello che sembrava essere un armadio. Stendemmo anche un paio di materassi sulle terrazze, in una notte catalana piena di stelle e di profumi.

Da allora siamo rimasti amicissimi: nei dieci anni passati da allora ci siamo scambiati casa altre volte, oppure ci siamo reciprocamente ospitati, con frequenti visite che diventavano occasioni di grande allegria da vivere insieme.

Nelle discussioni politiche ci capivamo molto, con punti fermi comuni, ma in più loro si sentivano convintamente indipendentisti e sostenitori da sempre della lotta della Catalunya per l’indipendenza. Noi non eravamo pregiudizialmente contrari, ma facevamo fatica a capire, perché, dalla realtà italiana, consideriamo chi si dice a favore dell’indipendenza come sostenitore di una questione ridicola, di teorie senza altre basi popolari che non siano l’insofferenza verso il diverso, ormai identificato con il migrante che rischia di impoverire la nostra agiata quotidianità.

La stima che abbiamo nei nostri amici mi ha però aiutato a capire le differenze tra le due situazioni e le radici profonde che hanno le loro istanze. Così, anch’io sono arrivato con il fiato sospeso al momento drammatico del referendum del 1° ottobre, con il governo centrale spagnolo che ha messo in pratica le sue minacce repressive, arrivando a soffocare il diritto alla consultazione così violentemente che i feriti dalla polizia sono stati più di ottocento.

Oltre il 90% dei votanti si è espresso nelle urne, difendendole con la propria presenza nelle scuole e nei luoghi pubblici, a favore della indipendenza. Quasi la metà degli aventi diritto si sono recati a votare nonostante i divieti.

L’Europa si è trovata di fronte a una grande prova di forza dei catalani, ma anche di civiltà e di rifiuto ostinato di ogni forma di violenza.

Ma, mi dicevo, ora che succederà? Il governo regionale proclamerà l’indipendenza o tratterà?

Da quel primo ottobre in poi ogni mattina cercavo in rete notizie dalla Catalunya. La situazione sembrava sospesa, tutti si rendevano conto di quanto la situazione fosse preoccupante e il governo di destra guidato da Rajoy non perdeva occasione per mostrare i muscoli e precludere ogni strada che potesse portare a una trattativa. Negli ultimi giorni di ottobre parto con amici per la Catalunya, invitato a una festa di famiglia, ma conscio che quelle ore sarebbero state decisive per la vicenda politica del paese.

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La tensione era davvero forte in quei giorni. Anche alla festa l’argomento era nella mente di tutti e alla fine della serata, a tarda notte, tutti hanno cantato il bellissimo inno catalano, Els Segadors:  …Così come la falce taglia le spighe dorate, così segheremo le catene.. Era chiaro a tutti che il giorno dopo sarebbe stato un momento storico e il canto aveva anche il senso di darsi coraggio e di sentirsi ancora una volta uniti.

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La mattina, la radio conferma queste previsioni: il presidente Puigdemont proclama di fatto l’indipendenza con il voto favorevole della maggioranza indipendentista del Parlamento catalano. Leggo per caso che nel primo pomeriggio è in programma una partita di calcio che assume un significato incredibile in questo momento: Girona vs Real Madrid. Come dire Davide contro Golia. Girona, la più indipendentista delle città catalane, contro il simbolo del potere centrale. E proprio oggi. A volte succedono cose che nemmeno a farlo apposta. Decido che devo andare là, non importa se non potrò entrare. Non avendo un accredito resterò fuori dallo stadio come facevo da ragazzino giusto per sentire i rumori, interpretandoli con l’immaginazione.

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Dallo stadio si percepisce il respiro della folla. Libertat! Libertat! scandiscono dagli spalti, ma senza violenza, come sempre, e, come sempre, con grande orgoglio. E poi succede quello che solo il calcio sa creare, la favola, l’incredibile:  2 a 1 per Girona!!! Davide ha vinto. Dallo stadio la festa si trasferisce in centro città. Il calcio, l’indipendenza la voglia di festeggiare e di non pensare più alle tensioni, tutto esplode in abbracci e grandi bevute. E ancora si canta l’inno catalano.

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Mia moglie Rossella ha postato sul suo profilo Facebook alcune immagini e qualche pensiero sull’incredibile ed emozionante momento che stiamo vivendo, ma le risposte dal nostro mondo (italiano e di sinistra) sono fredde, quando non addirittura ostili, verso le istanze che qui scaldano i cuori. Capiamo quanto sia difficile spiegare e capire questa realtà per chi, come noi, è abituato a sentir parlare di secessione dalla destra razzista ed egoista della Lega Nord. A poco serve spiegare la profondità e la storia di questo desiderio di indipendenza con radici così antiche, plurisecolari.

Così, mi sono ripromesso di tornare in Catalunya per le elezioni del 21 dicembre. Nei giorni precedenti alla mia partenza ho sentito il bisogno di entrare nel cuore della questione. Ho bisogno di capire, di essere al corrente delle novità dei vari schieramenti. Ho bisogno dell’aiuto di Ramon, altro amico catalano indipendentista e di sinistra, a letto con una gamba rotta per un incidente di moto. Ramon mi manda link e articoli e qualcosa comincio a capire. Soprattutto capisco che la situazione è complicata e percepisco il timore che una sconfitta possa ributtare indietro la storia e soprattutto allargare le già presenti divisioni.

Voglio dare al mio lavoro il taglio che più mi somiglia: quello del ritratto. Ne parlo con Ramon e con Lluis e Philippa, la mia ‘redazione catalana’. Loro sono d’accordo e mi aiutano a fissare due appuntamenti con delle persone rappresentative della realtà: un avvocato che difende gratuitamente le vittime della repressione del 1° ottobre e un’attrice molto amata e popolare, una bandiera delle istanze indipendentiste, con un taglio decisamente progressista. Vorrei fare il ritratto del paese in 24 ore nel giorno delle elezioni. Arrivo a Barcellona nel pomeriggio del 20, ritiro una piccola auto a noleggio e mi dirigo, con la velocità che il traffico intenso mi consente, verso Girona. Ci vorrebbe un’oretta andando piano, ma sono disposto a mettercene due. Ho grande calma, non ho appuntamenti se non per cena a Celrá, il paese dove mi attendono gli amici. Sembra la quiete prima della tempesta.

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So bene che domani mi sveglierò con il buio per arrivare per tempo nei luoghi che la mia redazione ha individuato. Intanto, tra una coda e l’altra sbircio i manifesti elettorali e mi sorprendo a notare che quelli relativi al referendum sono molto più numerosi di quelli destinati alle elezioni attuali. Forse la causa si può trovare nel fatto che con i protagonisti all’estero, Puigdemont a Bruxelles e Rajoy a Madrid, i messaggi viaggiano di più su Internet e televisione. Nuovi messaggi poi, forse, non ci sono, se non quelli che reiterano le posizioni ormai note. Forse più presente è la nuova destra di Ciudadanos che grazie alla presenza di una leader molto telegenica, Inés Arrimadas, cerca di dare una immagine rinnovata a quella corrotta e stantia del centro destra. Pochi gli altri cartelli elettorali, semmai è frequente una strana simbologia che sembra più una grafica stradale, come fosse il divieto di superare una certa velocità: 155 sbarrato in rosso. In realtà è l’odiato articolo 155 che la monarchia impone come limite invalicabile alle autonomie locali. Lo trovo scritto con le bombolette sui ponti della superstrada spesso impresso su lenzuoli bianchi che invocano instancabili la liberazione dei presos, gli imprigionati, che la coscienza popolare invoca liberi  e che sono diventati veri e propri simboli di un potere limitato e sottomesso. I presos sono i due Jordi (Sanchez e Cuixart, leader dei due principali movimenti indipendentisti),  e Oriol Junqueras, vicepresidente della Generalitat, leader di Esquerra Republicana, un partito che è dato in grande ascesa e che oggi ha il volto di Marta Rovira.

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Proprio scendendo dall’auto dopo aver finalmente trovato un parcheggio, mi trovo di fronte un manifesto elettorale strappato che assume un preciso significato politico. Dal viso di Junqueras sorge infatti il bel volto di Marta Rovira e sembra dire che la repressione non può fermare la storia, e che le idee rinascono sempre più forti e radicate. Girona è bella: austera, decorata per il Natale, ma con una predominanza di giallo, il colore simbolo dell’indipendentismo. Poca gente per le strade, il vento e il freddo non aiutano la voglia di uscire, ma la tensione e il pensiero sono già all’indomani. Dalle finestre vedo la gente che si prepara per cena, qualche televisione è accesa ma quasi per abitudine, ormai c’è poco da dire che non sia stato detto.

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Forse fanno eccezione i più giovani, del resto Girona è una città universitaria, a loro rimane la voglia di ritrovarsi, di guardarsi in faccia e di condividere anche l’incertezza. Sono proprio loro che hanno più voglia di parlare, molti sono fuori sede, e da parte loro in generale c’è rispetto per questo paese, sicuramente c’è rifiuto per le soluzioni repressive. I giovani catalani sembrano più decisi; in giro chiedo previsioni, ma si appellano al silenzio preelettorale che da queste parti è molto rispettato.

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I miei amici sono deliziosi come sempre, ma questa sera mi sembrano ancora più partecipi e coinvolti dal mio progetto, provano gratitudine verso chi si propone di capire per sé e per spiegare ad altri le idee in cui credono.

Mi colpisce anche la loro preoccupazione per il momento e la consapevolezza che tutto quanto avrebbe potuto essere gestito meglio. Durante la serata scopro che tra loro non si erano ancora detti per chi avrebbero votato. Intuisco che l’indecisione li ha accompagnati fino ad ora. E’ tardi, bisogna alzarsi presto domattina. Io voglio essere al seggio prima dell’apertura e soprattutto vorrei raccontare Girona all’alba nell’ora immediatamente prima dell’evento.

 

 

 

 

 

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La città si risveglia indolenzita la giornata è lavorativa.

Il bar dove bevo il caffè mi informa che sono state accordate quattro ore di permesso elettorale ai cittadini lavoratori e la maggior parte dei votanti andrà alle urne nel pomeriggio.

 

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Ho scelto di cominciare da un seggio elettorale dove la repressione del 1° ottobre è stata particolarmente dura. Ramon mi ha detto che probabilmente l’alta frequenza di voto nei primi minuti assume un simbolo di continuità con il referendum. Infatti molta gente è in attesa dell’apertura e in pochi minuti il seggio è pieno. Molto silenzio, molta correttezza.

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Le operazioni di voto si svolgono tranquillamente, i reporter e i giornalisti sono considerati i benvenuti: forse si vuole testimoniare la maturità democratica di questo elettorato. Visito un altro paio di seggi elettorali e decido di correre al mio appuntamento con l’avvocato Albert Carreras, il sole ha scaldato abbastanza l’aria e la vita è quella solita di una giornata lavorativa.

avvocato

Avvocato Carreras, vorrei farle solo poche domande, quelle che la gente si pone, specialmente in Italia. Lei, insieme ad altri colleghi, si è messo a disposizione di coloro che hanno subito la repressione, a volte violenta, del 1° ottobre, quando la polizia di Stato ha cercato di impedire il regolare svolgimento del referendum. E’ sanzionabile il comportamento della Polizia, dal punto di vista del diritto e in base alle leggi  attuali?  Come avvocati rappresentiamo circa 200 persone colpite dagli eventi del 1 ° ottobre. Pensiamo che la polizia spagnola abbia responsabilità criminali nei fatti avvenuti durante il referendum. Per questo motivo sono state presentate denunce e reclami a nome dei consigli di Girona, Sant Julià de Ramis e Aiguaviva. Le motivazioni delle denunce con rilevanza penale sono per i reati di lesioni, tortura e violazione dei diritti  fondamentali.

Quale sarà il tribunale competente per poter dirimere la questione? Un tribunale statale catalano?  Il tribunale competente, per criterio di territorialità è quello di Girona, ma la competenza è dello stato spagnolo.

Secondo la sua opinione, che ruolo deve avere l’Europa in tutte le questioni legate al diritto in questo particolare momento storico? L’Europa svolge un ruolo molto importante. In Spagna al momento l’indipendenza giudiziaria non è reale. Il sistema giudiziario è soggetto a criteri politici. La repressione ideologica è un dato di fatto, la brutalità della repressione e le violazioni dei diritti che si sono verificate non si subivano da quarant’anni. Solo con un’Europa impegnata e forte si riuscirà a ottenere un ripristino dei diritti e delle libertà.

Ci salutiamo, devo correre a Barcellona, anche se in ritardo non posso fare a meno di fermarmi in un seggio vicino al mio posteggio: la gente è aumentata ancora anche se non si può dire che ci sia entusiasmo.

Mentre guido, Ramon mi aggiorna sui dati di affluenza che sono buoni, indicano percentuali di voto importanti. Lui, che è molto schierato sul versante indipendentista, non mi sembra accogliere positivamente questo dato.

Ci penso su e devo dire che la situazione mi sembra parecchio intricata. Vedo tre scenari possibili per l’indomani. Se dovesse prevalere nelle urne la parte statalista, le istanze indipendentiste, ma anche semplicemente di autonomia, subirebbero una battuta d’arresto. Se invece dovesse prevalere la scelta autonomista nel suo complesso, risulterebbe difficile non arrivare a un nuovo referendum, magari sotto la supervisione europea. Sicuramente un risultato che fotografa il paese diviso in due sarà il più probabile. A me viene sempre spontaneo pensare, e suggerire ai miei amici indipendentisti, una soluzione di nuova autonomia che possa scaturire dalla sconfitta probabile di Rajoy e da una possibile mediazione da parte di Podemos (Catalunya en Comù-Podem), con la sindaca Ada Colau nel ruolo di regista. Devo dire che i miei amici catalani alzano le spalle e giudicano questa ultima ipotesi impraticabile: per loro Podemos si è squalificata con posizioni che a loro sembrano molto ambigue.

Finalmente ho l’appuntamento con Silvia Bel per poterla conoscere e intervistare. Ci troviamo nel primo pomeriggio all’uscita dei teatri di posa dove lei gira una serie molto popolare che va in onda tutti i giorni. Arrivo con buon anticipo nel quartiere dove si trovano gli studios, Esplugues de Llobregatzona storicamente industriale, molto nota anche per gli illustri personaggi che vi risiedono, data la vicinanza con il mitico stadio Camp Nou: Gerard Piqué con sua moglie Shakira, Dani Alves, prima che andasse a giocare alla Juventus, e Iniesta. Il quartiere ha un’aria molto internazionale con le scuole americana e tedesca. A me sembra subito evidente che l’atmosfera che si respira qui è particolare. I manifesti elettorali vecchi e nuovi sono in gran parte schierati a destra e nel campo statalista.

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Entro in un bar e la gente all’interno parla in castigliano della giornata elettorale. La maggior parte è orientata a non votare, qualcuno si dichiara favorevole ad accordare la sua preferenza alla Inés. Sono molti i sudamericani, mentre la padrona del bar è andalusa ma lavora qui da vent’anni. A voce molto alta dice che se vincono gli indipendentisti lei chiude e se ne va, tanto i suoi clienti verranno licenziati dalla Bayer, che è proprio qui di fronte, e non avranno nemmeno più i soldi per una caña. 19Mi rende noto che già 800 ditte con sede in Catalunya hanno deciso di andarsene dal quel 1° ottobre, che considera maledetto. Un personaggio un po’ più alticcio degli altri mi invita a visitare la palestra di fianco al bar: due luci che danno sulla strada, un po’ di puzza di sudore  e  un  forte senso  di appartenenza a  madre España  ostentato  sulle magliette sudate. Chiedo anche al pugile, che non smette di saltellare, se avesse già votato e per chi. Per tutta risposta riprende a picchiare sul sacco con rinnovata energia. Decido che forse è meglio salutare e andare all’appuntamento con Silvia Bel.

Aspetto qualche minuto fuori dagli studios e finalmente lei arriva, la seguo nel traffico fino a casa sua dove mi ha promesso un caffè e la vista dall’alto della città.

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Le esprimo i miei dubbi e lei mi risponde. Le leggi più avanzate e innovative vengono sempre bloccate da Madrid. Il franchismo non è mai morto e loro eredi sono le destre stataliste. Obbietto che anche tra i partiti autonomisti ci sono formazioni di destra, ma Silvia è convinta che questi ultimi facciano parte di una destra più dignitosa e rispettabile con cui è possibile una dialettica democratica. Chiedo a Silvia cosa spera e cosa si aspetta dal voto di oggi. Ottimista e decisa, mi dice di avere sensazioni positive rispetto a queste elezioni che si sono svolte in un clima pessimo, con esponenti dell’indipendentismo in galera da molte settimane e il leader legittimo del governo catalano in esilio forzato. Ciononostante, la gente ha dimostrato una vocazione democratica che è quasi commovente. Nessun episodio di violenza, ma anche nessun ripiegamento dalle proprie convinzioni. “Si, è vero, siamo divisi in tre partiti fondamentalmente diversi, ma la vera votazione è su quello che ci unisce. Sarà molto importante il raggiungimento della maggioranza dei seggi. Io sono ottimista. Ci vediamo stasera nelle varie feste che si terranno nei posti dove si seguono gli scrutini.”

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Torno in città e cerco il seggio de la Escola Industrial, un posto molto bello anche dal punto di vista architettonico. Qui parlo con molti rappresentanti di lista che mi confermano che la partecipazione è molto alta.

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Ormai tutti aspettano le 20, non tanto per la chiusura delle operazioni di voto, ma soprattutto per la diffusione degli exit poll. Infatti la grande partecipazione non può che avere un significato di inequivocabile legittimazione del voto, qualsiasi sia l’esito finale.

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Mi infilo in un taxi e mi faccio portare alla nave Bostik, un centro culturale autogestito che da dieci anni risiede nella vecchia fabbrica dove si confezionava la famosa colla, e dove stasera è attivo il centro di informazione e raccolta dati della formazione di sinistra di Unità Popolare, la CUP. Con 10 deputati, questa formazione è stata fondamentale nella passata legislatura, obbligando il leader storico di Convergencia Artur Mas a farsi da parte e a cedere la presidenza a Carles Puigdemont. Il taxista mi informa sulle proiezioni delle 20, sembra distaccato sull’esito ma mi fa ascoltare e mi aiuta nella traduzione. Con la poca carica rimasta nel mio smartphone mi collego ai siti dei giornali Italiani che enfatizzano la possibile affermazione delle liste indipendentiste. Giro le notizie a Ramon che sembra rivitalizzato. La fabbrica Bostik è davvero bella con i suoi maestosi murales.

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La sala stampa brulica di giornalisti; tantissimi di questi mi sembrano molto giovani. In giro c’è un misto di soddisfazione per il risultato e di delusione per la performance della CUP, da cui i militanti si aspettavano di più. Prevale nelle conferenze stampa il giudizio complessivo, giudicato storico, mentre la natura stessa delle votazioni porta anche simbolicamente a premiare il partito di Puigdemont.    Appunto: il partito del presidente esiliato a Bruxelles. E’ lì che devo andare, nell’hotel che è stato scelto come quartier generale di JuntsxCat. In venti minuti ci arrivo e qui c’è aria di vittoria e si tira un respiro di sollievo, consapevoli.

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La soddisfazione è tanto più grande quanto più si definisce la sconfitta dell’odiato Rajoy, che in effetti conquista solo quattro seggi, con una vera e propria migrazione di voti a favore della lista Ciudadanos di Inés Arrimadas, che diventa primo partito, ma nella sicura impossibilità di formare una qualsiasi coalizione.

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Quando nei monitor appare il vincitore Puigdemont dalla sala si alza lo slogan: Puigdemont: President!. Le interviste si susseguono con protagonisti i vari leader del partito. Ormai è notte fonda una lunga giornata si sta concludendo.

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 E’ già tempo di bilanci: qualcuno dice che presto bisognerà tornare alle urne, si accendono discussioni. Una cosa è certa per conto mio: abbiamo uno sconfitto e si chiama Mariano Rajoy, colui che ha voluto queste elezioni e che ne esce perdente.      Tutti hanno rischiato moltissimo, a cominciare da Puigdemont che se avesse perso si sarebbe dovuto assumere la responsabilità di tutta la gestione della faccenda, con le polemiche e le divisioni che questo avrebbe comportato. Queste elezioni, però ci consegnano un altro verdetto, ed è una bocciatura per il comportamento dell’Unione Europea. Dentro l’idea stessa di comunità di stati c’era la soluzione per accogliere e valorizzare le autonomie, raccolte in una federazione continentale, che sembra sempre più lontana, ma sarebbe sempre più urgente costruire.

© Paolo Camillo Sacchi

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Paolo Sacchi è reporter e ritrattista. Si è formato a Milano presso gli studi di importanti maestri della fotografia, quali Attilio del Comune ed Enzo Nocera.

Per quanto riguarda l’attività di reportage ha collaborato per diversi anni con numerose riviste di viaggi in Italia e all’estero, tra le quali Dove, Gulliver, Carnet, Style, Viaggi del Sole, Yacht and Sail, Travel & Leisure, Bon Appetit, Guide Lonely Planet.

E’ reporter per diversi anni dell’agenzia Getty, per la quale ha realizzato servizi per Discovery Channel e altre testate:
 New York TimesLos Angeles TimesU.S. TodayBoston GlobeEssence MagazineBloomberg Investor MagazineLexus Magazine.

Per Italia Nostra pubblica “Ritratto di un parco”, un’indagine nell’arco di un anno sui parchi urbani Bosco in Città e Parco delle Cave a Milano.

Ha fatto inoltre ricerche sull’archeologia industriale, realizzando la mostra “Per l’ultima volta fabbrica” sullo storico cappellificio Panizza di Ghiffa, sul Lago Maggiore.

Il ritratto è però il campo privilegiato in cui Paolo Sacchi lavora e nel quale ha indagato mondi diversi: l’arte, la fabbrica, le professioni, la famiglia attraverso i momenti importanti di una vita, come la maternità, e le varie età dell’esistenza. Tra i numerosi incarichi, realizza per Saiwa una serie di ritratti dei dipendenti all’interno di un progetto volto a valorizzare il fondamentale contributo del lavoro umano anche in presenza di avanzate tecnologie.
 Si occupa inoltre della sezione ‘Ritratti e lavoro’ della mostra “La Dolce”, che viene esposta a Genova – Palazzo Ducale, sulla tradizione pasticcera genovese. Per il settimanale Il Mondo realizza un’intera stagione di ritratti di copertina. Una serie di ritratti a figura intera è il soggetto della mostra “Oltre”: attraverso il ritratto in studio e un fondo nero uguale per tutti, vengono rappresentate a grandezza naturale persone comuni, cittadini dei nostri tempi in un progetto che mira alla costruzione di una memoria del nostro tempo.

Qui trovate il suo sito, qui la sua pagina Facebook.

paolo@sacchi.biz

Aggiornato mercoledì 17 gennaio 2018 ore 18:26
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