caso boschi etruria

La crisi degli elettori Pd

venerdì 22 dicembre 2017 ore 19:28

Solo un ingenuo potrebbe davvero pensare, come auspicano i dirigenti renziani del Pd, che il caso Boschi Etruria sia finito qui.

Al contrario, sarà uno degli inevitabili motivi di scontro politico nella campagna elettorale che di fatto è già cominciata. Lega, Forza Italia, Movimento 5 Stelle non si lasceranno sfuggire l’occasione.

Sperare che non se ne parli più è wishful thinking, è pensiero magico.

L’intera vicenda è stata un disastro sul piano comunicativo per il Partito Democratico.

La commissione banche, è stato già scritto, avrebbe voluto essere l’arma fine-di-mondo di Renzi e invece si è trasformata in un calvario per la sottosegretaria e per il giglio magico renziano.

E’ accaduto perché se impugni le armi del tuo nemico rischi che il tuo nemico sia più bravo di te a usarle.

I dirigenti del partito che si è autodefinito argine al populismo, pur di difendere la posizione e il futuro politico di Maria Elena Boschi hanno attaccato la stampa, interpretato a proprio modo le dichiarazioni rese in commissione dai protagonisti della vicenda, negato il conflitto di interessi.

Ma forse la domanda più interessante da porsi non riguarda i dirigenti. La domanda più interessante è: cosa sta accadendo tra gli elettori del Pd? Nelle discussioni pubbliche e private, sui social e nei bar, i sostenitori di Renzi hanno reagito col riflesso della difesa della casamatta accerchiata.

Mutazione antropologica è espressione che attiene a scenari più drammatici rispetto alla vicenda della banca aretina ma attenzione a non sottovalutare i segnali. Prendersela coi giornalisti, derubricare a normale attività istituzionale comportamenti che politicamente sono inopportuni è stato, negli ultimi 25 anni, il tipico approccio alla cosa pubblica dell’elettorato berlusconiano.

“Non ci sono state pressioni” è diventato il mantra con cui si sono riempite le pagine dei social network per difende Boschi, Renzi e Carrai.

Con un atteggiamento meno da tifoseria, più consono alla militanza nel partito “argine al populismo”, il militante renziano avrebbe potuto rivendicare i risultati degli anni di governo e al tempo stesso consigliare alla sottosegretaria più miti atteggiamenti, magari un passo indietro, sulla base del principio che, anche in assenza di reati o delle famigerate “pressioni”, se sei la figlia del vicepresidente di un istituto di credito ti astieni nella maniera più netta dal fare domande ai vertici del sistema bancario italiano.

L’aspetto che emerge è la mancanza di piani comuni. La difficoltà nello stabilire quali atteggiamenti sia lecito che un politico assuma e quali no. Quali affari sia legittimo che tuteli e quali no. E quale sia la differenza tra il bene comune e l’interesse privato, individuale, familiare. Al di là delle appartenenze.

Renzi ha scelto la sfida frontale, ancora una volta, annunciando la ricandidatura di Boschi e affermando che “saranno gli elettori a decidere”. Sul referendum costituzionale la strategia della polarizzazione dello scontro è stata perdente. Oggi la ripropone.

Gli elettori di più stretta fede renziana, se le affermazioni pubbliche hanno valore, hanno già deciso di seguire il segretario. Gli altri, non lo sappiamo

Aggiornato venerdì 29 dicembre 2017 ore 18:25
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