pietro cheli

Ciao Pietrone

martedì 07 novembre 2017 ore 16:58

Oggi mi tocca una parte così.

Di quelle che mi sarei voluto davvero risparmiare.

Mi tocca salutare Pietro.

Pietro Cheli.

Mi tocca salutarlo stando attento a non eccedere con le parole belle, consapevole che se potesse mi liquiderebbe via con un genovesissimo “Belìn, ma va a cagare”.

E allora ne parlerò anche un po’ male, come si può fare solo di un amico a cui si è voluto bene.

Pietro l’ho conosciuto da ascoltatore.

Perché lui ascoltava, ascoltava tutto.

Era come la Stasi.

Ascoltava tutto e non ti perdonava niente.

Ascoltava come leggeva, in modo onnivoro.

E non dimenticava nulla.

Sapeva tutto di tutti e tutto di tutto.

Era una gigantesca portinaia di quelle da romanzo popolare.

Era come Gelli, ma senza loggia e senza faldoni.

Tutto a memoria e niente secondi fini.

In testa aveva un archivio infinito, foderato di aneddoti e storie, tante quanto i libri che riempivano gli scaffali della sua casa.

Pietro divorava letteratura e divorava il cibo.

Il suo posto era la tavola.

Era vorace quanto generoso.

Generoso e spietato.

Perché sapeva distinguere perfettamente chi aveva talento e chi no, gli intelligenti dai cretini.

Era un critico. Non solo nella professione, anche nella vita.

Ed era manicheo.

Poteva accoglierti – ed era un privilegio – oppure liquidarti e chiuderti la carriera con una battuta sferzante.

Non era cattiveria.

Era autorevolezza.

La sua autorevolezza stava lì.

Nel saper prendere sempre una posizione netta sulle cose.

Mai pregiudiziale.

Perché aveva conoscenza e gli strumenti per valutare.

Che non è mica cosa da tutti.

Anzi, è un patrimonio di pochi.

Non c’era cerimoniale in Pietro.

Era trasparente e autentico.

Sapeva essere duro ed era fragilissimo.

Era un adulto bambino.

Una lucente contraddizione che teneva insieme Philip Roth e la battuta da caserma, Cracco e la porchetta, gli appunti partigiani e il Manchester United, il dionisiaco e il razionale, il cinismo e la tenerezza.

Lui, genovese fino al midollo, che al ristorante lasciava mance da Calboni, che contraddizione.

Era un ragazzino Pietro, dentro una figura gigante.

Che se n’è andato subito dopo i cinquant’anni.

Forse perché sapeva che era l’ultima età buona per rimanere ancora un po’ bambini.

Aggiornato mercoledì 15 novembre 2017 ore 16:34
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