Dopo il caso a Firenze

“Omertà, coperture e senso di onnipotenza”

sabato 09 settembre 2017 ore 12:20

“Il caso di Firenze non lo conosco direttamente, perché non ne sono coinvolto professionalmente, ma è una vicenda che sembra riproporre il tema che tante volte ho incontrato nella mia carriera di avvocato: quello degli abusi delle persone in divisa”.

Pesa le parole, l’avvocato Fabio Anselmo, come è abituato a fare nelle aule giudiziarie. Ma, anche se la vicenda della due studentesse statunitensi che hanno denunciato di essere state violentate da due carabinieri in servizio è ancora aperta, non si sottrae a una riflessione più ampia che questo caso, comunque, ripropone. Quello del comportamento delle forze di polizia. I due carabinieri di Firenze sono al momento indagati per violenze sessuale. I primi passi delle indagini sembrano confermare il racconto delle due ragazze. Il passaggio in auto, un’auto in servizio, la violenza sessuale dentro l’androne del palazzo in cui le studentesse vivono. Il terrore delle vittime e l’incapacità di reagire di fronte a due uomini in divisa e armati. La dichiarazione della ministra della difesa Pinotti è significativa: parlare, già ora, e da ministra, di “qualche fondatezza”, dà alla vicenda una patente di forte attendibilità.

L’avvocato Anselmo ritorna con la memoria a quel 1995, quando per la prima volta, si imbattè nell’omicidio di Federico Aldrovandi, nella sua città, Ferrara.

“Dal 25 settembre di quell’anno – racconta – mi sono imbattuto in un problema che non credevo avesse le dimensioni e la consistenza che ho dovuto constatare negli anni successivi”. Dopo il caso Aldrovandi – su cui sta scrivendo un libro – Anselmo ha seguito il processo per la morte di Stefano Cucchi, riuscendo a far emergere una verità inizialmente negata: Stefano venne ucciso a botte. E altri casi ancora, come quello di Giuseppe Uva o di Riccardo Magherini, proprio a Firenze.

“Noi – riflette Anselmo – abbiamo un grosso problema culturale. La fiducia nelle forse dell’ordine è un elemento, è un collante indispensabile da un punto di vista sociale per la loro funzione particolarmente delicata. Ma non è e non deve essere considerato di fonte divina. La fiducia anche le forze dell’ordine devono meritarsela, non può essere un atto di fede”.

Una fiducia che però, da vicende come quella delle due ragazze a Firenze, viene minata profondamente, con un senso di disagio anche in chi vorrebbe poter credere negli “uomini dello Stato”, perché ne sente l’importanza del compito. E allora come si può salvaguardare un rapporto sano di fronte a violenze e abusi, come quelli documentati ad esempio dal Consiglio d’Europa nel suo recente rapporto sulle carceri italiane? O a casi come quello di Stefano Cucchi?

“L’unica strada è che le stesse forze dell’ordine sappiano perseguire senza se e senza ma, senza sconti i colleghi che commettono quegli abusi. Cosa che purtroppo non sempre avviene. Anzi, raramente. Questo è il grande tema. Nel momento in cui appartenenti alle forze dell’ordine vengono coinvolti in situazioni di violenza o in abusi anche più gravi, scatta uno spirito di corpo che non dovrebbe esistere”.

“Dovrebbe esserci un atteggiamento completamente opposto – continua Anselmo – proprio per quello spirito di corpo che dovrebbe invece promuovere l’interesse a che i colpevoli siano puniti per salvaguardare il nome di tutto il resto della struttura. Un caso come quello di Firenze, se sarà confermato, rischia di nuocere a tutta l’Arma dei carabinieri”.

Il ragionamento dell’avvocato è chiaro: se si coprono i responsabili in nome di un malinteso senso di appartenenza – oltre a negare la giustizia alle vittime –  si getta un’ombra su tutta la struttura. Sembra ovvio, sembra buon senso. E invece?

“Nelle vicende giudiziarie che ho seguito non ho trovato questa collaborazione da parte delle forze di polizia coinvolte. Anzi. Ho trovato ostilità, ho trovato un clima omertoso. Sono rarissimi gli episodi in cui le indagini partono fin dall’inizio senza indugi e senza sconti per nessuno”.

Questo senso di “impunità” contribuisce secondo lei al ripetersi di questi fatti?

“E’ chiaro che prima o poi nell’immaginario collettivo nasce l’idea che vi possa essere una sorta di de-responsabilizzazione. O anche una sorta di delirio di onnipotenza nelle forze dell’ordine che, secondo me, sì, sta proprio alla base di questi episodi”.

Aggiornato mercoledì 13 settembre 2017 ore 16:57
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