La missione militare

Le regole del blocco navale in Libia

martedì 01 agosto 2017 ore 17:42

La frase chiave è del ministro Pinotti: “la missione non è un blocco navale, ma consiste nel supporto logistico e tecnico alle forze libiche”. Perchè facciano il lavoro sporco, aggiungiamo noi.

In sostanza l’operazione italiana punta limitare i flussi favorendo e supportando le forze libiche in mare. cioè facendo in modo che siano loro a fermare i barconi o i gommoni che si staccano dalle coste, che lo facciano presto, possibilmente in acque territoriali libiche. Le navi italiane, provviste di tecnologia, di sistemi di avvistamento e radar moderni segnaleranno le barche ai libici che svolgeranno, appunto, il lavoro sporco.

Le regole di ingaggio, dunque, sono quelle di Frontex, o meglio delle navi italiane che partecipano a Frontex: controllo delle frontiere marittime. Non c’è bisogno d’altro. Naturalmente le navi italiane potranno rispondere al fuoco nel caso ciò accada, e non potranno far scendere a terra militari.

Di fatto la missione rende effettivamente più difficili gli sbarchi e, in prospettiva, potrebbe anche imporre a trafficanti e migranti di individuare nuove rotte. Se quella mediterranea si fa troppo difficile la domanda potrebbe crollare e rivolgersi, per esempio, alla rotta che passa dalle Canarie, in disuso perchè più pericolosa e più lunga.

La parte più criticabile di questa missione sono i costi umanitari. Riportare i migranti in Libia significa far perdere loro mesi e mesi di viaggio, costato fior di dollari in molti casi, e significa finire in uno dei famigerati centri per migranti in Libia: ce ne sono 34, di fatto sono centri di detenzione.

Il governo, inteso come al Sarraj, ne gestisce 24, mentre i restanti sono controllati dalle amministrazioni locali, praticamente le varie milizie. ci sono però diversi campi di detenzione non ufficiali diretti, anche in questo caso, dai gruppi armati che considerano i migranti ostaggi da liberare dietro riscatto e il cui numero è ignoto.

Gli osservatori internazionali hanno accesso a solo la metà dei centri e solo a quelli riconosciuti. Sugli abusi e le violazioni compiuti in questi centri le testimonianze sono ormai tante.  

Aggiornato mercoledì 16 agosto 2017 ore 16:16
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