l'intervista

“Sono la moglie, non la vedova di Montinaro”

venerdì 02 giugno 2017 ore 16:51

“Non è stato facile in questi venticinque anni. Oggi i miei figli Gaetano e Giovanni sono grandi, lavorano, si sono costruiti un futuro… ma come dimenticare il periodo della scuola, le domande sul loro papà Antonio, la sua assenza, i silenzi e i pianti senza farmi vedere”.

Tina Montinaro è una donna forte, fiera di camminare a testa alta, e di aver affrontato e superato molte difficoltà e sofferenze.

Una delle prime scelte che fece fu quella di rimanere a Palermo dopo la strage di Capaci, il 23 maggio1992. In quel giorno di 25 anni fa suo marito Antonio Montinaro, caposcorta di Giovanni Falcone, venne ucciso dalla mafia insieme al magistrato, a sua moglie Francesca Morvillo e agli altri due agenti della scorta, Rocco Dicillo e Vito Schifani.

montinaro foto falcone e sua scorta nell'articolo

Tina Montinaro, perché decise di rimanere a Palermo, con i suoi due figli, dopo quella terribile strage mafiosa in cui suo marito perse la vita?

“Perché in questa città ho trovato vicinanza, calore, stima dei palermitani e poi volevo che quelli, i mafiosi, mi vedessero ogni giorno. Anche senza parlare, la mia presenza a Palermo la devono sentire. E poi semmai sono i mafiosi che se ne devono andare da questa bella città, sono loro che si devono vergognare”.

Lei mi ricordava che… “ io sono la moglie e non la vedova di Antonio Montinaro…”

“Sì, io sono la moglie di Antonio. La parola vedova non mi piace, sa di disperazione, distacco, morte. E tutto questo non mi piace. Io continuo a andare in giro per l’Italia a parlare di Antonio, di quello che ha fatto per la mia famiglia, della sua onestà e senso dello Stato. E ne parlo anche con i miei figli. Preferisco essere chiamata la moglie di Antonio Montinaro che porto sempre nel mio cuore. Sono fiera di mio marito”.

Mi diceva che continua a girare per l’Italia, andando nelle scuole, partecipando agli incontri per la legalità… perché?

“Perché la strage di Capaci appartiene a tutta l’Italia, la storia di Antonio non appartiene solo a me e ai miei figli. Tutti devono sapere di mio marito e dei due agenti della scorta,Vito e Rocco, e del loro rapporto con Falcone. Io racconto queste storie”.

Cosa ci dicono le storie di suo marito Antonio, di Vito Schifani e Rocco Dicillo?

“Erano dei giovani uomini che hanno scelto di provare a cambiare le cose. Credevano fortemente nella legalità, nel lavoro di Falcone, e per lui hanno dato la vita. Le loro storie devono essere conosciute. Io le racconto, ponendo delle riflessioni a chi mi ascolta. Io porto la memoria”.

Lei si rivolge in particolare ai giovani. Perché?

“Perché senza memoria non c’è futuro. Io spiego ai giovani, attraverso la storia di mio marito e di chi ha combattuto e combatte le mafie, che non bisogna accettare l’indifferenza, il silenzio, il voltarsi dall’altra parte. I mafiosi si nutrono proprio di questo. E allora penso che soprattutto i giovani devono essere preparati, vigili, attenti, prendendo in mano la bandiera della legalità, per evitare che si ripetano quei tempi bui di allora”.

Che rapporto c’era tra suo marito Antonio e Giovanni Falcone?

“Un bellissimo rapporto di stima e rispetto. Mio marito aveva formato la sua identità antimafia con Falcone. Antonio aveva un alto senso del dovere, dello Stato. Per lui la protezione di Falcone era una missione”.

Come ricorda suo marito?

“Antonio non voleva essere un eroe, ma era sì coraggioso e consapevole dei rischi. Scortava il giudice Falcone che stimava e per il quale era pronto – come le dicevo – a dare la propria vita. Mio marito era una persona buona e i suoi figli sono orgogliosi di lui e come carattere assomigliano al loro padre. Ed io di questo sono felice”.

Tina e Antonio Montinaro nel 1990

Tina e Antonio Montinaro nel 1990

Salutiamo Tina Montinaro, parlando della sua lettera d’amore e di speranza che, a 25 anni dalla strage di Capaci, ha voluto scrivere a suo marito Antonio. Le chiediamo il perché di questa scelta.

Lei risponde sorridendo e dice: “Mi piaceva l’idea di parlare con lui, con Antonio di questi 25 anni, dei nostri figli…di come sono andate le cose…”.

Questo il testo della lettera di Tina.

Caro Antonio, marito mio, questa è una lettera per te… Beh, vuoi sapere cosa è successo in questi ultimi venticinque anni? Non è proprio semplice da spiegare e sinceramente credo ci vorrebbero 100 lettere e 1000 pagine per poterlo raccontare, ma cercherò di darti un’idea. È cambiato tanto, non c’è dubbio; dopo quella tragica data, la coscienza dei palermitani sembra essersi risvegliata. Ci volevano le due stragi per portare migliaia di persone giù in strada? Non lo so, non riesco a capirlo, ma è un dato di fatto: da quelle date si è cominciata a sviluppare una genuina coscienza antimafia che però ahimè, ti devo confessare, credo che negli ultimi anni si sia persa.

I familiari delle vittime vanno nelle scuole, parlano a ragazzi che in quegli anni non erano ancora nati, ma ti sembra giusto che la difesa della memoria tocchi a tutti noi che già così crudelmente siamo stati colpiti? Certo, oggi raramente si sente di uccisioni o regolamenti di conti mafiosi, la strategia stragista è rientrata, ma non credo di poterti rassicurare sul fatto che tutto questo sia sinonimo di una vittoria sulla mafia. A mio avviso la mafia c’è ancora ed è presente più che mai; certo, è cambiata, camaleonticamente si è adattata alle circostanze, ha compreso che il terrore non paga e si è inabissata nuovamente nei luoghi più profondi della società. Paradossalmente oggi, il rischio più grande è quello di rivivere i momenti precedenti alla strategia del terrore, quei momenti in cui tutto sembrava normale, quando invece di normale non c’era nulla.

Ecco perché oggi giro l’Italia in lungo e in largo, mi dovresti vedere, ho fatto dell’Italia civile la nuova Quarto Savona 15 – così si chiamava la tua squadra – e naturalmente, adesso sono io il caposcorta. Ecco perché voglio parlare ai giovani, è necessario che loro sappiano, che loro conoscano, per non lasciarsi sopraffare dalla stessa indifferenza che ci ha portato a quei tanto devastati tempi.

No, non è stato facile in questi venticinque anni, oggi Gaetano e Giovanni sono grandi, lavorano ed hanno la loro vita, ma come dimenticare i tempi della scuola, le domande sul loro papà e l’assenza in famiglia, i silenzi ed i pianti senza farmi vedere. No, non è stato facile, certo, ho trovato tante persone per bene sul mio cammino, gente che mi è stata e mi sta accanto e mi aiuta in questa lotta senza quartiere, però, i conti con me stessa, quelli, li ho dovuto fare da sola, senza l’aiuto di nessuno.

Vuoi sapere quale è la mia più grande paura? Forse sorriderai, ma la mia più grande paura, Antonio mio bello, è che un giorno, quando ci rivedremo, tu non mi riconosca. Sei rimasto giovane e bello, i tuoi ventinove anni sono diventati eterni, mentre i miei hanno continuato inesorabilmente a scorrere, ogni ruga sul mio viso è una sofferenza che ho vissuto sulla mia pelle e solo tu, un giorno, potrai lenire e porre fine a quell’urlo che in me, da venticinque anni, non ha mai smesso di farsi sentire”.
Ti bacio Antonio, marito mio.

Tua per sempre, Tina.

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Grazie ad Attilio Bolzoni e al blog Mafie di Repubblica a cui Tina Montinaro aveva indirizzato questa lettera.

Aggiornato mercoledì 21 giugno 2017 ore 16:26
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