Foto di Roger Stephenson
alabama blues

Elnora Spencer, la voce che incanta il profondo Sud

mercoledì 12 aprile 2017 ore 16:27

Birmingham (Alabama) - È giovedì sera, il pubblico di Jazzy’s, un locale del centro di Birmingham, aspetta impaziente che Elnora Spencer salga sul palco. La cantante blues e jazz per qualche settimana è stata assente. Era in tournée in Argentina e a casa hanno sentito la sua mancanza. L’accolgono con un lungo e caloroso applauso. Qualcuno si alza e l’abbraccia. Sono contenti d’averla di nuovo in città.

Da queste parti infatti quando si parla di voci femminili il discorso cade sempre su Elnora, 62 anni, voce potente, calda, graffiante, una cantante che spazia tranquillamente tra il blues e il jazz.

Elnora ha vinto diverse volte il titolo di migliore vocalista femminile dell’area di Birmingham ed è stata inserita nel 2014 nella Blues Hall of Fame come “Master blues artist” dell’Alabama. Lo scorso anno è stata inclusa nella prestigiosa Hall of Fame della Birmingham Record Collectors’, un’associazione di collezionisti di dischi che è dedita a preservare le migliori tradizioni musicali della zona.

Elnora è nata a Gadsden, nel nordest dell’Alabama, ed è cresciuta ad Adamsville, una cittadina alle porte di Birmingham, ora vive in una piccola casetta a schiera di Forestdale, un quartiere della periferia nord di Birmingham. Ed è lì che la vado a trovare.

«Non ho la macchina» mi racconta, «S’è rotta e non riesco a mettere da parte i 1.500 dollari per l’anticipo di una macchina usata».

A Birmingham, dove i mezzi pubblici sono quasi inesistenti, la macchina è un arto necessario senza il quale è impossibile vivere. Il negozio più vicino è di solito a diverse miglia di distanza dalle zone residenziali, irraggiungibile dunque a piedi. E anche per la più piccola compera bisogna salire in macchina e raggiungere una plaza o una shopping mall.

Elnora riceve un sussidio appena sufficiente a pagare l’affitto e fa parte del programma Music Maker, un’associazione non profit che aiuta molti musicisti del Sud, per il resto però deve contare sulla sua voce e sul sostegno dei numerosi fan, che durante il nostro incontro l’hanno chiamata diverse volte per chiederle se aveva bisogno di spostarsi, o di denaro per pagare le bollette.

«Non è facile vivere di sola musica» mi spiega, «Ho sempre cantato la sera e lavorato il giorno, ma ora non posso per motivi di salute».

«La mia vita non è stata facile. Ma quando lo è mai stata per i cantanti blues neri? (ride, ndr). Prima o poi devo scrivere la mia biografia. Ti racconterò delle cose che ti stupiranno».

E aveva ragione. La vita di Elnora sa tanto di realismo magico, come del resto tante storie da questa parte del mondo.

Elnora è nata da una bambina di 11 anni, una cantante di Gospel con una voce così forte da incantare i fedeli la domenica in chiesa.

«Sono figlia di una violenza» mi spiega, «Mio padre era un uomo sposato di 20 anni, l’ho incontrato quando avevo 30 anni e gliene ho dette quattro».

«Mia madre era una bambina. Non si era neanche accorta d’essere incinta, perché non sapeva cosa volesse dire. Non aveva collegato la violenza al fatto che stesse ingrassando. Se ne accorsero però i nonni e la buttarono fuori di casa. Una coppia senza figli ebbe pietà della piccola e le aprì le porte. Io sono nata in loro presenza. Ero prematura e non emessi un gemito quando venni al mondo. Pensavano fossi morta. La coppia, in seguito, ci adottò entrambe: madre e figlia. E sono stati i migliori genitori del mondo. Mia madre naturale invece è sempre stata come una sorella maggiore. È morta nel 2005».

Quando parla di sé bambina, Elnora si descrive come piccola, fragile, con forti problemi alla vista (ha fatto diverse operazioni per recuperare la vista da un occhio), un aspetto fisico in contrasto con la voce possente che sin d’allora la caratterizzava.

«Quando avevo 7, 8 anni cantavo ai funerali. Non amavo farlo, perché era triste vedere le persone vestite di nero e piangere. Cantavo per far piacere ai miei genitori. Mi ricordo la gente che si girava per cercare da dove veniva la voce. Ero piccola e non mi vedevano. Si stupivano assai quando capivano che la voce usciva da un corpicino così minuto (ride, ndr)».

Il blues e i gospel sono state le colonne sonore della sua infanzia. Oltre alla madre naturale, anche i nonni cantavano e suonavano il blues e così entrambi i genitori adottivi, una cuoca e un minatore che organizzavano spesso i cosiddetti house parties: feste dove si suonava la musica blues, si beveva alcool distillato in casa, si ballava e si dimenticavano gli orrori della segregazione.

«Al tempo quello era il solo divertimento che avevamo. In casa avevamo un pianoforte e c’era sempre qualcuno che lo suonava. I miei e i loro amici amavano improvvisare canzoni blues. Era il loro modo di rilassarsi. La domenica era invece il giorno dei gospel e non perdevamo un appuntamento in chiesa. Mia madre adottiva aveva una voce da far invidia a tanti e come si sfogava in chiesa!»

Sin da bambina, Elnora ha fatto parte di cori di chiese diverse e poi del coro della scuola. E questa, mi spiega, è stata la sua educazione musicale.

L’esordio sonoro? Forse a quattro anni.

«Avevo circa quattro anni quel giorno che sentii una bella melodia. Credevo fossero gli angeli a cantarla, ma mi resi conto che ero l’unica a sentirla: la melodia era cioè nella mia testa. La cantai per far ascoltare agli altri quello che sentivo. E forse quello è stato il mio primo debutto come cantante».

A quindici anni faceva parte di una band che si esibiva spesso al Carver Theater della Fourth Avenue North di Birmingham. Il Carver era l’unico cinema per soli neri in città e faceva parte del cosiddetto Chitlin’ Circuit.

Ai tempi della segregazione i juke joints, o jook houses, o semplicemente jooks, erano sparsi per tutti i quartieri neri d’America, sia nei centri urbani, che nelle zone rurali. Erano locali alla buona: la veranda di una casa, un garage sul retro, un capanno in mezzo ai campi, dei piccoli caffè o dei teatri. I musicisti neri sapevano dove questi locali si trovavano e questa sorta di network, conosciuta solo a loro, si chiamava Chitlin’ Circuit, un nome che deriva da chitlins, lo stufato di intestini di maiale che spesso le cucine di questi locali servivano.

«Ero molto timida e mi vergognavo a salire sul palco a cantare. Sognavo però di fare la predicatrice, di girare per le chiese a parlare del Signore, ma per via della mia voce ho dovuto sempre cantare. A volte sognavo di essere una semplice casalinga o una donna d’affari, una persona come tutte le altre, ma qualcosa dentro mi diceva che dovevo cantare».

Elnora s’è sposata la prima volta a 19 anni, a 21 anni divorzia, perché l’uomo che «sembrava tanto buono» è invece una persona violenta che la picchia ogni sera. Con il secondo marito le cose non vanno meglio e da quando ha 25 anni preferisce non legarsi sentimentalmente.

«La mia vita privata è sempre stata un caos. Ho avuto solo uomini violenti. Il primo marito mi ha fatto abortire per le botte che mi ha dato. Ero incinta di sei mesi. Il secondo si drogava e mi picchiava. Per lasciarlo mi sono dovuta rifugiare in un centro per donne vittime della violenza. Ma ciononostante ho continuato a cantare. E per quanto assurdo possa sembrare, queste esperienze mi hanno aiutata a formarmi come artista. Scrivevo canzoni e le cantavo con tutta me stessa, perché erano cose che avevo vissuto. E questo è il vero blues, o no?»

La vita di Elnora contrasta così tanto con il tornado di emozioni che la sua voce suscita in chi l’ascolta. È una voce che entra nell’anima per travolgere, addolcire la tristezza, fermare i pensieri ed è per questo che il pubblico di Birmingham non si stanca d’ascoltarla.

«Sin da bambina ho sentito accanto a me una presenza buona che mi rassicurava, mi aiutava. Se mi succedeva qualcosa di brutto, mi mandava un segnale per dirmi che dovevo andare avanti. Per esempio, un giorno, negli anni Ottanta, in un juke joint di Birmingham, una signora della California, dopo avermi sentita cantare, mi mise in mano 50 dollari, una cifra enorme al tempo. Mi disse che dovevano servirmi da stimolo, per non farmi smettere di cantare. Moralmente avevo bisogno del suo incoraggiamento, perché ero appena uscita dagli incubi con i miei mariti».

Libera da relazioni sentimentali, Elnora crea la sua band, chiamata ESP band (ESP, sta per Elnora Spencer) e inizia a girare l’America in lungo e in largo esibendosi ad Atlanta, a Philadelphia, nel Kentucky, in Louisiana, nel Mississippi e nel Midwest.

Ha inoltre aperto i concerti per grandi artisti come B. B. King, Koko Taylor, Little Milton, Willie King, Bobby “Blue” Bland, Johnny Taylor, Jimmy Reed e tanti, tanti altri.

Elnora ha avuto tante possibilità di diventare famosa fuori dall’Alabama, ma le ha sempre rifiutate per paura di perdere un lavoro stabile, solo quest’anno ha deciso d’andare in Argentina.

«Trovai lavoro come security officer per il comune di Birmingham. Non portavo le armi, ma controllavo le persone all’ingresso. Era un lavoro sicuro che mi aiutava a pagare le bollette. Per anni ho cantato la sera o il fine settimana e lavorato di giorno. Non è facile essere una donna nel mondo del blues. Noi veniamo trattate in modo diverso dagli uomini. C’è sempre qualcuno che ti chiede di andare a letto con lui, di venderti per la carriera e io non l’ho fatto. Mio padre mi ha cresciuta dicendomi che nessuno era migliore di me e che dovevo credere in me stessa. Sono sempre stata sicura del mio talento. Non sono mai scesa a compromessi. Non mi sono mai sentita inferiore a nessuno. Da bambina nessuno mi ha dato fastidio, nemmeno i bianchi, andavo d’accordo anche con loro».

Negli anni 2000 un amico carica alcune canzoni di Elnora su internet e per più di due mesi, a sua insaputa, la cantante sale al primo posto tra le artiste blues più amate dal pubblico. Elnora inizia a ricevere telefonate da tutto il mondo: dall’Italia, dal Giappone, dalla Repubblica Ceca e altri Paesi.

«Un giorno una collega mi disse che chiamavano dall’Italia. Era un certo Federico. Mi invitava ad andare a un festival e di stare per due settimane nel vostro Paese. Ho trovato diverse scuse. Non è facile lasciare un lavoro che ti fa campare per qualcosa che potrebbe realizzarsi oppure no. Mi disse che il festival si teneva tutti gli anni. Mi richiamò diverse volte, ma ebbi paura ad andarci».

Elnora è una delle voci di Blues From The Heart of Dixie, una collezione di canzoni dall’Alabama, curata da Debbie Bond per la Taxim Records nel 2001. Nel 2000 ha inciso Look at Me, per l’etichetta Alabama Jubilee Music, nel 2002 è la volta del CD jazz Mystic Knights of the C (Blue Gem Records, California) che contiene diverse canzoni scritte da lei.

Oltre a Jazzy’s, Elnora si esibisce in diversi locali di Birmingham ed è stata spesso ospite del Freedom Creek Blues Festival organizzato da Willie King, uno dei grandi del blues venuto a mancare nel 2009.

Oltre a cantare, Elnora ama scrivere poesie e dipingere quadri in stile naif.

Ora sta lavorando a un nuovo album di blues e jazz, che spera di completare nel 2017 e ha iniziato a buttare giù in un taccuino la storia della sua vita.

«Scriverò dei racconti, perché voglio ricordare i momenti intensi e magici della mia vita. Saranno dei racconti colorati, abbelliti da un tocco di blues».

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Qui e qui potete ascoltare la musica di Elnora Spencer. Qui potete chiederle l’amicizia su Facebook.

Francesca Mereu vive a Birmingham, Alabama. Ha scritto Profondo Sud, due opere ispirate al teatro documentario che, attraverso testimonianze di personaggi veri, raccontano la schiavitù, la segregazione, e la dura lotta dei neri per la conquista dei diritti civili.

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