intervista a greenpeace

Tutti i veleni del presidente

mercoledì 29 marzo 2017 ore 18:42

Lallarme sul riscaldamento globale (global warming) è un “imbroglio”, le emissioni di anidride carbonica non influiscono sull’ambiente. Con queste tesi negazioniste Donald Trump ha stroncato il piano di Barack Obama a tutela dell’ambiente (Clean Power Plan) e ha sconfessato di fatto gli accordi internazionali sul clima (Cop21) siglati a dicembre del 2015 a Parigi anche dagli Stati Uniti. Gli accordi prevedevano di contenere le emissioni di gas serra e di tenere il riscaldamento globale entro i 2 gradi.

L’America – ha detto con enfasi Trump – ricomincia a essere vincente, con il petrolio e il gas”. Il piano della sua amministrazione si articola su diversi punti:

1) Cancellate o riviste le disposizioni di Obama che obbligavano l’abbattimento delle emissioni di Co2 da parte delle centrali elettriche.

2) Abolite le restrizioni sulle trivellazioni costiere.

3) Abolite le restrizioni sui permessi di sfruttare miniere nelle terre di proprietà pubblica e sulle emissioni di metano dagli oleodotti.

4) Tolte le valutazioni d’impatto ambientale che potevano rallentare e ostacolare le grandi opere infrastrutturali.

Provvedimenti questi anticipati dal via libera ai due megaoleodotti Keystone e Dakota Access, contro cui si stanno battendo ambientalisti e i nativi di Standing Rock Sioux Tribe.

Le proteste contro l'oleodotto che attraverserà le terre dei nativi

Le proteste contro l’oleodotto che attraverserà le terre dei nativi

Il piano di Trump è stato presentato alla Environmental Protection Agency (Epa), l’Agenzia di protezione ambientale, alla cui guida Trump ha messo Scott Pruitt, amico dei petrolieri e artefice, in passato, di battaglie contro i provvedimenti a tutela del clima dell’amministrazione Obama.

Trump, dopo la bruciante sconfitta (per ora) sulla sanità – non è riuscito a cancellare l’Obamacare – tenta il rilancio della sua immagine sull’ambiente, ribadendo il suo slogan “America first”, dimostrando di mantenere le promesse elettorali sia con le lobby del petrolio-carbone, togliendo loro vincoli e costi sociali, sia con i minatori a cui aveva garantito la riapertura delle miniere e nuovi posti di lavoro.

Scott Pruitt

Scott Pruitt

Ma i dubbi tra gli economisti e gli esperti che il piano Trump, con la riapertura delle miniere, porti effettivamente nuova occupazione stabile sono molti. Anche gli ambientalisti contestano le affermazioni di Trump.

L’industria del carbone è in crisi per la competizione di altri gas prodotti, la domanda di carbone si è particolarmente ridotta, l’automazione ha tagliato i posti di lavoro dei minatori.

Ne abbiamo parlato con Andrea Boraschi, responsabile Clima-Energia di Greenpeace.

Boraschi voi contestate Trump, ma lui vi risponde che sta con i minatori e darà loro lavoro e benessere.

“E’ falso quanto dice Trump. L’industria del carbone è in crisi, e si prevede che nei prossimi anni la chiusura di altre 40 grandi centrali. E nessuna di queste società ha intenzione a oggi di ritirare il piano di smantellamento di queste centrali a carbone perché Trump offre loro una prospettiva nuova, senza vincoli. L’industria del carbone è in declino a livello globale, molti investimenti si sono spostati in altre direzioni, a partire dalle rinnovabili e dall’eolico”.

Però i minatori contano su Trump e l’hanno votato. Non hanno scelto Obama.

“Trump ha usato, ha fatto leva su un disagio reale, ampio che una parte degli americani, dei lavoratori, vivono. Un disagio che andava e va affrontato. Ma la strada non è quella indicata da Trump. Se parliamo di nuova occupazione contano i numeri e la qualità. E le energie rinnovabili stanno creando posti di lavoro dodici volte superiore ad altri comparti dell’energia e il piano Obama avrebbe portato anche, in prospettiva, a una riduzione del costo delle bollette elettriche degli americani”.

Quindi che riflessione fa?

“Che la scelta di Trump è antistorica, piena di retorica populista, e non ha solide basi economiche, industriali e occupazionali. Al massimo potrà rallentare la marcia verso una produzione mondiale a basso impatto climatico-ambientale. Gli investimenti si stanno allontanando progressivamente dal carbone”.

Lei crede che Trump potrà rendere operativo facilmente lo smantellamento del piano di Obama?

“No, ci saranno ricorsi in tribunale, sino alla Corte Suprema. Alcuni Stati americani si opporranno, noi ambientalisti ci mobiliteremo ancora di più. Trump non avrà vita facile”.

Ma se il piano Trump, con lo smantellamento delle disposizioni di Obama, andrà in porto quali saranno, secondo voi, le conseguenze sull’ambiente?

“Le faccio un esempio: diremo addio alla riduzione del 25 per cento dell’inquinamento atmosferico di particolato, che vuol dire, negli Stati Uniti, tra le circa tremila-seimila morti premature in più per anno e circa 150mila attacchi di asma in più tra i minori. E poi ripeto ci sarebbe il danno economico sulle energie rinnovabili che sono il futuro, a vantaggio di poche lobby industriali di potere. In sostanza alla fine un danno per l’America e un contributo a inquinare il mondo”.

Ecco che cosa scriveva Trump nel 2012: “il concetto di surriscaldamento globale è stato creato da e per i cinesi in modo da rendere l’industria statunitense non competitiva”.

Ora le scelte di Trump impatteranno sull’accordo di Parigi sul Clima, firmato da Obama. Con quali effetti lo si vedrà, anche se gli altri Paesi – ricorda Greenpeace – hanno garantito che le decisioni di Trump, contestate dall’Europa, non “mineranno gli impegni presi sul clima”.

Il rischio però che la decisione dell’Amministrazione Trump possa essere seguita da altri Stati esiste.

Queste in sintesi le decisioni prese nell’accordo di Parigi del 2015 sul Clima-Cop21, siglato da 195 Paesi:

Riscaldamento globale. L’articolo 2 dell’accordo fissa l’obiettivo di restare “ben al di sotto dei 2 gradi rispetto ai livelli pre-industriali”, con l’impegno a “portare avanti sforzi per limitare l’aumento di temperatura a 1,5 gradi”.

Obiettivo a lungo termine sulle emissioni. L’articolo 3 prevede che i Paesi “puntino a raggiungere il picco delle emissioni di gas serra il più presto possibile”, e proseguano “rapide riduzioni dopo quel momento” per arrivare a “un equilibrio tra le emissioni da attività umane e le rimozioni di gas serra nella seconda metà di questo secolo”.

Impegni nazionali e revisione. In base all’articolo 4, tutti i Paesi “dovranno preparare, comunicare e mantenere” degli impegni definiti a livello nazionale, con revisioni regolari che “rappresentino un progresso” rispetto agli impegni precedenti.

Perdite e danni. L’articolo 8 dell’accordo è dedicato ai fondi destinati ai Paesi vulnerabili per affrontare i cambiamenti irreversibili a cui non è possibile adattarsi.

Finanziamenti. L’articolo 9 chiede ai Paesi sviluppati di “fornire risorse finanziarie per assistere” quelli in via di sviluppo.Più in dettaglio si “sollecita fortemente” questi Paesi a stabilire “una roadmap concreta per raggiungere l’obiettivo di fornire insieme 100 miliardi di dollari l’anno da qui al 2020”, con l’impegno ad aumentare “in modo significativo i fondi per l’adattamento”.

Trasparenza. L’articolo 13 stabilisce che, per “creare una fiducia reciproca” è stabilito “un sistema di trasparenza ampliato, con elementi di flessibilità che tengano conto delle diverse capacità.

co2

Aggiornato giovedì 30 marzo 2017 ore 16:02
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