Dixieland Jazz Band

Non solo il primo disco di Jazz

giovedì 02 marzo 2017 ore 17:33

Dopo l’incisione il 26 febbraio 1917 del primo disco della storia del jazz (vedi qui la nostra ricostruzione), mentre il loro epocale primo 78 giri ottiene un incredibile successo – un milione mezzo di copie vendute nel corso del ’17 – degli studi di registrazione i musicisti della Original Dixieland Jazz Band diventano rapidamente degli habitué: nel ’17 tornano ad incidere in maggio, agosto, settembre e novembre.

Oltre all’esordio del jazz su disco, alla Original Dixieland Jazz Band si devono anche alcuni dei primissimi standard del jazz, quei brani che si impongono nel repertorio jazzistico e che diventano un riferimento per tutti i musicisti che praticano questa musica. Nel ’18, la Original torna in studio nei primi mesi dell’anno, e, dopo averlo già inciso nel ’17 per la Aeolian, incide nuovamente, questa volta per la Victor, Tiger Rag, un brano firmato da Nick La Rocca destinato a radicarsi profondamente nel jazz tradizionale.

Nel luglio del ’18, nella sua ultima seduta di quell’anno, la Original Dixieland Jazz Band incide Clarinet Marmalade, un brano firmato dal clarinettista Larry Shields e dal pianista Henry Ragas, che come Tiger Rag si afferma rapidamente come uno degli standard del primo jazz.

Con l’entrata nel ’17 degli Stati Uniti nel primo conflitto mondiale, in Europa arrivano anche reparti afroamericani con le loro bande militari, come quella, straordinaria, di James Reese Europe: non si tratta ancora propriamente di jazz, ma nella musica che portano nel Vecchio Continente c’è uno spirito nuovo e certo dei sentori di quello che l’Europa imparerà a conoscere come jazz. Nel ’19 le truppe afroamericane vengono rimpatriate: in febbraio a New York i reparti afroamericani reduci dalla guerra in Europa sfilano in parata lungo la 5a Avenue, fino ad una Harlem in tripudio per i suoi soldati. Ma nel ’19, mentre le truppe neroamericane tornano a casa con le bande musicali che le hanno accompagnate al fronte, c’è anche chi attraversa l’Atlantico in senso inverso, in pionieristici episodi di globalizzazione del jazz: come la Original Dixieland Jazz Band.

La Original che nel ’17 aveva inciso il primo disco della storia del jazz era guidata dal cornettista Nick La Rocca, e comprendeva il trombonista Eddie Edwards, il clarinettista Larry Shields, il pianista Harry Ragas e il batterista Tony Sbarbaro. Ma la Original Dixieland Jazz Band che prende la nave per Londra ha al trombone Emile Christian e al piano J. Russel Robinson, e le sostituzioni ci ricordano in che epoca siamo: il trombonista Eddie Edwards alla metà del ’18 si era arruolato nell’esercito, mentre Ragas era morto alla vigilia del viaggio in Europa, stroncato dall’influenza, la famosa “spagnola”. Il debutto a Londra è il 7 aprile 1919: inserita in una rivista intitolata Joy Bells, la Original Dixieland Jazz Band fa subito furore, tanto che l’attore George Robey, star dello spettacolo, invidioso del loro successo, ottiene subito dalla produzione la loro esclusione. Già in aprile la Original a Londra incide due brani: uno è Barnyard Blues, ovvero, sotto un altro titolo, Livery Stable Blues, uno dei due brani del primo disco della storia del jazz.

Nella Original Dixieland Jazz Band Londra trova la musica, la novità, che può rispecchiare l’euforia, la frenesia del dopoguerra, del ritorno alla vita. La Original suona anche a Glasgow, in Scozia, poi torna a Londra e gira diversi locali: uno dei quali per ospitarla cambia anche nome, ribattezzandosi Dixie Club. L’apoteosi è al Palais de dance, ad Hammersmith, dove la band suona davanti a quasi seimila spettatori paganti.

Non è l’unico evento che dà la misura dell’aura che circonda la band nella sua permanenza londinese. Nel giugno del ’19 l’Original Dixieland Jazz Band viene prescelta come orchestra ufficiale del Victory Ball, il ballo della vittoria con cui viene festeggiata al Savoy Hotel la firma del trattato di Versailles che chiude la prima guerra mondiale: in quella occasione la Original suona di fronte a re Giorgio V, alla famiglia reale, ai comandanti delle forze armate alleate, a diplomatici e all’alta società britannica. Con un’occasione ufficiale come questa contrasta un titolo registrato dalla Original durante il soggiorno londinese, nell’agosto del ’19, titolo che ci fa pensare ad un gruppo rock dei nostri giorni: Satanic Blues, firmato da due dei componenti della formazione, Shields e Christian.

La Original non è all’epoca un caso assolutamente unico di gruppo di jazz che dagli Stati Uniti arriva in Europa. Nel ’19 arriva a Londra anche Sidney Bechet, anche lui esponente del jazz di New Orleans, ma nero: Bechet viene in Europa con una formazione diretta da Will Marion Cook, uno dei protagonisti ai primi del novecento dello spettacolo nero a New York. Nel 1903 Cook era già stato a Londra con In Dahomey, musical di cui aveva curato le musiche, che due mesi dopo il debutto a Broadway, sull’onda del successo era stato portato anche nella capitale britannica. Nel ’19 Cook poi torna a Londra con la sua compagine – di cui Bechet era il fiore all’occhiello – proprio con lo scopo di far conoscere la musica nera in Europa, uno scopo che rientrava nell’aspirazione a propagandare le qualità dell’arte nera: sono gli ideali del rinascimento di Harlem, che allora comincia a profilarsi. Come ambasciatore del jazz neroamericano in Europa e nel mondo Bechet avrebbe poi fatto molta strada. La trasferta europea della Original Dixieland Jazz Band non è dunque un episodio del tutto isolato, ma il suo successo è clamoroso e la loro permanenza si prolunga per ben diciassette mesi filati, e si traduce anche nell’incisione di un paio di decine di brani.

Nel corso di un anno abbondante di soggiorno a Londra, la Original Dixieland Jazz Band è protagonista di un evento ancora più esclusivo e di alto rango del ballo della vittoria: Lord Donegall, un nobile appassionato di musica amico del Principe di Galles, organizza una Command Performance imperniata sulla band americana, e riservata ai membri della famiglia reale e – rigorosamente ad inviti – ad una ristretta cerchia di loro amici. Durante questa iniziativa privata, a quanto si disse il Principe di Galles in persona si sarebbe seduto alla batteria suonando un pezzo assieme alla band con risultati – sempre secondo quanto si disse – decorosi.

Quello che è invece certo è che negli ultimi mesi in Gran Bretagna della band, dal gennaio del ’20, il pianista J. Russel Robinson, che avrebbe poi ripreso il suo posto al rientro della Original negli States, fu rimpiazzato da un pianista inglese, Billy Jones. E’ lui che siede al piano in My Baby’s Arms, uno dei brani incisi dalla Original a Londra nel gennaio del ’20.

Al di là del successo di pubblico e anche presso l’aristocrazia britannica, in effetti il soggiorno della Original Dixieland Jazz band non fu senza conseguenze sulla scena musicale inglese: diversi degli adolescenti che andarono ad ascoltare la band e che ballarono alla sua musica, scelsero di emulare la Original e di abbracciare la nuova musica, contribuendo così a dare il via al jazz britannico. Ma le ripercussioni della presenza della Original Dixieland Jazz Band in Gran Bretagna non si fecero sentire solo sul pubblico e sui musicisti inglesi: andarono ben oltre i confini dell’isola: i brani incisi a Londra conobbero una grande diffusione anche a livello internazionale, con fenomeni di imitazione che arrivarono fino in Australia.

La circolazione dei dischi della Original fu anche sostanziale nel cominciare a sedimentare un repertorio jazzistico che sarebbe stato di riferimento per il jazz della prima metà degli anni venti: oltre a Tiger Rag e a Clarinet Marmalade, diversi dei successi della Original, brani come At The Jazz Band Ball, Ostrick Walk, Fidgety Feet, Sensation Rag, assursero a primi standard del jazz nella sua fase iniziale. Se pensiamo che solo nel febbraio del ’20 proprio in questa Gran Bretagna affascinata dalla Original Dixieland Jazz Band vengono mandate in onda le prime trasmissioni regolari della storia della radiofonia, fa effetto vedere che l’anno prima, nel ’19, in questo mondo ancora senza radio, a Milano una formazione che si chiama Orchestra del Trianon incide una propria versione di At The Jazz Band Ball, che l’Original aveva già inciso in precedenza e reinciso appena arrivata a Londra.

Se del primo 78 giri della Original Dixieland Jazz Band si era venduta nel corso del ’17 la vertiginosa cifra di un milione e mezzo di copie, lasciando indietro i successi dei popolarissimi Caruso e John Philip Sousa, la Original concluse il suo soggiorno britannico superando se stessa con un fuoco d’artificio finale: dell’ultimo brano inciso nell’isola, Soudan, un pezzo di sapore esotico, si vendettero addirittura più di due milioni di copie.

Nell’estate del ’20 la Original Dixieland Jazz Band fece un trionfale ritorno in patria: e con il rientro negli Usa la fase epica dell’Original Dixieland Jazz Band va verso la sua conclusione, e assieme va ad esaurirsi anche il ruolo pionieristico ed innovativo della band.

Il rovescio della medaglia del clamoroso successo ottenuto dalla Orginal in Inghilterra fra la primavera del ’19 e l’estate del ’20, è che al suo ritorno la formazione trova una scena musicale che pullula di cloni di se stessa, cloni che hanno provveduto a colmare il vuoto lasciato dalla partenza del gruppo per l’Europa. Ma questi gruppi bianchi che si rifanno alla Original vengono largamente utilizzati in studio di incisione per venire incontro alle esigenze di un mercato discografico che, anche adesso che è tornata, la Original da sola già non è più sufficiente a soddisfare.

Ma anche il gusto musicale nel frattempo si è modificato, e Nick La Rocca, deve accontentare i dirigenti della Victor, che gli chiedono di allargare l’organico. Così, mentre al pianoforte era tornato J. Russell Robinson, che era rientrato dall’Inghilterra alcuni mesi prima degli altri, la Original diventò un sestetto con l’inserimento al sax alto e baritono di Benny Krueger. E’ con questa formazione che nel dicembre del ’20 la Orginal Dixieland Jazz Band incide a New York alcuni brani, due dei quali, Margie e Palesteene ottengono un notevole successo.

Grande successo ha anche una tournée in Pensylvania, con un cachet altissimo. Nei mesi successivi cambiò il pianista: La Rocca rimpiazzò J. Russell Robinson con Frank Signorelli, un altro oriundo italiano come La Rocca e Tony Sbarbaro. Dalle richieste dei discografici La Rocca fu costretto anche ad aggiungere occasionalmente dei cantanti, come Al Bernard, anche lui di New Orleans. Nel dicembre del ’21 Larry Shields, che desiderava stabilirsi in California, lasciò la band e fu sostituito da Artie Seaberg, mentre ci fu un nuovo rimpiazzo al piano: alla tastiera prese posto un altro italoamericano, Henry Vanicelli: con loro e con un nuovo altosassofonista, La Rocca, il trombonista Eddie Edwards e Tony Sbarbaro realizzarono ancora alcune incisioni tra la fine del ’22 e la primavera del ’23.

La vicenda della Original Dixieland Jazz Band era ormai agli sgoccioli: il gruppo continuò a suonare a Broadway, ma i tempi stavano cambiando, la Original doveva ormai fronteggiare la concorrenza di formazioni simili, ma anche – col successo delle grandi compagini di Paul Whiteman – l’emergere di nuove proposte e di nuovi gusti. Il jazz inoltre si trovò in un certo senso ad essere vittima del proprio successo: negli anni del dopoguerra la musica che una volta era confinata in qualche locale era diventata di moda, circolava massicciamente su disco, rendeva popolari nuove e più spregiudicate forme di ballo, e veniva vista come un elemento di corruzione dei costumi e dei giovani da settori della società e delle vecchie generazioni, che reagirono con una crociata anti-jazz. Una serie di provvedimenti di ordine pubblico e con finalità di moralizzazione (sono gli stessi anni in cui si impone il proibizionismo) crearono delle restrizioni al jazz nei locali, e se nel ’23 La Rocca ebbe una pionieristica occasione di far ascoltare la sua musica alla radio, per il resto dovette però lasciare Broadway e ripiegare su Harlem, dove il jazz continuava a mantenere una maggiore agibilità.

Nel novembre del ’24, esaurito e stanco delle beghe fra i componenti della band sull’attribuzione dei brani e di conseguenza delle royalties, La Rocca sciolse la formazione e alla guida della sua Buick fece ritorno a New Orleans.

Eddie Edwards e Tony Sbarbaro costituirono altre formazioni utilizzando l’intestazione di Original Dixieland Jazz Band, tanto che La Rocca, che era legalmente proprietario del nome, chiese di ricevere una provvigione settimanale. Al principio degli anni trenta, con l’inizio della Grande Depressione, Edwards si ridusse per vivere a fare l’edicolante sulla 7a Avenue. Anche Larry Shields si ritirò dalla musica e tornò a New Orleans. La Rocca, che soffriva di cuore, seguì i consigli del medico e rifiutò qualsiasi ingaggio, lavorando invece come appaltatore edile.

Ma alla metà degli anni trenta, sentendo che le formazioni di successo dello swing che stava tenendo banco riproponevano in nuove confezioni diversi cavalli di battaglia della Original, La Rocca decise di far vedere ad una nuova generazione da dove veniva quella musica. Rintracciò Larry Shields, e con lui raggiunse a New York Edwards, Robinson e Sbarbaro, ricostituendo la vecchia band.

La rentrée fu salutata da un grande successo e, forse in omaggio al formato delle orchestre swing allora sulla cresta dell’onda, nel settembre del ’36, nella loro prima seduta di incisione dopo i primi anni venti, i cinque musicisti si trovarono all’interno di una compagine di ben quattordici elementi. Poi fra settembre e novembre del ’36 due sedute in quintetto. Fra i brani incisi una rivisitazione di Skeleton Jangle, che la Original aveva inciso già nel ’18.

La seduta del novembre del ’36 fu l’ultima. La Original prese parte a show radiofonici di star dello swing come Benny Goodman e Tommy Dorsey, fu accolta trionfalmente a New Orleans, fece tournée, ma nel ’38 La Rocca, stanco delle tensioni che erano riemerse nel gruppo, sciolse definitivamente la band e si ritirò a New Orleans riprendendo il lavoro di appaltatore edile che continuò fino a 69 anni. E a New Orleans La Rocca morì, settantunenne, nel 1961.

Aggiornato giovedì 02 marzo 2017 ore 18:20
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