26 febbraio 1917

Il primo disco di Jazz compie cent’anni

giovedì 23 febbraio 2017 ore 17:44

Nella storia degli Stati Uniti – e non solo in quella degli Stati Uniti, del resto – il 1917 non è un anno qualsiasi. In febbraio gli Usa rompono le relazioni diplomatiche con la Germania; il 2 aprile il presidente Woodrow Wilson chiede al Congresso di approvare la dichiarazione di guerra all’impero tedesco, che il Congresso vota il 6 aprile; nei mesi successivi inizia l’arruolamento. Ma il 1917 non è solo l’anno in cui gli Stati Uniti rompono gli indugi e gettano tutto il loro peso nel primo conflitto mondiale: poco più di un mese prima della decisione del Congresso, il 26 febbraio, a New York intanto è successo qualcosa di meno drammatico di un’entrata in guerra ma comunque di decisamente storico per una vicenda – quella del jazz – che per le sue ripercussioni a livello mondiale sulla musica, la sensibilità estetica, il costume, si rivelerà epocale: il 26 febbraio del ’17 infatti a New York una formazione di musicisti bianchi di New Orleans, la Original Dixieland Jass Band, incide le due facce del primo disco di jazz della storia, Livery Stable Blues e Dixieland Jass Band One Step.

Il 1917 è anche l’anno in cui, proprio nei giorni della dichiarazione di guerra, muore Scott Joplin: e la quasi coincidenza fra l’incisione del primo disco della storia del jazz e la morte della figura prominente del ragtime finisce per risultare simbolica di un passaggio d’epoca.

A New Orleans alla fine dell’ottocento ci sono bande musicali formate da musicisti di varie origini: ci sono neri, mulatti, musicisti di origine europea, fra questi molti italiani, e fra questi parecchi siciliani. E a New Orleans alla fine dell’ottocento ci sono diversi tipi di musica che entrano in fusione; in particolare il ragtime entra in una reazione chimica col blues, e anche i musicisti di New Orleans non sono insensibili al fascino delle compagini specializzate nelle marce, come la popolarissima Sousa Band di John Philip Sousa. Ma poi c’è in particolare un musicista nero, un cornettista, il leggendario Buddy Bolden, che a quanto pare – a quanto pare perché non disponiamo di sue registrazioni – imprime a questo tipo di musica che a New Orleans stava prendendo forma, degli accenti, un pathos, un andamento che mettono in moto qualcosa di differente, quel qualcosa che chiamiamo jazz.

Fra i musicisti più importanti di New Orleans c’è Jack Papa Laine, che in realtà si chiama George Vitale ed è di origine italiana. Nel 1915 ormai diversi gruppi di New Orleans, bianchi e neri, cominciano a spostarsi in altre città, più grandi e avanzate, soprattutto a Chicago, in cerca di migliori occasioni di lavoro. A Chicago nel ’16 arriva un gruppo di musicisti bianchi guidati da Johnny Stein, che provenivano dalla formazione di Jack Papa Laine. Una volta a Chicago per ragioni economiche i quattro musicisti che sono con Stein lo lasciano e si mettono in proprio chiamando per rimpiazzarlo un batterista da New Orleans, e formano un gruppo che si chiama Original Dixieland Jass Band – jass con due esse e non ancora jazz. I cinque musicisti sono il cornettista Nick La Rocca e il batterista Tony Sbarbaro, entrambi di origine italiana, il trombonista Eddie Edwards e il pianista Harry Ragas, tutti e due di origine inglese, e il clarinettista Larry Shields, di origine irlandese.

La figura chiave è quella di Nick La Rocca. Già nel 1850 i siciliani di New Orleans sono più di novecento, un centinaio di più dei loro conterranei di New York; alla fine dell’ottocento gli italiani di New Orleans sono già circa dodicimila: sono in prevalenza siciliani provenienti dalle province di Palermo, Trapani ed Agrigento. Alla fine dell’ottocento c’è già un bastimento che in venticinque giorni di navigazione collega direttamente Palermo con New Orleans, e trasporta emigranti e merci, soprattutto agrumi che vengono smistati in una vasta area degli Usa. Nato a Salaparuta, il padre di Nick La Rocca, Girolamo, sbarca a New Orleans con la moglie nel 1887. Fa il ciabattino, ma, ex trombettiere dei bersaglieri, anche per guadagnare qualcosa in più suona la chitarra e la cornetta. In effetti molti dei siciliani che arrivano a New Orleans si portano dietro la cultura bandistica tipica dell’Italia meridionale e la travasano nell’incrocio di culture di New Orleans. Un incrocio nel quale lo status degli italiani non è molto superiore a quello dei neri e dei mulatti: nel 1891 una decina di siciliani sono linciati da una folla di migliaia di cittadini di New Orleans.

La Rocca nasce a New Orleans nel 1889: la sua passione per la musica è presto corroborata dal suo primo lavoro: trova impiego come elettricista alla French Opera House, il teatro dove nel 1796 era stata rappresentata la prima opera lirica negli Stati Uniti. Oltre ad essere in contatto con la musica operistica, La Rocca è anche affascinato dalla musica bandistica di John Philip Sousa, di cui quando La Rocca è un ragazzo esistono già dei dischi. E poi La Rocca è immerso nella musica popolare di New Orleans, che va dal folclore nero con una forte traccia di Africa, alla musica pianistica di intrattenimento nei locali, al ragtime di moda all’epoca, alle orchestre che suonano i balli di origine europea, alle band con musicisti di origine africana o europea o mista che suonano in parata e ai funerali.

Il successo che la Original riscuote nei locali di Chicago la proietta a New York, dove la formazione esordisce alla fine del gennaio 1917. Ecco qualche riga della cronaca di un giornale newyorkese sul debutto della band nella sala da ballo annessa ad un ristorante di lusso appena inaugurato nell’Upper West Side di New York: “Il gruppo di La Rocca è arrivato a New York per un periodo di prova al Reisenweber’s, un ristorante all’incrocio fra la 58esima Strada e la 8a Avenue nei pressi di Columbus Circle. Hanno eseguito due brani, le cui melodie devono essere suonate assai strane alle orecchie dei commensali presenti. Anche la loro strumentazione era diversa da quella abituale delle orchestrine da caffè, che dispongono in genere di un pianoforte, violini e violoncelli. Nessuno sapeva esattamente cosa fosse quella musica. Nessuno si alzava per ballare. Alcuni protestarono e fischiarono. Altri urlavano: ‘buttateli fuori!’. Il direttore del locale dovette annunciare che quella musica andava ballata. Due o tre coppie più ardite si fecero avanti e cercarono di ballare al suono di quella musica. Presto la pista fu stracolma di gente che cercava di adeguare dei passi a quella musica folle. Era tutto ridicolo, ma anche divertente, e tutti si lasciarono andare ad una sorta di eccitazione fuori del comune. Nessuno in realtà sapeva dire se apprezzasse o meno quella musica. Comunque, prestarono orecchio e tornarono più volte ad ascoltare quello splendido jazz. In poco tempo impazzava nell’intera New York. Tutti si precipitavano al Reisenweber’s per ascoltare la Dixieland Jazz Band. Una nuova musica era stata creata, un nuovo ballo era stato inventato”.

Il pubblico doveva essere quasi esclusivamente bianco: fra chi rimase impressionato c’era anche un compositore di canzoni di Broadway a cui già allora arrideva il successo, Irving Berlin; ma fra chi assistette ai primi spettacoli della Original c’era per esempio anche James P. Johnson, uno degli straordinari pianisti afroamericani attivi nella zona adiacente di Hell’s Kitchen, angiporto con una numerosa popolazione nera sul lato ovest di Manhattan, che stavano superando il ragtime in una direzione convergente con il jazz.

All’epoca due società costruttrici di grammofoni a manovella, la Columbia e la Victor, producevano dischi per spingere le vendite dei loro apparecchi. La Victor, forte di nomi di grande successo come Caruso e Sousa, nel ’17 stava ormai guadagnando terreno sulla concorrente. Nel 1916 aveva contattato la Original Creole Band, importante gruppo nero del jazz di New Orleans. Ma il cornettista Freddie Keppard, uno dei personaggi cruciali del jazz delle origini, forse perché insoddisfatto della proposta economica, aveva rifiutato. Non lo avesse mai fatto: il primo disco della storia del jazz sarebbe stato suo. Poi la Original Dixieland Jass Band fa sensazione a New York e la Victor allora torna alla carica con il gruppo di La Rocca.

Il 26 febbraio 1917 l’incisione dei primi due brani incisi della storia del jazz ebbe qualcosa di epico. All’epoca ovviamente non esistevano né microfoni né amplificatori, e quindi era impossibile equilibrare il suono degli strumenti con i ritrovati tecnici a cui siamo oggi abituati. Ma il tecnico del suono della Victor si dimostrò molto abile nel miscelare i suoni con l’accorgimento di disporre gli strumenti a distanze diverse rispetto al grande cono dal diametro di oltre un metro nel quale i suoni dovevano confluire per essere registrati: tenuto conto del diverso impatto sonoro degli strumenti, il tecnico mise cornetta e batteria a quasi otto metri di distanza, il trombone a circa cinque metri e il clarinetto e il pianoforte invece a distanza più ravvicinata. A quei tempi non c’erano i mezzi tecnici di oggi, ma già allora negli studi c’era una luce rossa per segnalare la registrazione in corso. “Quando la luce rossa si accese”, ebbe occasione di ricordare La Rocca, “avemmo il tempo di contare ‘uno-due’ e fu un miracolo se cominciammo tutti assieme: non so, forse il buon Dio era con noi”.

Il più famoso e importante dei due brani del primo disco della storia del jazz è Livery Stable Blues.

Nel numero del 10 marzo 1917 il settimanale Variety a proposito della Original al Reisenweber’s scrive: “i patiti del ballo si lanciano in pista per rimanervi finché non crollano sfiniti a terra. Rimane da chiedersi cosa mai li spinga a tanto. Forse è l’effetto di questa musica frenetica di nuovo genere, ed è veramente una musica di tipo del tutto nuovo”. L’altra faccia del primo disco della storia del jazz è Dixieland Jass Band One-Step.

Il disco della Original Dixieland Jass Band esce nel maggio del ’17. Degli studi di registrazione i musicisti della Original diventano rapidamente degli habitué: nel ’17 tornano ad incidere in maggio, agosto, settembre e novembre.

Il primo disco della storia del jazz vendette nel corso del ’17 un milione e mezzo di copie a 75 centesimi ciascuna, surclassando col suo exploit anche i successi di personaggi popolarissimi come Caruso e come John Philip Sousa.

In effetti del jazz di New Orleans l’Original Dixieland Jass Band non rappresentava l’aspetto migliore e più maturo, che era invece quello del jazz nero di New Orleans: il jazz dell’Original Dixieland Jass Band ha delle modalità ostentatamente frenetiche, una certa voluta aggressività, e una buona dose di componente esibizionistica. Alcuni critici sono stati particolarmente severi con la Original Dixieland Jass Band: uno studioso autorevolissimo come Gunther Schuller ha definito un po’ ingenerosamente la musica della formazione “un irritante miscuglio di cattivo e di buono, di volgarità e mancanza di gusto e di buone intuizioni musicali”.

Ma un gruppo che nel ’17, quando la radio era solo a primi vagiti, vende un milione e mezzo di copie di un disco è stato con ogni evidenza influente. Ma se non bastasse questo dato numerico ovvio, ci sono anche delle testimonianze: il primo disco comprato da Louis Armstrong allora sedicenne fu nel ’17 proprio il Livery Stable Blues registrato da quel quintetto di bianchi della sua città. Nella sua prima autobiografia Swing That Music, Armstrong parla con ammirazione dell’Original Dixieland Jass Band. E i dischi della Original Dixieland Jass Band ebbero una influenza importante anche su Bix Beiderbecke, grande ammiratore di Nick La Rocca.

Nel ’17 Livery Stable Blues fu incisa anche da William Cristopher Handy. Nei primi decenni del novecento Handy è uno dei musicisti-editori afroamericani che mettono per iscritto dei motivi blues dandogli una forma – confezionata con elementi presi dal ragtime – che rappresenta un’evoluzione del blues rurale di tradizione orale. La fama di Handy è legata soprattutto ad un brano come St. Louis Blues, che porta la sua firma. Ma Handy operò anche come suonatore di cornetta e bandleader, e nel 1917 cominciò ad incidere, con una serie di sedute tra il 21 e il 25 settembre. Se non ci facciamo fuorviare dal fatto che Saint Louis Blues sarebbe poi stato un brano mitico nel jazz, dobbiamo constatare che il materiale che Handy incide nel ’17 a New York con la sua Orchestra of Memphis – che conta cornetta, trombone, ance, pianoforte, tuba o contrabbasso e percussioni – non è, propriamente, jazz. Fra le prime incisioni di Handy del settembre ’17 c’è anche la sua versione di Livery Stable Blues, che nel frattempo aveva ottenuto un clamoroso successo nell’interpretazione della Original Dixieland Jass Band, per cui ovviamente non è per niente casuale che Handy lo riprenda. Ma fra la versione di Livery Stable Blues incisa dalla Original in febbraio e quella incisa in settembre da Handy, c’è musicalmente un abisso di souplesse, spontaneità, verve, creazione estemporanea a favore dei musicisti di New Orleans. Ascoltare dopo quella della Original quella di Handy, che pure è successiva di qualche mese, ci fa percepire quale fosse il valore aggiunto che la nuova musica emergente, il jazz, portava sulla scena musicale degli Stati Uniti.

Aggiornato giovedì 23 febbraio 2017 ore 17:45
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