greenpeace denuncia

Un tesoro minacciato dai petrolieri

martedì 31 gennaio 2017 ore 16:40

Alla foce del Rio delle Amazzoni, dove il fiume si mescola all’oceano Atlantico, è stato individuato un nuovo tesoro naturale: una barriera corallina nascosta sui fondali, dove nessuno la credeva possibile. La luce quasi non riesce a raggiungerla, perché lo specchio d’acqua che la sovrasta è composto dalle torbide acque trasportate dal fiume. Gli scienziati escludevano che in questo contesto si potesse sviluppare un ecosistema. Invece ci sono gorgonie, alghe rosse, 73 specie di pesci, aragoste, stelle marine, rodoliti (simili a coralli) e spugne enormi.

Un ecosistema oggi messo in pericolo da alcune grandi compagnie petrolifere come Total e Bp.

Amazon ReefCorais da Amazônia

“Mi sento come qualcuno tornato da un altro pianeta”, ha detto lo scienziato Francini Filho dell’Università brasiliana di Paraiba. È stato il primo a scendere in profondità, con un sommergibile, insieme al direttore della campagna per gli oceani di Greenpeace Usa, John Hocevar.

Il 27 gennaio hanno scattato le prime immagini sottomarine della barriera corallina (che qui pubblichiamo grazie a Greenpeace). Un ecosistema unico, che si estende per 9mila e 500 chilometri quadrati, tra la Guyana francese e lo Stato brasiliano di Maranhão. Il ritrovamento della barriera è stato descritto in un articolo sulla rivista Science Advances.

Amazon ReefCorais da Amazônia

“Una barriera corallina – denuncia Greenpeace – minacciata da progetti di ricerca di idrocarburi che potrebbero partire qualora il governo brasiliano dovesse concedere le autorizzazioni per le trivellazioni, richieste da potenti multinazionali petrolifere, tra cui la francese Total e la britannica British Petroleum-Bp”. Secondo alcune stime, sotto questi mari, ci sarebbero tra i 15 e i 20 miliardi di barili di idrocarburi.

La ricerca di idrocarburi – sostiene Greenpeace – porrebbe tutta l’area sotto pericolo costante. Il punto più a nord dello Stato brasiliano di Amapà, il Cape Orange National Park, ospita il più grande ecosistema continuo di mangrovie e “non c’è tecnologia capace di ripulire un tale ecosistema da eventuali sversamenti di petrolio”.

In questa regione vivono lamantini (mammiferi acquatici), tartarughe gialle, delfini e lontre di fiume.

I rischi per l’intera area sono dunque elevati. “Dobbiamo difendere il reef (barriera corallina, ndr) e l’intera regione alla bocca del bacino del Rio delle Amazzoni dall’avidità delle multinazionali che pongono i loro profitti prima dell’ambiente”, dice Giorgia Monti, responsabile campagna mare di Greenpeace.

La cartina dell'area dove è stata scoperta la barriera corallina

La cartina dell’area dove è stata scoperta la barriera corallina

Giorgia Monti, che cosa vi ha più colpito di quello che avete visto, durante le esplorazioni sottomarine?

“Sicuramente la ricchezza di biodiversità: nonostante le forti correnti e l’acqua torbida, coralli e altri organismi dai bellissimi colori riescono a crescere e proliferare per migliaia di chilometri quadrati al largo della foce del Rio delle Amazzoni”.

Perché questo sistema corallino è importante?

“Per due motivi. Primo, perché le sue condizioni uniche potrebbero portare all’acquisizione di nuove importanti conoscenze per gli scienziati sia sulla capacità di fare fotosintesi in presenza di così poca luce sia su eventuali specie nuove. Secondo, perché è molto importante per il benessere economico della comunità dei Quilombolas, che pescano nella zona costiera amazzonica”.

Total e Bp, vorrebbero avviare esplorazioni petrolifere nell’area in vista di possibili trivellazioni. Che effetti potrebbero avere queste trivellazioni, se concesse dal governo brasiliano?

“Gravissimi, sia per l’impatto stesso delle eventuali operazioni di ricerca che in caso di possibili trivellazioni. La ricerca di idrocarburi porrebbe questa area sotto un pericolo costante: anche il minimo sversamento sarebbe una catastrofe per questo fragile ecosistema e per le coste. Il punto più a nord dello Stato brasiliano di Amapà, il Cape Orange National Park, ospita il più grande ecosistema continuo di mangrovie e non c’è tecnologia capace di ripulire un tale ecosistema da eventuali sversamenti di petrolio. Inoltre, i rischi legati ad operazioni simili in un ambiente come la bocca del bacino del Rio delle Amazzoni sono accresciuti dalle forti correnti e dai detriti che il fiume porta con sé”.

Sarà dura opporsi a Total e Bp, visto che si stima che ci siano quasi 20 miliardi di barili di idrocarburi, un business enorme, con vantaggi anche per le casse del Brasile.

“In realtà per questo tipo di economie non vi è futuro. Lo stesso presidente brasiliano Michel Temer, dopo aver ratificato l’accordo di Parigi, ha dichiarato che contrastare i cambiamenti climatici è un obbligo per tutti i governi. Se l’impegno del Brasile è davvero serio, deve impedire che si estragga fino all’ultima goccia di petrolio mettendo a rischio l’ecosistema marino e il clima. Solo investendo in rinnovabili e tutela ambientale potremo garantire un futuro alle nuove generazioni”.

Quindi qual è il vostro appello al governo brasiliano e all’opinione pubblica internazionale?

“Il governo brasiliano si è impegnato a rispettare i target internazionali e a investire in energia pulita. Deve quindi bloccare ogni progetto di sfruttamento di vecchie fonti fossili, soprattutto se in aree così sensibili. Dobbiamo difendere il reef e l’intera regione alla bocca del bacino del Rio delle Amazzoni dall’avidità delle multinazionali che pongono i loro profitti prima dell’ambiente”.

Immersione di Greenpeace alla foce del Rio delle Amazzoni

Immersione di Greenpeace alla foce del Rio delle Amazzoni

Aggiornato lunedì 06 febbraio 2017 ore 16:34
TAG