il rapporto di amnesty

Olio di palma. Bambini e donne sfruttati

lunedì 05 dicembre 2016 ore 09:10

Bambini impiegati in attività pericolose, costretti a trasportare sacchi tra i 12 e i 20 chili.

Donne che lavorano anche 12 ore di fila, con una paga di circa 2,5 dollari al giorno, e che non possono rifiutare i ritmi asfissianti senza il rischio di essere licenziate.

Lavoratori intossicati dal paraquat, un composto chimico estremamente pericoloso utilizzato ancora oggi nelle piantagioni, per quanto vietato dall’Unione europea. Rischio di danni respiratori causati dall’inquinamento seguito agli incendi delle foreste avvenuti l’anno scorso.

E’ un quadro inquietante quello che emerge dal rapporto-inchiesta 2015 di Amnesty International intitolato “Il grande scandalo dell’olio di palma.Violazioni dei diritti umani dietro i marchi più noti”.

Il rapporto è il risultato di un’indagine sulle piantagioni dell’Indonesia appartenenti al più grande coltivatore di palme da olio, il gigante dell’agro-business Wilmar, che ha sede a Singapore. Wilmar è fornitore di nove aziende mondiali: AFAMSA, ADM, Colgate-Palmolive, Elevance, Kellogg’s, Nestlé, Procter&Gamble, Reckitt Benckiser e Unilever.

Duro l’atto di accusa di Meghna Abraham di Amnesty International, che ha condotto l’indagine: “Le aziende stanno chiudendo un occhio di fronte allo sfruttamento dei lavoratori nella loro catena di fornitura. Nonostante assicurino i consumatori del contrario, continuano a trarre benefici da terribili violazioni dei diritti umani. Le nostre conclusioni dovrebbero scioccare tutti quei consumatori che pensano di fare una scelta etica acquistando prodotti in cui si dichiara l’uso di olio di palma sostenibile”.

Accuse che le grandi società respingono, sostenendo che l’olio di palma da loro usato è “sostenibile”.

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Ma la replica di Amnesty è netta: “Grandi marchi come Colgate, Nestlé e Unilever garantiscono ai loro consumatori che stanno usando olio di palma sostenibile ma le nostre ricerche dicono il contrario”, ha detto Meghna Abraham. “Non c’è nulla di sostenibile in un olio di palma che è prodotto con il lavoro minorile e forzato. Le violazioni riscontrate nelle piantagioni della Wilmar non sono casi isolati ma il risultato prevedibile e sistematico del modo in cui questo produttore opera. C’è qualcosa che non va se nove marchi, che nel 2015 hanno complessivamente fatturato utili per 325 miliardi di dollari, non sono in grado di fare qualcosa contro l’atroce sfruttamento dei lavoratori dell’olio di palma che guadagnano una miseria”.

Per questo Amnesty International farà una campagna per chiedere alle aziende di far sapere ai consumatori se l’olio di palma contenuto in noti prodotti come il gelato Magnum, il dentifricio Colgate, i cosmetici Dove, la zuppa Knorr, la barretta di cioccolato KitKat, lo shampoo Pantene, il detersivo Ariel e gli spaghetti Pot Noodle proviene o meno dalle piantagioni indonesiane della Wilmar.

Amnesty International ha intervistato 120 lavoratori delle piantagioni di palma di proprietà di due sussidiarie della Wilmar e per conto di tre fornitori di quest’ultima nelle regioni indonesiane di Kalimantan e Sumatra. Questo è quello che, in sintesi, emerge.

Lo sfruttamento minorile

Il rapporto di Amnesty International denuncia che “bambini da 8 a 14 anni svolgono lavori pericolosi nelle piantagioni possedute e dirette dalle sussidiarie e dai fornitori della Wilmar. Lavorano senza equipaggiamento di sicurezza in piantagioni dove vengono usati pesticidi tossici e trasportano sacchi di frutti che possono pesare da 12 a 25 chili. Alcuni di loro abbandonano la scuola per dare una mano ai genitori nelle piantagioni.

Una testimonianza: “Non vado più a scuola. Trasporto i sacchi con i frutti ma riesco a riempirli solo a metà. Sono pesanti. Lo faccio anche se piove ma è più difficile. Mi bruciano le mani e mi duole il corpo”.

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Le condizioni delle donne

Sono assunte giorno per giorno, senza diritti, pensionistici, sociali. Segnalati anche casi di lavoro forzato e di capisquadra che sfruttano le donne, minacciandole.

Una testimonianza: “Se non raggiungo gli obiettivi, mi impongono di lavorare di più ma senza paga. Io e la mia amica abbiamo detto al caposquadra che eravamo stanche e volevamo andare via ma lui ci ha detto ‘se non avete voglia di lavorare, andate a casa e non tornate più’. Come si fa a lavorare con questi obiettivi impossibili? Mi bruciano i piedi, mi bruciano le mani e mi fa male la schiena”.

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La Wilmar ha ammesso l’esistenza di problemi relativi al lavoro nelle sue attività. Ciò nonostante, l’olio di palma proveniente da tre delle cinque piantagioni indonesiane su cui Amnesty International ha indagato è stato certificato come “sostenibile” dal Tavolo sull’olio di palma sostenibile, un organismo istituito nel 2004.

La replica di Seema Joshi, direttrice del programma Imprese e diritti umani di Amnesty International :“Il nostro rapporto mostra chiaramente che le aziende usano quell’organismo (Tavolo sull’olio di palma sostenibile, ndr) come uno scudo per evitare controlli. Sulla carta hanno ottime politiche, ma nessuna delle aziende ha potuto dimostrare di aver identificato rischi di violazioni nella catena di fornitura della Wilmar”.

Esaminando la documentazione sulle esportazioni e altre informazioni pubblicate dalla Wilmar, le ricerche di Amnesty International hanno rintracciato olio di palma in nove marchi globali di cibo e prodotti domestici. Sette di questi hanno confermato di utilizzare olio di palma fornito dalla Wilmar ma solo due (Kellogg’s e Reckitt Benckiser) hanno accettato di fornire dettagli sui prodotti coinvolti.

Le ricerche di Amnesty International hanno rintracciato olio di palma lavorato da raffinerie e frantoi proveniente dalle piantagioni esaminate, in sette delle nove aziende: AFAMSA, ADM, Colgate-Palmolive, Elevance, Nestlé, Reckitt Benckiser e Kellogg’s attraverso una sua joint-venture.

Le altre due, Procter&Gamble e Unilever, hanno confermato ad Amnesty International che usano olio di palma proveniente dalle piantagioni della Wilmar in Indonesia, ma non hanno specificato esattamente da quale raffineria si riforniscano. Poiché Amnesty International ha rintracciato olio di palma dalle piantagioni oggetto della sua ricerca in 11 delle 15 raffinerie della Wilmar, è assai probabile che queste due aziende si riforniscano da almeno una di queste raffinerie.

Amnesty ha chiesto alle aziende di chiarire se l’olio di palma, dichiarato nel contenuto di una lista di prodotti, provenga da attività della Wilmar in Indonesia. Due di loro, Kellogg’s e Reckitt Benckiser, hanno confermato.

“Colgate e Nestlé hanno ammesso di ricevere olio di palma dalle raffinerie indonesiane della Wilmar. Il rapporto di Amnesty International collega queste raffinerie alle piantagioni che ha indagato. Colgate e Nestlé hanno però dichiarato che nessuno dei prodotti elencati nel rapporto di Amnesty International contiene olio di palma proveniente dalle piantagioni della Wilmar, tuttavia non hanno reso noto quali altri prodotti invece lo contengano.

Due altre aziende, Unilever e Procter & Gamble, non hanno corretto l’elenco dei prodotti fornito da Amnesty International. Le rimanenti tre, infine, hanno risposto in modo vago o non hanno risposto affatto”.

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Il Tavolo sull’olio di palma sostenibile (Rspo) ha risposto con un comunicato alle denunce di Amnesty International. Questo il testo:

«La Roundtable on Sustainable Palm Oil (Rspo) riconosce l’esistenza di gravi problemi legati alla tutela dei lavoratori e dei diritti umani nel settore dell’agricoltura intensiva a livello mondiale, e la produzione di olio di palma non fa eccezione in questo senso, soprattutto in contesti caratterizzati da povertà, scarsa legalità e presenza di vuoti legislativi.

Il rapporto denuncia una serie di violazioni dei diritti umani e delle condizioni di lavoro che colpisce i lavoratori coinvolti nella produzione di olio di palma di due controllate della società Wilmar: prima della pubblicazione del rapporto di Amnesty International, sia Wilmar che il processo di controllo della RSPO avevano già adottato importanti misure che hanno già portato all’identificazione di diverse problematiche tra quelle denunciate da Amnesty International.

Wilmar ha già denunciato pubblicamente e volontariamente sul proprio sito web le violazioni che interessano le società PT Perkebunan Milano e PT Daya Labuhan Indah attraverso la procedura di richiamo conforme ai Principi e Criteri RSPO.

La RSPO è consapevole dell’esigenza di migliorare continuamente sia i propri Principi e Criteri sia i requisiti di accreditamento, che saranno rinnovati nel 2017 ampliando l’ambito di verifica degli organi di certificazione rafforzandone la sorveglianza.

RSPO è un’associazione no profit che riunisce gli stakeholder della filiera dell’olio di palma – ONG ambientaliste, sociali o di sviluppo, produttori di olio di palma, operatori commerciali o raffinatori, produttori di beni di consumo, rivenditori, banche e investitori– per sviluppare e implementare standard globali per la produzione di olio di palma sostenibile».

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La risposta del portavoce di Amnesty Italia, Riccardo Noury, al comunicato del Tavolo sull’olio di palma sostenibile (Rspo):

“Prendiamo atto dell’impegno della Rspo. Ora attendiamo che questi impegni per il rispetto dei diritti dei lavoratori, delle persone, siano attuati. Noi verificheremo e vigileremo che queste azioni siano effettivamente compiute”.

Aggiornato mercoledì 14 dicembre 2016 ore 14:22
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