parla enrico rossi

“Caro Poletti, le scuse non bastano”

sabato 24 dicembre 2016 ore 07:25

“Caro Poletti, le scuse non bastano. Se fossi uno dei giovani del Pd chiederei anch’io, a voce alta, le dimissioni del ministro del Lavoro”.

La bordata arriva dal presidente della Toscana, Enrico Rossi, uno dei più autorevoli esponenti del Pd, che si è candidato alla segretaria del partito, in alternativa a Matteo Renzi.

Rossi è infuriato con il ministro Poletti per le sue parole sui giovani che vanno all’estero, ma anche per le affermazioni fatte da Poletti sul Jobs Act. “Dovremmo fare piani per il lavoro, un patto per dare un futuro ai propri figli. Invece li prendiamo a calci. Provo rabbia e sgomento. Questa è una generazione di giovani straordinaria, persone che vanno all’estero, lottano, si impegnano, persino alcuni di loro muoiono in circostanze terribili. Meritano rispetto questi cittadini d’Europa e del mondo”.

Presidente Rossi, lei, riferendosi alle parole del ministro Poletti, ha scritto sulla sua pagina Facebook: “Chiedo scusa a mio figlio e ai giovani a nome del Pd”. Perché?

“Perché è chiaro che quella battuta (quella del ministro, ndr)– che pare nemmeno una battuta troppo dal senno fuggita, perché c’è persino un’argomentazione dietro – è offensiva, soprattutto verso i giovani. Io ho figli giovani, ho un figlio più o meno di quell’età, i suoi coetanei vanno all’estero. La battuta di Poletti fa il paio con l’espressione “choosy”, schizzinosi, che una volta ebbe a fare la ministra Fornero. E se pensiamo a come, a questo punto, il Pd e lo stesso governo siano invisi dalla fascia di età sotto i 35 anni, una fascia che soffre la precarietà del lavoro, la disoccupazione, credo che il ministro Poletti dovrebbe riflettere bene, anche sul da farsi”.

A questo proposito un consistente numero di giovani del suo partito ha chiesto le dimissioni di Poletti. Lei pensa che il ministro dovrebbe fare un passo indietro, anche per quello che disse contro il referendum sul Jobs Act?

“Mi sembra che siamo di fronte a una valanga di critiche che riguardano Poletti, ma che poi coinvolgono anche il partito e il governo, da cui non riusciamo troppo facilmente a uscire. Anche l’altra battuta sul referendum sul Jobs Act era piuttosto pesante (Poletti ai giornalisti che gli avevano chiesto di commentare il rischio di un bis della sconfitta dello scorso 4 dicembre aveva risposto “Se si vota prima del referendum della Cgil il problema non si pone. Ed è questo lo scenario più probabile, ndr). Io penso che lì si debba andare piuttosto verso un dialogo con la Cgil. Non possiamo produrre lo scontro sociale. Viviamo tempi nei quali bisogna piuttosto pensare a un patto per lo sviluppo, per la crescita. Quanto alle considerazioni dei giovani democratici sulla richiesta di dimissioni a Poletti, dico che è una scelta che devono ponderare lo stesso ministro, il presidente del Consiglio e anche il segretario del partito”.

Insisto. Lei auspica che Poletti debba fare un passo indietro?

“Trovino loro un modo per riparare a questo danno, che è piuttosto forte. Le cose che ho provato a dire io sono due: da un lato, è necessario impegnarsi per un piano per il lavoro, per i giovani – e io penso che si possa fare questo sforzo anche chiedendo un sacrificio agli adulti benestanti, persone come me potevano pagare l’Imu, per esempio. La revisione del Jobs Act sarebbe un secondo passo”.

In che modo concretamente?

“Contenere i voucher, riportare i voucher alla situazione pre legge Fornero, quando erano specifici per determinate figure professionali particolari, e non per tutte. Il tema dei licenziamenti è un altro tema su cui bisognerebbe fare un’apertura. Questo meriterebbe la convocazione di un Consiglio dei ministri, per poi presentarsi in parlamento con una risposta vera, quando ci sarà la mozione di sfiducia al ministro Poletti presentata da altre forze politiche. Non si può dare una risposta strafottente. La ferita è aperta e sulla ferita è stato buttato del sale e adesso bisogna bonificare, per ristabilire un rapporto con pezzi di società importanti senza i quali né il Paese, né il governo, né il Pd vanno da nessuna parte. I giovani potrebbero essere il nostro futuro. Questa è una generazione straordinaria di persone che vanno all’estero, lottano, si impegnano, persino alcuni di loro muoiono in circostanze terribili. Meritano rispetto questi cittadini d’Europa e del mondo”.

Meritiamo rispetto” è proprio quello che hanno scritto i giovani del suo partito. Hanno ragione a chiedere le dimissioni di Poletti?

“Se fossi un giovane le chiederei anch’io ad alta voce, senz’altro. Invito Poletti a riflettere su questa richiesta, invito il presidente del Consiglio e il segretario del mio partito a pensare insieme a Poletti una soluzione, che può essere anche una soluzione politica. Le semplici scuse non bastano. Se ci fosse invece una risposta politica forte, come quella a cui accennavo, quella di Poletti tornerebbe a essere una battuta dal senno fuggita”.

Lei chiede una risposta politica forte dal Governo, dal Pd sul lavoro, un’attenzione alle questioni poste dalla Cgil. Però questo è assai improbabile visto che l’ex premier Renzi, e attuale segretario del suo partito, ha fatto del Jobs Act la sua bandiera e ne rivendica i risultati.

“Anch’io faccio a volte delle bandiere delle mie iniziative. Poi però con la realtà ci si confronta, si discute, si corregge, si cercano equilibri. Tutto ci impone la necessità di riaprire il dialogo sociale. Sono convinto che anche dal referendum è venuta un’indicazione di questo tipo”.

Aggiornato martedì 03 gennaio 2017 ore 16:40
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