Figen Yüksekdaǧ

Hdp, il partito contro il sultano Erdoǧan

sabato 05 novembre 2016 ore 08:00

Fare opposizione al presidente Recep Tayyip Erdoǧan, può costare molto caro. Lo sa bene Figen Yüksekdaǧ, la copresidente, assieme a Selattin Demirtaş, dell’HDP, il partito democratico dei popoli. Questo partito è attualmente la terza forza politica del Paese e per un momento è riuscito a togliere all’AKP, il partito del presidente Erdoǧan, ancora al governo, la maggioranza assoluta. E porre così un freno alla sua corsa verso il presidenzialismo.

Erdoǧan non ha esitato a innescare una vera e propria guerra per “disinnescare l’HDP”: il processo di pace con il PKK è stato unilateralmente interrotto e la popolazione curda del sud est messa sotto attacco. L’HDP è riuscito a rimanere in parlamento, così il governo sta cercando di escluderlo attraverso la sospensione dell’immunità parlamentare voluta da Erdoǧan e sostenuta da tutti gli altri.

Uno scenario oscuro sulla quale è necessario che l’Europa vigili.

L’HDP è una forza politica relativamente giovane e innovativa, che nelle elezioni politiche del  7 giugno 2015 è riuscitoaad entrare in parlamento superando l’altissima soglia di sbarramento del 10% e modificando uno scenario sostanzialmente fermo dall’arrivo di Erdoǧan. Cosa ha determinato questo successo?

“Il mio partito rappresenta l’opposizione curda ma anche altre minoranze come  quella armena o assira; vi sono componenti di sinistra,  forze socialisti,   i sindacati  e camere del lavoro,  appoggia il movimento lgbtq ; ci tengo a  sottolineare anche l’importanza dei movimenti femministi. Quindi c’è una grande diversità sotto il nostro tetto e è proprio questa capacità di rappresentanza  la ragione del nostro successo”.

Quali sono le principali linee guida del partito?

“In ambito economico la nostra linea guida è la  giustizia sociale; in ambito più strettamente politico, noi ci battiamo per una Turchia più democratica, dove la partecipazione dei cittadini sia attiva, plurale, includente, e questo è in netta contrapposizione alla mentalità dittatoriale e centralista che in questo momento è rappresentata dal presidente Erdoǧan e dal suo partito, l’AKP. Ed un aspetto che ci contraddistingue  è che l’HDP può essere definito il partito delle donne: sosteniamo la parità di genere e la realizziamo  attraverso il sistema della corappresentanza: a tutti i livelli le nostre cariche sono condivise da un uomo e da una donna”.

Da quelle importanti elezioni  di giugno non è uscito un governo ed a novembre il Paese è tornato a votare: l’HDP  si è confermato un fenomeno stabile, rimanendo in parlamento, ma ha perso consensi e il partito di Erdoǧan ha riconquistato la maggioranza assoluta: che cosa è successo in quei sei mesi?

“Nelle elezioni del 7 giugno 2015 abbiamo ottenuto un successo storico che ha fatto vacillare gli equilibri pre-esistenti: ma l’alternativa democratica da noi rappresentata è stata però trasformata in una minaccia da parte del partito al governo. Per riprendersi i voti che dalla loro base erano slittati alla nostra, si è cominciato ad aggredire chi ci aveva votato, principalmente la popolazione curda. La strage di Suruc del 20 luglio dove sono morti 33 attivisti curdi e turchi di sinistra che volevano portare aiuto a Kobane, rappresenta la prima di queste aggressioni; poi le operazioni militari nel sud est, gli assedi, i coprifuochi, i bombardamenti: si è agito come nei regimi fascisti, inviando paramilitari e carri armati. Secondo le nostre stime, che sono diverse dalle cifre divulgate dal governo,  sono morte almeno 3000 persone, di cui 1000 sono civili. E di tutti i massacri che abbiamo subito, il più disumano è quello della città di Cizre, dove 40 persone rimaste intrappolate in tre scantinati sono state bruciate vive. E’ nel pieno di questa guerra che sono state riconvocate nuove elezioni: una vera e propria strategia della tensione messa in atto per riconquistare voti in  nome della stabilità. Ciononostante abbiamo perso solo il 2% dei voti e ci siamo confermati la terza forza politica del Paese”.

Dal sud est del Paese arrivano immagini e dati sconvolgenti: città distrutte, centinaia di vittime civili – tra cui molti bambini – a causa della campagna militare. Ma contemporaneamente sono ripresi attentati a matrice curda. Qual è la posizione del vostro partito, alla luce del fatto che rappresentate l’opposizione curda e alla luce anche delle dichiarazioni del copresidente Selattin Demirtaş, il quale ha giustificato la richiesta di autonomia delle zone curde come risposta all’aggressività del governo turco?

“Il vero problema è che nel Paese si stanno scontrando due modelli: quello del sultanato, portato avanti da Erdoǧan, e quello  democratico portato avanti da noi. Il nostro è un modello confederale che noi riteniamo adeguato per tutta la Turchia. Da quando esistiamo abbiamo dimostrato di voler perseguire soluzioni politiche e per questo abbiamo dato una grande speranza ai popoli della Turchia, ma questa speranza è stata distrutta dalle mire egemoniche di Erdoǧan, ed ha portato il popolo curdo a riprendere le armi.

La  cosa più drammatica per noi in questo momento è non poter dire al nostro popolo ‘fidatevi di noi’. La cosa più difficile da sopportare è stato sentirci dire dalla gioventù curda: ‘Ecco vi abbiamo votato, vi abbiamo mandato in parlamento, ma non è stato sufficiente, perché continuiamo ad essere aggrediti, repressi, marginalizzati’. E nonostante ci rivolgiamo  continuamente a questi giovani dicendo loro che non è necessario andare a morire sulle barricate, la loro fiducia in un processo democratico è andata sgretolandosi”.

Oltre che un emergenza umanitaria, in Turchia è in corso un’emergenza democratica: accademici arrestati  e destituiti per aver firmato un appello che chiedeva la cessazione delle operazioni militari, giornalisti come Can Dundar, il direttore di un importante quotidiano d’opposizione, incarcerati per aver provato il passaggio di armi dalla Turchia all’ISIS, e in ultima istanza la revoca dell’immunità parlamentare: questo provvedimento interessa tutti i partiti politici, ma voi ritenete essere un provvedimento volto a danneggiare soprattutto l’HDP, perché? Quali sono i motivi per cui 53 su 59 dei parlamentari potrebbero essere arrestati?

“L’HDP con il suo ingresso in parlamento ha destabilizzato la situazione: non a caso, se avete seguito la vicenda, avrete notato che  la decisione di revocare l’immunità parlamentare è stata appoggiata da tutti gli altri partiti. I capi di imputazione nei nostri confronti hanno a che fare con le nostre scelte politiche e le nostre idee: veniamo messi sotto accusa per quello che diciamo dentro il parlamento o durante i comizi. Gli altri partiti politici sono delle élites abituate a spartirsi il potere e chi come noi, che portiamo la voce degli oppressi in parlamento, interferisce con questa dinamica, deve essere messo ai margini.

Noi potenzialmente siamo in grado di sottrarre voti all’AKP ed anche agli altri partiti e questo li preoccupa molto. Ed in particolare, abbiamo impedito ad Erdoǧan di diventare presidente, e questo è stato per lui inaccettabile”.

Anche lei e Selattin Demirtaş potreste essere arrestati? E quale sarà la risposta qualora avvengano degli arresti?

“Siamo soprattutto noi, i due copresidenti del partito, quelli a maggior rischio di arresto, perché le accuse vengono principalmente rivolte verso di noi. Siamo riusciti a far votare per noi molti curdi che prima votavano AKP e abbiamo dimostrato che il partito di Erdoǧan – che lo stesso Erdoǧan- non è invincibile. Siamo i personaggi più esposti e per questo i più vulnerabili. Tempo fa io e Demirtaş siamo stati  chiamati a testimoniare in tribunale ad un processo assieme ad altre sei persone: ci siamo rifiutati di andare e in questo consiste la nostra risposta. Noi siamo stati eletti dal nostro popolo e solo al nostro popolo dobbiamo rispondere. Il rischio, però, è quello di essere trascinati in tribunale con la forza”.

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Ascolta la prima parte dell’intervista

Figen Yuksekdag

Per che tipo di processo siete chiamati a testimoniare?

“Il processo al quale siamo stati convocati riguardava un comizio svoltosi nella città di Van, per quanto durante quel comizio era stato affermato: cio è inammissibile, è assolutamente incompatibile con le regole della democrazia essere costretti a dover rendere conto di quello che diciamo mentre svolgiamo la nostra funzione di rappresentanti del popolo.  Sono due le imputazioni principali, la prima, quella di aver insultato il Presidente Erdoǧan la seconda quella di aver fatto propaganda per un organizzazione terroristica.

Il colmo dell’ironia è che colui che in questo momento sta facendo la propaganda maggiore al terrorismo è proprio il presidente Erdoǧan, perché non passa giorno in cui non perda occasione per difendere organizzazioni salafite quando non lo stesso ISIS”.

La Gran Bretagna con un referendum ha deciso di uscire dall’Europa, mentre la Turchia da anni è in trattative per fare il suo ingresso: come valuta la decisione del Regno Unito e l’ingresso in Europa è secondo lei un tema a cui i turchi sono sensibili o indifferenti?

“L’ingresso della Turchia nell’Unione Europea è strettamente connesso al processo di democratizzazione del Paese: se non avvengono dei progressi su questo fronte, non ha senso parlare di ingresso in Europa. Per questo motivo la Turchia sta ancora ferma alle porte dell’Europa, perché non compie con gli standard democratici che questa continente richiede. Fra le condizioni richieste dall’Europa per l’ingresso, c’è quella di cambiare la legge sul terrorismo ora vigente in Turchia, una legge che non permette a noi parlamentari ma anche, e lo avete visto, agli accademici e ai giornalisti di parlare liberamente senza il rischio di essere arrestati o di subire perquisizioni nelle nostre case. E’ un contesto censorio e repressivo. In teoria in virtù di questa legge qualsiasi cittadino può essere considerato un terrorista!  Ma il presidente Erdoǧan non ha nessuna intenzione  al momento di cambiare questa legge, e anzi, ne è stata approvata un’altra, quella che concede l’immunità ai membri dell’esercito! Loro potranno compiere dei veri crimini e non essere processati. In tutto il medioriente sta avvenendo un terremoto e la Turchia ne è l’epicentro. Se l’unione europea non supporta le forze democratiche, sarà una catastrofe! E non tutti possono scappare come la Gran Bretagna….”

Dopo tutto quello che è accaduto in questi mesi, l’accordo sui rifugiati, il silenzio sul massacro di Cizre, gli arresti di attivisti e giornalisti, secondo l’HDP il processo di integrazione europea può ancora essere un fattore di democratizzazione dello Stato turco oppure no? Ci sono state reazioni da parte dell’Europa, come la condanna da parte di Shultz o il freno sulla concessione dei visti da parte della Merkel, ma contemporaneamente succede che il ministro turco incaricato degli affari europei, Celik, in un incontro con il ministero degli esteri italiano, riceva massimo sostegno. E’ sufficiente quello che l’Europa sta facendo?

“Dal nostro punto di vista il comportamento dell’Europa non è mai stato adeguato: quando Erdoǧan è stato in difficoltà è sempre corsa in suo soccorso e questo atteggiamento è stato vissuto male dalle popolazioni oppresse. Gli Stati europei devono capire che se la democrazia perde in Turchia, perde anche l’Europa. I conflitti che stanno travolgendo la Turchia e il medioriente sono anche il frutto delle cattive politiche europee nei confronti della Turchia. L’Europa ha supportato per anni regimi autoritari con un atteggiamento molto pragmatico e strategie di breve termine, ma poi a lungo termine i risultati sono la catastrofe che vediamo. L’Europa non può ignorare un Medio Oriente dove vigono guerra e violenza.

Alcuni credono che la via d’uscita da queste cattive politiche sia lo scioglimento dell’Europa o una fuga da essa, ma questa non è una soluzione bensì apre la strada a problemi ben maggiori, a nazionalismi e razzismi e coinciderebbe con la perdita di conquiste sociali ottenute con percorsi lunghissimi. Noi che ci troviamo nel mezzo di questo conflitto lottiamo affinché le nostre genti, non importa se turchi curdi arabi o quale sia la fede a cui appartengono, possano continuare vivere nelle terre dove hanno sempre abitato. Nessuno è obbligato a sostenere la nostra lotta per la democrazia e noi non supplichiamo nessuno  affinché lo faccia, ma quello che deve essere chiaro è che appoggiare una dittatura è un crimine. Questo dal nostro popolo non verrà mai dimenticato”.

Ascolta la seconda parte dell’intervista

FigenYuksekdag

 

Aggiornato lunedì 07 novembre 2016 ore 19:22
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