L'autobiografia

Johan Cruyff, filosofia e rivoluzione

domenica 23 ottobre 2016 ore 14:16

Genio, maestro, rivoluzionario, rompicoglioni. È tipico di pochi attrarre l’attenzione, l’amore e l’odio del mondo. Nel caso di Johan Cruyff, morto il 24 marzo del 2016, certamente l’amore e la riconoscenza battono i cattivi sentimenti che una figura gigantesca come la sua si porta dietro.

Oggi si può scoprire qualcosa in più sul numero quattordici più famoso della storia del calcio grazie a una autobiografia pubblicata postuma.

Cruyff, uno che ha insegnato a giocare a pallone prima facendosi ammirare dagli spalti, poi sedendosi in panchina e riversando sugli altri il suo sapere. Lo si preferisce ovviamente nella sua versione in calzoncini, perché qualunque ex grande calciatore lo si preferisce per ciò che è stato in grado di dare in più alla nostra immaginazione, all’immaginario degli appassionati, ai cultori del pallone.

Nel suo caso la vicenda professionale si interseca con quella di un periodo, di una filosofia, che è quella del calcio totale olandese, poi esportato più o meno ovunque. E si mischia al dibattito attuale dei sostenitori del tiki-taka, vera reincarnazione di quel calcio, contro i cosiddetti tradizionalisti, che è più o meno come dire tiki-taka contro resto del mondo.

Ma il calcio non è una scienza, e gli occhi dei tifosi si riempiono di chi li fa inumidire.

L’importanza di Johan Cruyff si misura soprattutto dai tributi ricevuti alla notizia della sua scomparsa. Un riconoscimento imponente, e commovente, che ha coinvolto anche chi, appunto, non era stato un seguace della sua filosofia.

Ajax, Olanda, Barcellona. Le sue tre famiglie, attraversate, vissute e marchiate dalla sua presenza.

Il mondo del calcio, dentro la cui storia Johan Cruyff rimarrà per sempre. Per chi attacca e per chi difende.

Johan Cruyff, “La mia rivoluzione”, Bompiani

Aggiornato lunedì 24 ottobre 2016 ore 18:09
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