sharing economy

Foodora e gli altri: ecco i lavoratori invisibili

mercoledì 12 ottobre 2016 ore 06:00

In giro non se ne vedono più tante di felpe rosa che sfrecciano in bicicletta, perché i lavoratori di Foodora sono ancora in agitazione e forse non si aspettavano che la loro protesta facesse tanto scalpore. Il caso, invece, ha iniziato a far discutere, perché finalmente si è affrontato un aspetto cruciale della sharing economy, cioè quello che pesa sulle spalle dei lavoratori.

“Le aziende esternalizzano i servizi e provano a evitare le tutele del lavoro salariale ma non è una novità – racconta Guido Smorto, docente di Economia comparata all’Università di Palermo – Per Foodora c’è un collaboratore che non è un professionista e che mette a disposizione anche il mezzo, cioè la bici, ma ci sono i casi di Uber in cui usi la tua macchina o AirBnb per cui sfrutti la tua stessa casa. Per tutte queste situazioni, comunque, si tratta di lavoratori dispersi tra loro che hanno un alto tasso di invisibilità”.

Per il professor Smorto l’importanza della protesta dei collaboratori di Foodora sta proprio nel tentativo di far emergere i lavoratori come soggetti esistenti ma non è il caso più eclatante di dipendenti più invisibili. “Quelli di Amazon Mechanical Turk -spiega Guido Smorto – sono dei lavoratori veramente ignorati, perché svolgono dei compiti che la gente mediamente pensa facciano i computer, come ad esempio il riconoscimento facciale o l’analisi delle frasi per capire se siano ironiche oppure offensive. Questi lavoratori ci sono, esistono anche se sono dispersi ciascuno dietro un computer per conto suo”.

Ecco, quindi, che la protesta di Foodora ha riacceso i riflettori su una situazione molto diffusa e infatti, l’altro elemento che è stato sottolineato è l’assurdità della retorica del lavoro flessibile. “Un’opportunità per chi ama andare in bici, guadagnando anche un piccolo stipendio” hanno detto gli amministratori italiani, e suona quasi come una presa in giro. “E’ un modo per distanziare il soggetto dal mondo del lavoro mentre l’azienda si scrolla di dosso gli aspetti giuridici – ha spiegato ancora Smorto. – Purtroppo questa protesta di Foodora in Italia è solo un primo step e prima ancora che per la rivendicazione dei diritti e del salario, si lotta per emergere, come dicevo prima, come soggetti esistenti. E la reazione dell’azienda è stata tipica: delle persone fanno una protesta e di conseguenza vengono disattivate dal gruppo. E’ fin troppo chiaro e trasparente il passaggio tra azione e reazione”.

In generale, però, ci sono dei meccanismi molto più subdoli. Per esempio, la flessibilità in questi tipi di aziende è vera fino a un certo punto, perché nel momento in cui il sistema di remunerazione o l’ordine di chiamata avvenga in base alla mia disponibilità limita la mia libertà di dire di no. “C’è un algoritmo che regola il lavoro e funziona così, in base a quanto tempo tu decidi di voler impiegare. Nel caso di Uber, per esempio, se non avevi un certo punteggio venivi automaticamente eliminato, poi in seguito alle proteste il calcolo è stato modificato”.

Questa protesta di Foodora è stata importante anche perché ha ridato ai consumatori il potere di decidere di un’azienda, anche se questa cosa è vera solo in parte. “Non è proprio scontato che per la tutela dei lavoratori i consumatori rinuncino alla convenienza e infatti è stato dimostrato che la Corporate social responsabily non è sempre parte della scelta dei consumatori”.

Aggiornato lunedì 17 ottobre 2016 ore 16:35
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