protestano gli sportivi

In ginocchio per Black Lives Matter

lunedì 10 ottobre 2016 ore 08:40

New York - Sono passati quasi due mesi da quando per la prima volta Colin Kaepernick, quarterback dei San Francisco 49ers, prima di una partita amichevole in preparazione al campionato, si è inginocchiato per esimersi dall’onorare l’inno americano ascoltandolo in piedi, come da tradizione, con la mano sul cuore.

Kaepernick ha quindi dato un’intervista a NFL Media, spiegando: “Non starò in piedi per dimostrare il mio orgoglio per la bandiera di un Paese che opprime i neri e le minoranze etniche. Per me è più importante del football, e sarebbe egoista guardare dall’altra parte. Ci sono cadaveri per le strade e persone che la fanno franca”.

Da allora più di 40 giocatori di football professionisti, provenienti da 14 squadre diverse, hanno seguito il suo esempio, a partire dal compagno di squadra di Kaepernick Eric Reid, nero anche lui, che si è unito alla protesta inginocchiandosi con il quarterback durante l’inno. Poi Jeremy Lane, cornerback dei Seattle Seahawks, e lo ha fatto anche la bianca Megan Rapinoe, calciatrice dei Seattle Reign e attivista per i diritti LGBTQ.

In un giorno simbolico come l’11 settembre, il cornerback dei Chiefs, Marcus Peters, ha ascoltato l’inno col pugno guantato di nero alzato, a ricordare gli sprinter di Mexico 1968, e quattro giocatori dei Dolphins (compreso l’asso Arian Foster) sono rimasti in ginocchio e non in piedi.

A loro si sono aggiunti i giocatori di innumerevoli squadre junior, come quelle che hanno giocato a Madison, in Wisconsin, dove entrambe le squadre in campo si sono inginocchiate, arbitro incluso, e come loro anche il clarinettista afroamericano della banda che stava suonando l’inno, mentre un gruppo di studenti del North Carolina che assisteva alla partita ha alzato il pugno chiuso, in solidarietà con la protesta dei giocatori.

A Omaha in Nebraska a rifiutarsi di stare in piedi sono state, oltre ai giocatori, anche sei cheerleader.

Nel mondo della pallacanestro femminile, al Madison Square Garden di New York, Brittany Boyd ha seguito l’esempio di Kaepernick, di cui indossava la maglietta che ora è diventata uno dei simboli di Black Lives Matter, il movimento che si batte per i diritti civili degli afroamericani..

È un movimento con il quale si è schierato lo stesso presidente Obama e che viene difeso dalla lega nazionale Football, ma che è osteggiato da Trump e da buona parte della destra bianca americana.

Già due anni fa, nel mondo della pallacanestro giocatori del calibro di LeBron James o Kobe Bryant erano entrati in campo con magliette nere con la scritta “I cant’t breathe”, non posso respirare, le parole che Eric Garner, afroamericano, disarmato, aveva ripetuto mentre la polizia di New York lo strangolava, parole che sono diventate uno degli slogan di Black Lives Matter.

Queste proteste plateali del mondo dello sport americano probabilmente entreranno nei sussidiari e rendono l’idea del bisogno di visibilità per un problema sociale e etico, enorme, che trova spazio solo quando sono coinvolti morti, ma che riguarda la vita quotidiana di ogni persona con la pelle scura che si trova in America. Consapevole che un incontro casuale con la polizia può essergli fatale.

Aggiornato mercoledì 12 ottobre 2016 ore 16:12
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