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Fausto e Iaio: due come noi

martedì 25 ottobre 2016 ore 10:19

Perché Fausto e Iaio fanno ancora parte della memoria di Milano? Ogni anno, e ne sono già passati 38 dal quel maledetto 18 marzo, questa domanda offre risposte nuove. Perché, come cantava Guccini, «gli eroi son tutti giovani e belli». E belli lo erano davvero Fausto e Iaio: come si fa a non sentire una stretta al cuore quando li vedi iconizzati in striscioni, sui muri; uno coi capelli a caschetto e il sorriso furbo, l’altro con quella timidezza nascosta dal broncio. Per ciascuno di loro vale quello che la ragazza di Geordie implorava al Re d’Inghilterra: «…salvate il suo sorriso, non ha vent’anni ancora, cadrà l’inverno anche sopra il suo sorriso, potrete impiccarlo allora…»

Ma la ragione più forte per spiegare la persistenza di Fausto e Iaio nella memoria di una parte di Milano è probabilmente che poteva capitare a chiunque.
Erano facilmente identificabili. Erano nel posto sbagliato, nel momento sbagliato. Erano dei simboli. Il che rende la loro morte – se fosse possibile – ancora più ingiusta: il risotto che Danila, la mamma di Fausto, aveva preparato per loro ne è in qualche modo la prova. Era un gesto affettuoso di una mamma, un piatto in più per un amico del figlio: difficile accostare quei due piatti coperti per tenerli al caldo con pericolose attività di controinformazione; il modo con cui Fausto e Iaio sono andati incontro ai loro assassini ricorda la casualità. I due ragazzi del Leoncavallo – come tanti altri, insieme a tanti altri – lavoravano contro lo spaccio di eroina, ne denunciavano pusher e grossisti, pagavano di persona la ristrutturazione industriale di Milano, cominciavano a sentire sulla loro pelle il significato della precarietà. Come tanti altri, insieme a tanti altri.
Fausto e Iaio sono stati scelti e hanno pagato con la vita. Molto probabilmente chi ha sparato era un gruppo di fascisti che così credeva di poter fare il grande salto ed entrare nella lotta armata. Ma ciò non esclude che qualcuno più in alto di loro li abbia lasciati fare: una convergenza di interessi. Ma chi ha ideato e realizzato l’agguato non ha fatto i conti con la reazione di questa città: gli slogan proponevano di andare in via Mancini, dove si trovava la vecchia sede dell’Msi, per chiuderla col fuoco, ma Milano ha reagito soprattutto con una dimostrazione di forza responsabile.
Ai funerali di Fausto e Iaio c’era molta più gente di quanta ce n’era per la scorta di Moro assassinata due giorni prima, in quel caso convogliata da partiti e sindacati. Quel lungo corteo funebre ha spazzato via senza alzare un dito le forze di polizia che volevano deciderne il percorso; ha saputo piangere i suoi morti fischiando una versione da brivido di “Morti di Reggio Emilia” pur lasciando che il prete della chiesa di Santa Maria Bianca della Misericordia pregasse per le loro “anime buone”. Quella prova di forza (calma) ha impedito che il caso di Fausto e Iaio venisse insabbiato. Ma non ha permesso comunque la scoperta dei colpevoli.
C’è dentro tutto questo nel film “Il sogno di Fausto e Iaio”, di Daniele Biacchessi e Giulio Peranzoni che verrà presentato in anteprima mercoledì 26 ottobre nell’Auditorium di Radio Popolare (attenzione: è tutto esaurito). Un film essenziale: parole, disegni, foto in bianco e nero, musica. Molti si riconosceranno. Confermando la convinzione che la storia di Fausto e Iaio è diversa da tutte le altre degli anni di piombo perché è la storia di tutti.

 

Aggiornato giovedì 03 novembre 2016 ore 14:43
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