LA TREGUA IN SIRIA

Solo un miracolo può fermare la guerra

martedì 13 settembre 2016 ore 12:00

“La gente ha aspettato con ansia questa tregua, ma nessuno vuole farsi illusioni, solo un miracolo può fermare la guerra”. Ismail Alabdullah ci parla dalla zona orientale di Aleppo, quella controllata dai ribelli e da tempo sotto assedio da parte del regime. Le sue parole sono particolarmente rappresentative dell’umore dei siriani, di qualsiasi orientamento politico siano. Nessuno crede che questo cessate il fuoco possa portare a una vera transizione politica e alla fine del conflitto armato.

“Abbiamo sentito troppe promesse in questi anni. Russi e americani – continua Ismail Alabdullah – avevano concordato una tregua anche lo scorso inverno, ma non portò a nulla”.

La Siria è un campo di battaglia dove combattono tutti contro tutti. È molto difficile, spesso impossibile, segnare la linea del fronte. A questo si aggiunge il fatto che una buona parte dell’accordo sia segreta. Russi e americani hanno scelto di non renderlo pubblico per evitare eventuali sabotaggi. Ma comprensibilmente i ribelli chiedono garanzie su eventuali violazioni e sullo status attribuito ai gruppi armati che stanno con il regime, come i libanesi di Hezbollah.

“Tutti i miliziani con cui ho parlato sono contenti di questa tregua – ci racconta ancora Ismail Alabdullah. Tutti hanno bisogno di riposare, di recuperare energie. Ma anche loro sono convinti che prima o poi dovranno tornare a sparare”.

Una prima indicazione la si avrà questa sera. “Nella prima parte della giornata la linea del fronte di Aleppo viene sempre bombardata pesantemente. Se non sarà così sarà già un primo sviluppo positivo, ma non sarà certo sufficiente a ristabilire la fiducia tra le parti”.

La mancanza di fiducia è un elemento importante. Non c’è fiducia tra russi e americani (una parte dell’amministrazione Obama è contraria all’accordo con la Russia proprio perché non si fida di Putin), non c’è fiducia tra governo e opposizione, non c’è fiducia tra ribelli e Stati Uniti, non c’è fiducia tra i tanti attori regionali che si stanno combattendo in Siria (Turchia, Iran, Arabia Saudita).

La provincia di Idlib, in buona parte sotto il controllo di Jabath Fateh al-Sham, ex braccio siriano di al-Qaeda, sarà un test importante sulla tenuta di questo cessate il fuoco. Jabath Fateh al-Sham, come l’Isis, è esclusa dall’accordo, anzi Washington ha chiesto agli altri gruppi ribelli di prendere le distanze da un’organizzazione che è finita nelle liste delle organizzazioni terroristiche dei Paesi occidentali. “Difficile essere ottimisti – ci dice un cittadino della provincia di Idlib – lo scorso fine settimana è stato colpito un mercato, ci sono state decine di morti. Dopo aver visto quelle immagini non so più cosa pensare, ma non abbiamo scelta, nonostante tutte queste vittime possiamo solo sperare che le cose migliorino”.

Anche ad Aleppo sanno bene che la presenza dei miliziani di Jabath Fateh al-Sham, che sulla carta potranno essere colpiti, sarà un problema. “Ci sono già grossi problemi tra loro e gli altri gruppi ribelli – ci spiega ancora Ismail Alabdullah – ma so che questi ultimi hanno chiesto agli americani di non colpire nessuno, per evitare che la situazione peggiori ulteriormente”.

La campagna contro i gruppi islamisti sarà uno strumento che Assad e Putin potranno usare facilmente a loro favore. Il regime non è mai stato così forte, difficile che proprio in questo momento accetti di fare delle concessioni all’opposizione in un eventuale nuovo negoziato politico. Ma se si dovesse arrivare a una nuova trattativa, ne sono già fallite tre, sarebbe già un miracolo.

Aggiornato mercoledì 14 settembre 2016 ore 15:05
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