i difficili soccorsi

“Non abituiamoci alla morte in mare”

giovedì 08 settembre 2016 ore 06:29

Questa mattina al porto di Augusta, in provincia di Siracusa, sono arrivati i corpi senza vita di sette migranti (cinque donne e due uomini) annegati nel Canale di Sicilia. Le vittime avrebbero potuto essere centinaia, senza l’intervento congiunto di Croce Rossa e della Fondazione maltese Moas (Migrant Offshore Aid Station). Le persone portate in salvo sono 354.

E’ stato un intervento particolarmente difficile quello sul gommone stracolmo che è stato soccorso lunedì, come ci racconta Regina Catrambone, la presidente di Moas: “Erano 160 persone, alcune sono andate in panico perché nel gommone si è riversata della benzina. Anche questa volta, molti migranti non avevano mai visto il mare, non sanno che il mare è salato e quindi bevono l’acqua pensando che sia possibile, poi si sentono male”.

Regina Catrambone e il marito Christopher, imprenditori, con la loro fondazione Moas, sono stati i primi privati a mettere a disposizione una nave e creare una squadra di soccorritori per salvare vite in mare. Sono convinti che ci sia una sola alternativa ai gommoni e ai trafficanti d’uomini: i corridoi umanitari. “Non bisogna assuefarsi alla morte, queste sette persone, come tutte le altre vittime, sono morte nella disperazione di arrivare in Europa e di trovare speranza, salvezza, un futuro. Noi ci battiamo per il diritto alla vita e crediamo che nessuna debba morire in mare. E stiamo anche lavorando per creare delle vie legali sicure, per chi ha diritto all’asilo, per i rifugiati. Bisogna orientare lo sguardo verso i corridoi umanitari, per evitare trafficanti e gommoni”.

Ascolta qui l’intervista integrale di Chiara Ronzani a Regina Catrambone

REGINA CATRAMBONE per sito

Aggiornato venerdì 09 settembre 2016 ore 17:38
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