la diga minacciata

La follia dei jihadisti: “Dopo di me il diluvio”

giovedì 08 settembre 2016 ore 06:26

La più grande diga in Iraq e la seconda in Medio Oriente. Quella di Mosul è alta, nel punto più profondo, 330 metri e raccoglie 11 miliardi di litri d’acqua. E’ stata progettata e costruita nel 1982, per volontà dello stesso dittatore Saddam Hussein, che voleva inseguire le orme di Giamal Abdel Nasser (diga di Asswan sul Nilo) ed ereditarne la leadership del mondo arabo.

Il gigantesco manufatto però ha i piedi di argilla. Non è per nulla una metafora, ma la realtà geologica. Per la stabilità della diga è stato necessario eseguire sistematici lavori di manutenzione, per consolidare la base sulla quale è stata costruita. A causa della guerra e del disinteresse dei governi succeduti a Baghdad e poi in seguito all’occupazione di Mosul da parte dei jihadisti, la diga è rimasta senza interventi di consolidamento e la stabilità della struttura ne ha sentito ampiamente. Nel 2015, uno studio tecnico del genio militare statunitense ha addirittura pronosticato l’inutilità degli interventi di consolidamento sostenendo che la diga era oramai compromessa, ed ha invitato il governo di Baghdad a mettere in campo un piano di emergenza per la salvaguardia della popolazione dei villaggi a valle e della stessa Mosul. Secondo quello studio, l’onda lunga provocata dal crollo minaccerebbe addirittura alcuni quartieri di Baghdad. La stampa irachena allora aveva scritto che le previsioni statunitensi erano esagerate e la diffusione del rapporto, forse, era dettata dallo smacco della perdita dell’appalto, indetto dal governo di Baghdad e vinto da una ditta italiana, la Trevi di Cesena.

Lo scenario ipotizzato è stato chiamato dai media locali “la replica in tempi moderni del diluvio universale”, a 50 km dal sedicente califfato nero. Il governo iracheno dell’allora premier Al-Maliki ha diramato un piano di emergenza, ma non potendo intervenire direttamente, perché il territorio non era sotto il suo controllo militare, si è limitato a chiedere alla popolazione di abbandonare le case costruite nelle vicinanze dell’alveo del fiume e di arginare l’onda delle acque con sacchi di sabbia. Un comunicato che ha suscitato l’ira e l’ironia degli iracheni.

L’infrastruttura che era difesa dai curdi, nel 2014 è stata occupata dai miliziani di Daiesh e poi alla fine del 2015, dopo settimane di combattimento, è stata riconquistata dai Peshmerga curdi. Le prime analisi tecniche hanno dimostrato che era pericolosa. Alcune paratie per la regolazione del flusso dell’acqua erano fortemente compromesse da dissesti geologici che hanno causato danni ai meccanismi di apertura e chiusura.

Adesso arrivano le notizie di un piano folle per la distruzione della diga. Un piano allo studio dei capi militari di Daiesh che prevede l’utilizzo di 200 kamikaze. L’intelligence irachena ha avuto una soffiata e si sta lavorando per contrastarlo. Il 6 settembre l’ambasciatore italiano Marco Cornelos si è incontrato con il ministro delle risorse idriche iracheno per far fronte alla minaccia. Dallo scorso aprile, infatti, lavorano al consolidamento della diga circa 400 italiani tra civili e militari.

Due anni fa gli USA avevano messo in guardia il governo iracheno sulle gravi condizioni in cui versa la diga, rimasta senza manutenzioni per diversi anni. La gara per i lavori di salvataggio è stata vinta da una ditta italiana e il governo Renzi ha spedito un contingente militare per la protezione di tecnici e lavoratori. Il piano folle dei jihadisti per il momento è soltanto sulla carta, ma la situazione è critica, anche perché la diga militarmente è indifendibile. Il suo crollo causerebbe una catastrofe umanitaria e ambientale. Oltre all’interruzione dell’elettricità per 2 milioni di abitanti, l’acqua sommergerebbe diversi quartieri di Mosul e interi villaggi a valle, per arrivare a minacciare quartieri della capitale Baghdad.

Lo scorso maggio un servizio della Rai aveva documentato un tentativo di attacco kamikaze alla diga

La missione militare alla diga di Mosul è la prima del suo genere per l’Italia. Sono stati mandati soldati italiani non per una missione umanitaria o per un’azione di politica estera, ma per proteggere un interesse economico diretto. Il “sistema paese” che va a difendere in terra straniera il lavoro italiano. Non era mai avvenuto prima. Le missioni militari italiane all’estero – contrariamente a quanto avveniva per quelle delle altre potenze occidentali – non si erano mai tradotte in appalti per le ditte italiane, anche in quelle operazioni che avevano visto i soldati italiani ed il ruolo politico dell’Italia in prima linea, come per esempio nel piano di peacekeeping in Libano e nella guerra del Kossovo. Nel caso della diga di Mosul, la situazione si è rovesciata: sono i militari a sostenere le sfide tecniche vincenti delle imprese italiane.

Da una parte si dovrebbe essere lusingati, ma un pizzico di preoccupazione non guasta.

 

 

Aggiornato venerdì 09 settembre 2016 ore 15:45
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