Intervista a Erik Gandini

La semplicità di fare figli da soli

sabato 24 settembre 2016 ore 04:35

Milano - Mentre in Italia il dibattito vira sul Fertility Day e su quell’idea antica di famiglia tradizionale come unica adatta per concepire e crescere i figli, arriva dalla Svezia il documentario La teoria svedese dell’amore. Il regista Erik Gandini, italiano di nascita e naturalizzato svedese, si era già fatto conoscere con Videocracy, dedicato all’impero mediatico di Berlusconi. Questo nuovo lavoro è un’utile e interressante strumento di conoscenza sulle abitudini di una società che ha fatto dell’individualismo il principale valore della propria vita.

<< L’importanza che ha l’autonomia e il valore che le viene dato dagli svedesi mi ha sempre affascinato – spiega Gandini. La Svezia, società organizzata per antonomasia, garantisce ai suoi cittadini la realizzazione totale della propria indipendenza, grazie ad un sistema pianificato a tavolino dalla politica negli anni Settanta. È così che si riducono al minimo contatti e interazioni: metà della popolazione vive sola, sempre più donne diventano madri single con l’inseminazione artificiale. >>

Il film è suddiviso per argomenti, mostrando nella prima parte il concetto di famiglia, che di fatto non esisterebbe. Fare figli da soli con l’aiuto della fecondazione assistita o inseminazione artificiale, sembra essere pratica diffusa e comune. E addirittura, le più intraprendenti adottano un kit per farlo in casa. Anche i figli, una volta partoriti vengono allevati solo dalla madre.

<<Il mio film è volutamente provocatorio, la mia prospettiva si focalizza sulle ombre che esistono nel sistema – continua il regista. Mi piace mettere in discussione le idee più indiscutibili e questo modello di società in Svezia è assolutamente intoccabile.>>

Questa idea esasperata di indipendenza ha dei lati negativi e devastanti soprattutto dal punto di vista sociale. Tutta la ricchezza che la maggior parte dei cittadini possiede, non porta la felicità. Gli svedesi sono coscienti del loro essere profondamente infelici e per questo motivo il numero di suicidi in Svezia è altissimo. Nel film veniamo accompagnati nella casa di uno di questi che, come tanti, è stato trovato qualche mese dopo la morte, perchè nessuno ne aveva denunciato la scomparsa. Un uomo ricchissimo, raccontano gli addetti alla ricerca di chi si è tolto la vita, i cui beni per assenza di eredi, verranno passati direttamente allo Stato.

Un paese sicuro, solidale con chi chiede aiuto, organizzatissimo a livello statale e burocratico, in cui i moduli sostituiscono le carezze. Lo Stato è talmente efficiente che non c’è bisogno degli altri e l’idea di comunità non esiste. Nel documentario il sociologo Zygmunt Bauman spiega molto bene come l’assenza di problemi non generi felicità.

Scopriamo così, e con un certo solllievo, che alcuni svedesi cercano di resistere: esistono gruppi di giovani che si ritirano a vivere nella foresta per vivere emozioni e contatto fisico. Rifiutando quell’idea di individualismo che gli viene inculcata fin da piccoli.

<< L’obiettivo del film è insinuare un dubbio – conclude Gandini: se l’ossessione per l’autosufficienza e il mito dell’autonomia dell’individuo si rivelassero essere una strada a fondo chiuso, in Svezia come negli altri paesi occidentali, Italia compresa? >>

Ascolta l’intervista a Erik Gandini.

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Aggiornato martedì 27 settembre 2016 ore 15:35
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