i genitori di una vittima

“I social network aiutano l’Isis”

venerdì 23 settembre 2016 ore 01:32

La sera di venerdì 13 novembre Nohemi aveva appuntamento con un gruppo di amici, alcuni di loro erano venuti dagli Stati Uniti per visitare Parigi. Si sono ritrovati per prendere una birra sulla terrazza del Carillon, nel decimo arrondissement. Alle 21.25 un comando di terroristi proveniente da Molenbeek aprì il fuoco sui clienti del Carillon e del Petit Cambodge, il ristorante di fronte, uccidendo 15 persone.

Nohemi, figlia di immigrati messicani, 23 anni, è l’unica vittima americana degli attentati di Parigi. Per il suo primo soggiorno fuori dagli Stati Uniti, aveva scelto la Francia per passare un semestre alla Strate, la scuola di design di Sèvres. Tre mesi dopo doveva rientrare a casa, in California, per prepararsi alla cerimonia di fine studi alla Cal State University di Long Beach.

I suoi genitori affermano che “Youtube, Twitter e Facebook hanno contribuito consapevolmente, con un sostegno materiale chiave, all’ascesa dell’Isis e gli hanno permesso di compiere numerosi attentati, compreso quello del 13 novembre a Parigi”.

Nella denuncia si sottolinea “che al 31 dicembre 2014 l’Isis aveva 70mila account su Twitter, di cui almeno 79 ufficiali e postava almeno 90 tweet al minuto. Con le stesse modalità l’Isis usa Google (Youtube) e Facebook”.

I tre colossi si sono sempre difesi affermando di aver rafforzato i loro sistemi per bloccare gli appelli alla violenza. Tutte le inchieste post attentati nel mondo hanno evidenziato i limiti dei loro monitoraggi. Secondo il diritto statunitense “il sostegno materiale a un’impresa terroristica è un crimine che potrebbe costare l’ergastolo al suo autore”. Tuttavia, sulla base delle precedenti sentenze, nessun avvocato è mai riuscito a dimostrare “la consapevolezza” dei social di aiutare l’Isis nelle loro imprese terroristiche.

Secondo le leggi degli Stati Uniti, le compagnie online non sono tendenzialmente responsabili dei contenuti pubblicati dagli utenti sulle loro piattaforme. L’avvocato della famiglia ha spiegato che la denuncia non è contro quello che dicono i messaggi dell’Isis ma “ha a che fare con come Google, Twitter e Facebook hanno permesso all’Isis di usare i social media per operazioni varie e per il reclutamento”.

Anche se non ce la farà a vincere la causa, la famiglia Gonzalez avrà avuto almeno il merito di rilanciare un dibattito su tema molto delicato: trovare al più presto un compromesso tra la tutela della privacy, sempre più minacciata dai controlli degli Stati su internet, e la neutralizzazione dell’attività online dei terroristi. Perché come dice Reynaldo, il padre di Nohemi “senza Twitter, Facebook e Youtube la crescita esplosiva dell’Isis nel corso degli ultimi anni fino a diventare il più temuto gruppo terroristico del mondo non sarebbe stata possibile”.

Aggiornato lunedì 26 settembre 2016 ore 16:18
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