Il presunto attentatore

Ahmad Rahami, normalità e terrorismo

martedì 20 settembre 2016 ore 10:01

E’ un profilo umano e psicologico difficile da definire quello di Ahmad Khan Rahami, il 28enne accusato di aver messo le bombe a Manhattan e in New Jersey.

Amici e conoscenti intervistati in queste ore lo descrivono come un ragazzo che soltanto negli ultimi anni è apparso diverso. “Era diventato più serio, maturo”, dice un amico di Elizabeth, la città dove Rahami viveva e dove lavorava nel ristorante di famiglia.

Nato 28 anni fa in Afghanistan, arrivato bambino negli Stati Uniti, Rahami è cittadino americano. Il padre ha altri sette figli e gestisce un ristorante, il First American Fried Chicken, proprio a Elizabeth, un sobborgo industriale a circa 20 km da New York.

Il ristorante, nel passato, è stato oggetto di diversi problemi. Rahami padre ha dichiarato bancarotta nel 2004 e le difficoltà finanziarie hanno costantemente segnato l’attività. Non si è trattato soltanto di problemi finanziari. Più volte la città di Elizabeth è intervenuta per far chiudere il locale, che resta aperto 24 ore su 24, alle dieci di sera. Ci sono state proteste da parte dei residenti, che lamentano il fracasso notturno.

La famiglia Rahami ha risposto citando in giudizio le autorità di Elizabeth di “pregiudizio antiislamico”. Ci sarebbe stato anche uno scontro con un residente della zona, che rivolgendosi a Rahami padre avrebbe detto “voi musulmani siete sempre fonte di problemi”.

Ahmad Rahami è cresciuto senza dare particolari problemi alla famiglia (il padre, contrario alla guerra in Afghanistan, è counque un oppositore dei talebani e di Al Qaeda). Un amico della zona, Flee Jones, 27 anni, ricorda che Ahmad giocava a baseball e organizzava delle sedute di rap nel retro del ristorante. Ha comunque sempre frequentato la locale moschea.

Poi, quattro anni fa, arriva l’improvviso cambiamento. Ahmad sparisce per qualche mese. I fratelli dicono che è andato a trovare la famiglia in Afghanistan. In realtà resta tre mesi in Pakistan, dove tornerà ancora, per circa un anno, nel 2014. E’ in questo periodo che il ragazzo potrebbe essersi radicalizzato.

Quando torna, dicono alcuni testimoni, è cambiato. Si fa crescere la barba, comincia a indossare abiti tradizionali. Secondo quanto fa sapere l’ufficio di un deputato dello Stato di New York, Peter King, Rahami dovrebbe anche essersi sposato in Pakistan. Il ragazzo si rivolge infatti all’ufficio di King per contattare l’ambasciata americana in Pakistan e garantire un visto per gli Stati Uniti a una cittadina pakistana sposata con Ahmad. Non si sa se la donna sia mai arrivata negli Stati Uniti.

Rahami ha comunque già una figlia di sei o sette anni, concepita con una compagna della high school. Il rapporto è sempre stato avversato dal padre di Rahami, che preferiva una donna musulmana per il figlio.

Per il resto, non si sa molto del presunto attentatore. La sua presenza sui social, per esempio, è estremamente limitata.

Quello che si sta cercando di capire è se, proprio durante i viaggi in Pakistan, Rahami sia entrato in contatto con uomini o gruppi che abbiano potuto portare alla decisione di organizzare gli attentati. Gli investigatori, al momento, tendono a escludere che Rahami possa far parte di una cellula terroristica organizzata negli Stati Uniti.

Per il resto, rimane soprattutto la sorpresa di molti di Elizabeth per quanto è successo. “”Era l’uomo più amichevole che potessi incontrare. Mi offriva sempre della zuppa gratis”, spiega Ryan McCann, uno dei clienti del ristorante della famiglia Rahami.

Aggiornato mercoledì 21 settembre 2016 ore 17:29
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