diario dalla Balkan Route

Serbia, un perverso gioco dell’oca

mercoledì 31 agosto 2016 ore 08:24

Silvia Maraone è un’operatrice della Ong IPSIA Acli. Ci aveva raccontato alcuni giorni fa la situazione dei nuovi campi profughi sorti in Grecia dopo la chiusura di Idomeni. Le abbiamo chiesto di mandarci il suo diario, non solo dell’ultima missione di 12 giorni, ma dopo cinque viaggi e 15mila chilometri percorsi in dieci mesi lungo la rotta balcanica, dalla Grecia all’Ungheria.

Nella prima puntata, la Grecia e qualche considerazione generale sull’inadeguatezza della risposta europea al dramma dei profughi.

Nella seconda puntata, la situazione in Macedonia.

In questa terza puntata, la Serbia:

In questo momento la Serbia sta vivendo un ruolo che ha già pubblicamente dichiarato di non voler sostenere: quello di Stato cuscinetto di accoglienza per i profughi, pressato com’è dalla chiusura dei confini al Nord e al Sud del Paese.

I migranti bloccati in Grecia si affidano a trafficanti che dal confine di Idomeni per tremila euro a persona promettono ai rifugiati di condurli in territorio ungherese, attraversando la Macedonia e la Serbia.

Chi non viene catturato e respinto dalla Macedonia verso la Grecia viene spesso sorpreso nei boschi dell’Ungheria da una polizia di confine particolarmente incattivita nei confronti dei migranti e rispedito in Serbia.

Altri ancora vengono scaricati giù dalle auto dei trafficanti in qualche paese sperduto e viene detto loro che si trovano in Austria o in Ungheria. Intere famiglie dopo aver dato fondo a tutti i loro risparmi scoprono di essere alle porte di Belgrado, nella totale disperazione.

Per chi è stato espulso da altri Paesi, così come per che sta transitando per provare a passare i confini, la prima via da percorrere è quella di registrarsi al centro per richiedenti asilo di Krnjaca, poco fuori Belgrado. Il centro è costituito da una dozzina di baracche che ospitavano gli operai al tempo del socialismo. Negli anni Novanta sono state utilizzate per alloggiare gli sfollati interni delle guerre civili jugoslave, provenienti da Croazia, Bosnia e infine Kosovo.

Registrarsi in Serbia permette di stare legalmente nel Paese, ma di fatto quasi nessuno chiede asilo qui. Nel 2016 sono state registrate 7.100 domande di asilo, ma oggi sono presenti circa quattromila profughi. Questo vuol dire che almeno tremila persone hanno trovato un modo durante quest’anno di uscire illegalmente dalla Serbia e raggiungere verosimilmente l’agognata Ue.

Oggi, nelle baracche di Krnjaca – struttura che ha una capacità di accoglienza per 500 persone – ne dormono 750. E’ corretto dire che lì dormono solamente, perché di fatto il centro di ritrovo per i migranti resta il parco attorno alla stazione dei bus e il centro Miksaliste, gestito da 15 associazioni di volontariato, locali e internazionali. Al centro vengono distribuiti cibo, vengono fatte attività con i bambini ed è possibile usare la rete wi-fi, attraverso la quale restare in contatto con chi deve ancora arrivare e con chi ce l’ha fatta. E’ così che i migranti si organizzano, per poter capire quali strade percorrere, con chi prendere contatti, a quali rischi si va incontro. Spesso la disinformazione e le false speranze alimentate gli uni con gli altri creano problemi alle persone che raggiungono determinate località sperando di trovare una facile via di uscita e andando invece incontro a un muro.

I centri di accoglienza coordinati e gestiti dal Commissariato per richiedenti asilo serbo stanno aumentando la propria capacità di accoglienza in tutto il Paese, ma non possono trattenere le persone al proprio interno. Le condizioni di alcuni di questo centro sono al limite, nel campo di Subotica che potrebbe ospitare 150 persone, ce ne sono 500 in questi giorni. Non esistono strutture al chiuso, ma tende da campeggio. I bagni e le docce oltre a essere pochi, sono in condizioni miserevoli. Nonostante questo, la gente non si lamenta, in fondo sa di essere lì solo per il tempo necessario a riorganizzarsi e riprovare a volte anche per la terza volta di riattraversare i confini.

La difficoltà maggiore dunque non è restare per alcuni giorni in un campo fatiscente, ma è arrivare alle porte dell’Ungheria per essere poi reindirizzati dal commissariato serbo in cittadine lontane, al confine con la Bosnia e il Kosovo. In un certo senso si tratta di un perverso gioco dell’oca in cui tocca ricominciare e partire dal via. Nonostante questo, le persone non si arrendono, tornano in qualche modo a Belgrado e ripartono dal parco per raggiungere i confini al nord, con l’Ungheria, o ultimamente con la Croazia.

La polizia di Belgrado sta attuando misure deterrenti per impedire alle persone di dormire all’aperto, hanno dunque cominciato a recintare con reti arancione da cantiere le aiuole e i giardini nei quali i migranti stavano alcuni giorni, con la scusa di dover sistemare l’erba e i parchi, anche se tutti sanno che si tratta di una manovra per rendere la vita dei rifugiati ancor più difficile di quanto già non sia.

-Continua

Aggiornato mercoledì 31 agosto 2016 ore 09:23
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