la guerra in siria

Erdogan, un colpo all’Isis e uno ai curdi

venerdì 26 agosto 2016 ore 06:17

Carri armati turchi hanno invaso il nord della Siria. I combattenti curdi dell YPG, Unità di difesa del popolo, si sono ritirati ad est dell’Eufrate, nel nord della Siria. E’ stata la richiesta della Turchia, assecondata da Washington.

Ankara ha mandato altri carri armati e rinforzi per consolidare le posizioni a Jarablus. Il controverso intervento contro Daiesh ha l’obiettivo neanche tanto nascosto di far fuori militarmente le organizzazioni curde siriane. Per il nazionalismo sciovinista di Ankara, il rafforzamento dell’identità curda oltre confine, in Siria ed in Iraq, potrebbe spingere i curdi della Turchia ad aumentare le rivendicazioni autonomiste e indipendentiste. Lo stesso Erdogan lo ha detto in un’intervista televisiva: “Abbiamo il diritto di difenderci e colpiremo i terroristi di Daiesh e quelli curdi”. In realtà l’operazione in corso denominata “Scudo dell’Eufrate” non è di difesa, ma di violazione della sovranità di un altro paese, la Siria. Lo sostiene e denuncia il ministro degli esteri di Damasco, Al Muallim, che ha chiesto l’immediato ritiro delle truppe turche. Anche Mosca ha espresso riserve sull’intervento di Ankara.

Sul fronte militare, la cittadina di Jarablus è stata completamente conquistata e i miliziani dell’Esercito Libero Siriano sono entrati nel centro città. I miliziani di Daiesh sono fuggiti verso Elbab, più a sud, che sarà la meta della prossima offensiva turca. Washington ha dato la copertura aerea all’operazione e ha avvertito i curdi che avrebbe tolto loro il sostegno, in caso fossero avanzati ad ovest dell’Eufrate. Da qui la decisione delle unità dell’ YPG di ritirarsi ad est. Rimangono soltanto alcune unità di guerriglieri curdi a Manbij per “completare come previsto le operazioni nell’area e rimuovere ordigni Ied”, ha detto un portavoce dell’operazione. Ufficialmente la spiegazione della ritirata è la seguente: “Le unità curde Ypg sono passate a est dell’Eufrate per preparare un’eventuale liberazione di Raqqa”.

Le mire della Turchia sul nord della Siria non sono mai state nascoste. Dal 2012 Ankara chiede continuamente una zona smilitarizzata di 10-20 km in territorio siriano, lungo tutto il confine. Questo intervento militare con decine di carri armati e con truppe è stato avviato non per un breve periodo, ma per concludersi a data da destinarsi, come avvenne per il Kurdistan iracheno. Il ministro della difesa turco, Fikri Isik, ha detto che i suoi soldati rimarranno a Jarablus fino a quando la città non sarà messa in condizioni di sicurezza. “E’ un nostro diritto rimanere lì, per garantire i nostri confini da eventuali attacchi terroristici”. E’ la stessa logica usata da Israele per mantenere l’occupazione di una striscia di territorio nel sud del Libano.

Stranamente, questo fervore turco non si era mai palesato quando ad imperversare nella zona erano i miliziani del falso califfo. Adesso che i terroristi del Daiesh sono in fuga, Ankara manda i carri armati per impedire che al loro posto nel territorio di confine si insediassero i guerriglieri curdi. In questo modo, il presidente Erdogan si presenterà come l’eroe della guerra contro il terrorismo jihadista, che a lungo aveva foraggiato, e nello stesso tempo potrà soffocare la voce degli autonomisti curdi che rivendicano il proprio diritto all’autodeterminazione.

Aggiornato sabato 27 agosto 2016 ore 06:27
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