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Il marchio Isis, anche senza rivendicazione

venerdì 15 luglio 2016 ore 13:43

Nizza è una delle città francesi che ha prodotto il maggior numero di foreign fighters in Francia. Più delle banlieue parigine. Ma quanto c’entra il jihad con questo attentato? Come accaduto negli ultimi mesi, è difficile da stabilire. Il profilo psicologico dell’attentatore Mohamed Lahouaiej Bouhlel ricorda quello di altri. Figlio di immigrati, 31 anni, problemi familiari (depresso dopo il divorzio). Quali le cause del suo odio esploso sulla promenade des Anglais? Anche questo è difficile da stabilire

“Tendiamo a razionalizzare troppo, la geopoliticain questo caso è forse il penultimo degli argomenti pertinenti”, spiega ai nostri microfoni Stefano Allievi, sociologo esperto di Islam dell’Università degli Studi di Padova.

Stefano Allievi_geopolitica non c’entra

L’attrattiva della causa jihadista su chi cerca una forma di rivincita nei confronti del mondo è difficile da estirpare. L’ideologia in questione non è paragonabile ad altre lotte, che hanno un obiettivo più chiaro e comprensibile. Ancora Allievi.

Stefano Allievi_combattere Isis

 

Francesco Strazzari è professore associato di scienza politica presso la Scuola Superiore Sant’Anna. Ricorda qual è il contesto intorno a questo attentato: Isis, ormai, sta conducendo 3-4 attentati al giorno. Le paghe ai soldati nnon sono elargite sempre, le difficoltà sono evidenti. “Sono in una fase d’affanno sul piano militare”, dice. Così sul web si annuncia di colpire gli infedeli con quello che si ha, automobili comprese. Le modalità attentato ricordano infatti contesto jihadista.

Francesco Strazzari_modalità attentato

“Se venisse confermato che non c’è rivendicazione sarebbe interessante perché Isis è solita non rivendicare quando vuole aprire un tavolo di negoziato“, prosegue Strazzari. Lo insegna il caso turco, dove lo Stato Islamico cerca di trovarsi uno spazio “grigio”. Di nuovo, l’ipotesi regge se ci sono segnali di radicalizzazione dell’uomo.

Francesco Strazzari_rivendicazione attentato

 

Arturo Varvelli è ricercatore dell’Ispi. Le decisioni prese in queste ore subito dopo l’attentato servono a placare la sete di sicurezza. “Ma non ci sarà mai un rischio zero”, prosegue. La militarizzazione delle strade è solo uan scorciatoia per rispondere ad una prima esigenza. “In realtà, però, dobbiamo imparare a convivere con questa insicurezza”, conclude.

Arturo Varvelli_causa radicalizzazione

Aggiornato lunedì 18 luglio 2016 ore 08:01
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